Ballotta a CM: "Ancelotti faceva serate con noi al bar, Asprilia parcheggiava sotto ai semafori. Lotito? Me lo immagino a fare i conti tutte le sere"

08 Ottobre 2026 - 12:35
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Ballotta a CM: "Ancelotti faceva serate con noi al bar, Asprilia parcheggiava sotto ai semafori. Lotito? Me lo immagino a fare i conti tutte le sere"

L'ex portiere riavvolge il nastro e racconta la sua carriera tra aneddoti e curiosità: "A Parma in allenamento giocavo in attacco

L'immagine del profilo WhatsApp di Marco Ballotta è un vecchio ricordo di lui che entra in campo mano nella mano con la figlia Veronica: "Era il 2004, aveva sei anni - ci racconta in una nostra intervista - E' stata un'emozione fantastica in una giornata di festa dopo la promozione del Modena in Serie A". Poi ammette, ridendo: "Ho quella foto da quando ho preso il telefono". Oltre quarant'anni da calciatore - considerando anche i campionati dilettantistici - a 43 è diventato il calciatore più anziano a giocare in Champions e a 44 il più grande a scendere in campo in Serie A: "Il segreto? La passione". Facile, no?! Anche se non basta: "E' chiaro che si deve incastrare tutto, però l'importante è farsi trovare sempre pronto". E quei giorni, lui c'era. Ballotta di mestiere faceva il portiere, gran parte della carriera l'ha legata alla Lazio dove ha avuto il ruolo di vice; ma quando serviva non si tirava mai indietro: "Anche a 40 anni, quando mi allenavo mi divertivo e cercavo di migliorarmi. E' quello che ti fa andare avanti".

Torniamo a quel doppio record tra Champions e Serie A.

"Quell'anno si diceva prima che Peruzzi avrebbe continuato, poi che sarebbe arrivato Carrizo; nei preliminari di Champions ho giocato io perché non c'erano altri portieri. Dopo arrivò Muslera, ma era ancora un 'bambino' e quindi ho avuto spazio".


Cosa vuol dire fare stagioni intere da secondo portiere?

"Non ti devi sentire un vice, altrimenti passa la voglia di giocare. Bisogna sempre farsi trovare pronti per scendere in campo, lo vedevo come uno stimolo. Negli ultimi anni davo anche una mano nello spogliatoio cercando di capire il clima e gli umori dei compagni".


L'attaccante che non ti faceva dormire la notte?

"La mia bestia nera era Batistuta, mi segnava sempre. Qualche anno fa l'ho detto anche a lui".


Hai iniziato a giocare nel 1980, hai finito nel 2020. Qual è stato il cambiamento più difficile da accettare?

"La modifica più importante è stata il passaggio al portiere che non poteva più prenderla più con le mani, ma per me non è stato un problema. Mi divertivo a giocare con i piedi: io e Taffarel al Parma siamo stati i pionieri della costruzione dal basso, in allenamento giocavamo spesso in attacco".


E come andava?

"Chiedete ad Apolloni, ancora si ricorda un mio goal in rovesciata mentre mi marcava. E giocavamo con le porticine piccole eh".


Prima squadra il Bologna, che non capiva se fossi un portiere o un attaccante.

Prima squadra il Bologna, che non capiva se fossi un portiere o un attaccante.

"Avevo 13 anni, giocavo in porta nella squadra del mio paese e il Bologna mi stava seguendo. Un giorno eravamo 11 contati, andai in attacco perché ci mancava il centravanti. Gli osservatori rossoblù pensavano di aver sbagliato: 'Ma Ballotta non faceva il portiere?!', chiesero".




A fine carriera hai giocato davvero in attacco, in Prima Categoria.

"E' sempre stato un chiodo fisso: quando ero in Primavera battevo i rigori, in Serie A col Modena volevo tirarli ma Milanetto non me li ha mai lasciati. E con la Reggiana stavo per fare un goal di testa".


A Parma hai giocato insieme ad Asprilia.

"Su di lui si potrebbe scrivere un libro. Parcheggiava le macchine sotto ai semafori e andava via. Nel 1993, qualche mese prima della finale di Coppa delle Coppe andò in Colombia, quando tornò in Italia aveva un polpaccio completamente tagliato; disse che aveva avuto un incidente in piscina. E nonostante non fosse neanche al 50% voleva giocare lo stesso quella finale, ma era impensabile".


Hai incrociato anche Buffon?

"Aveva 12/13 anni, ogni tanto veniva ad allenarsi in prima squadra: era ancora grezzo, anche se si intravedeva già qualcosa".


Alla Reggiana sei stato allenato da Ancelotti alla prima esperienza in panchina.

"Durante gli allenamenti era tosto, ma poi ci portava al bar a bere e faceva serate con noi cantando e raccontando barzellette. Capitava spesso di giocare a carte con lui".


Quell'anno fu la sliding door della sua carriera.

"Avevano fatto la squadra per vincere la Serie B, ma dopo cinque/sei partite eravamo in fondo alla classifica. La società chiese a noi senatori se cambiare allenatore, ci opponemmo perché sapevamo che il problema non era Ancelotti. Aveva la mentalità di Sacchi, pretendeva un 4-4-2 con la difesa alta ma noi non avevamo assimilato ancora i suoi concetti. Fu confermato, la domenica dopo ci disse di giocare con il libero come volevamo noi: perdemmo 1-4 col Pescara".


E poi?

"Il martedì ci riunì tutti: 'Da oggi giocate come dico io'. Le abbiamo vinte tutte e siamo saliti in Serie A".


Alla Lazio incroci il tuo idolo Dino Zoff.

Alla Lazio incroci il tuo idolo Dino Zoff.

"Non avevo il procuratore, così andai da solo a trattare lo stipendio. E quando me lo ritrovai davanti, nelle vesti di presidente, non me la sentii di fare richieste e dissi a lui di mettere la cifra dell'ingaggio. Mi andò bene, era più di quello che avrei chiesto".


Un’immagine dello scudetto alla Lazio?

"Al fischio finale della nostra partita, tutti ad ascoltare gli ultimi minuti di Perugia-Juventus alla radiolina. Chi nello spogliatoio e chi in tribuna, una tensione incredibile".

Cragnotti o Lotito?

"Il primo ha fatto investimenti importanti portando la Lazio in Borsa, l'altro ha pagato i debiti ed è arrivato con una mentalità diversa. Oggi sta andando avanti per la sua strada facendo quello che può, in base alle sue possibilità. Quando ci sono le stagioni negative i tifosi protestano e lui non fa un passo indietro. Me lo immagino a fare i conti tutte le sere per dare solidità alla società".


Un ricordo di Mihajlovic?

"Le punizioni. Otto volte su dieci le metteva all'incrocio, ma come si incazzava quando gliele prendevo…".


Nel 2000 sei andato all'Inter di Lippi che dopo un ko disse: 'Se fossi il presidente manderei via l'allenatore e prenderei a calci in culo i giocatori'. Voi come avete reagito?

"Dà fastidio che un tuo allenatore faccia un'uscita del genere, ma non abbiamo fatto in tempo ad avere un confronto perché poco dopo andò via. Essendo ambizioso, forse aveva capito di non avere la squadra all'altezza degli obiettivi che si era prefissato".


Che rapporto avevi con lui?

Che rapporto avevi con lui?

"L'avevo avuto anche a Cesena dove facevo il secondo a Fontana; lo incrociai anni dopo, ci salutammo e sentii che disse a un suo giocatore: 'Se mi giro Ballotta mi dà una coltellata, perché a Cesena meritava di giocare'. Forse è per quel motivo che mi prese all'Inter, nonostante nello scambio con Peruzzi la Lazio voleva inserire Marchegiani".


Che tipo era Ronaldo?

"Un buono d'animo, faceva tanta beneficenza ed era sempre con il sorriso sulle labbra".


Oggi cosa fai?

"Dopo dieci anni al Castelvetro sto allenando i portieri in Eccellenza nel Medolla San Felice. In passato ho fatto un'esperienza da dirigente al Modena ma non c'erano le condizioni, in generale preferisco il campo alla scrivania".

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