Australia, stretta sulle Big Tech: tassa del 2,5% se non pagano gli editori per le notizie
Il governo Albanese modifica il News Bargaining Incentive: il prelievo riguarderà i ricavi pubblicitari digitali prodotti in Australia. Più incentivi per gli accordi con i piccoli editori, mentre piattaforme di intelligenza artificiale come OpenAI restano escluse
Le grandi aziende tecnologiche che non raggiungeranno accordi economici con gli editori australiani dovranno pagare un’imposta pari al 2,5% dei ricavi pubblicitari digitali realizzati in Australia.
Il governo federale ha concluso la fase di consultazione sul nuovo News Bargaining Incentive e si prepara a presentare la proposta di legge al Parlamento.
Il meccanismo punta a convincere le piattaforme digitali a remunerare giornali, televisioni e altri produttori di informazione per l’utilizzo e la distribuzione dei loro contenuti.
Rispetto alla bozza iniziale, l’aliquota è stata aumentata dal 2,25 al 2,5%. È stata però ristretta la base imponibile: il prelievo non si applicherà all’intero fatturato delle aziende, ma soltanto ai ricavi derivanti dalla pubblicità digitale attribuibili al mercato australiano.
Più vantaggi per chi finanzia i piccoli editori
Il governo ha rafforzato anche gli incentivi destinati agli accordi con le testate di dimensioni minori.
Il valore riconosciuto per le intese con i piccoli editori salirà dal 170 al 200%, rendendo economicamente più conveniente per le piattaforme includere nel proprio sistema di finanziamento anche le realtà locali e indipendenti.
Per evitare completamente il pagamento dell’imposta, le aziende tecnologiche dovranno inoltre raggiungere almeno sei accordi qualificanti con gli editori, rispetto ai quattro previsti inizialmente.
L’obiettivo dichiarato è impedire che le Big Tech si limitino a stipulare poche intese con i principali gruppi nazionali, lasciando senza risorse i giornali regionali e le testate più piccole.
Mulino: «Chi utilizza le notizie deve contribuire»
Il viceministro del Tesoro Daniel Mulino ha spiegato che la nuova impostazione punta direttamente alla parte delle attività digitali che trae beneficio dai contenuti giornalistici.
Il governo, ha precisato, non vuole scoraggiare gli investimenti delle grandi aziende tecnologiche in Australia.
Vuole però garantire che le piattaforme che utilizzano, aggregano o distribuiscono notizie contribuiscano economicamente alla produzione dell’informazione.
Secondo Canberra, il giornalismo professionale sostiene il dibattito democratico, ma affronta una crisi economica aggravata dallo spostamento della pubblicità verso motori di ricerca e social network.
OpenAI e le società di intelligenza artificiale restano escluse
Il nuovo sistema non comprenderà, almeno per ora, le aziende di intelligenza artificiale.
Piattaforme come OpenAI, insieme a Microsoft e Snapchat, resteranno escluse sia dall’imposta sia dall’obbligo di concludere accordi con gli editori nell’ambito del News Bargaining Incentive.
Mulino ha spiegato che il governo intende affrontare separatamente le questioni legate all’intelligenza artificiale, al diritto d’autore e alla tutela dei produttori creativi.
La decisione apre però un interrogativo importante.
Le società di AI utilizzano enormi quantità di testi per addestrare i propri modelli e possono fornire risposte che riassumono contenuti giornalistici senza necessariamente indirizzare gli utenti verso i siti originari.
Per il momento, questo fenomeno non verrà regolato attraverso il sistema destinato alle piattaforme pubblicitarie.
Gli editori parlano di un passaggio decisivo
Le aziende del settore dell’informazione hanno accolto positivamente le modifiche, definendole un passaggio fondamentale per garantire il futuro delle notizie australiane.
Negli ultimi anni, numerose testate locali hanno ridotto il personale, chiuso redazioni o abbandonato completamente l’edizione cartacea.
La diminuzione dei ricavi pubblicitari ha colpito soprattutto le comunità regionali, dove la scomparsa di un giornale può lasciare intere aree prive di una copertura costante della politica locale, dei tribunali e delle emergenze.
Il nuovo incentivo punta a trasferire una parte delle risorse generate dalle piattaforme verso chi sostiene i costi della raccolta, verifica e pubblicazione delle notizie.
Le Big Tech contestano il progetto
Le grandi aziende tecnologiche hanno criticato la proposta, sostenendo che un’imposta non sarebbe sufficiente a costruire un settore dell’informazione economicamente sostenibile.
Le piattaforme potrebbero inoltre sostenere di contribuire già alla diffusione delle notizie, indirizzando traffico verso i siti degli editori.
Resta anche il rischio che alcune società decidano di limitare la presenza dei contenuti giornalistici sulle proprie piattaforme per ridurre gli obblighi finanziari.
Il governo dovrà quindi costruire regole capaci di evitare che lo scontro si traduca in una minore disponibilità di informazione per gli utenti australiani.
Il nodo dell’indipendenza editoriale
Il finanziamento delle testate da parte delle piattaforme pone anche un problema di trasparenza.
Gli accordi dovranno essere strutturati in modo da non consentire alle aziende tecnologiche di influenzare la linea editoriale o scegliere quali notizie possano essere pubblicate.
La tutela dell’informazione non può trasformarsi in una dipendenza permanente da pochi gruppi privati dotati di un enorme potere economico e tecnologico.
Per questo sarà importante conoscere i criteri con cui verranno riconosciuti gli accordi, il valore dei pagamenti e il sistema utilizzato per distribuire le risorse tra grandi gruppi, editori regionali e testate indipendenti.
Una battaglia sul futuro dell’informazione
Il News Bargaining Incentive non risolverà da solo la crisi dei media australiani.
Potrà però riequilibrare almeno in parte il rapporto tra chi produce le notizie e chi ricava pubblicità dalla loro circolazione online.
La decisione di concentrare il prelievo sui ricavi pubblicitari rende il progetto più mirato rispetto alla prima bozza. L’aumento dell’aliquota e degli incentivi per i piccoli editori rafforza contemporaneamente la pressione sulle piattaforme.
Resta irrisolta la questione dell’intelligenza artificiale, destinata a diventare sempre più importante con la crescita dei sistemi capaci di sintetizzare e riprodurre contenuti senza generare visite dirette ai siti originali.
La sfida del governo sarà evitare due rischi opposti: lasciare che il giornalismo continui a impoverirsi oppure costruire un sistema nel quale l’informazione dipenda economicamente dalle stesse piattaforme che ne hanno modificato profondamente il mercato.
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