Bambini manipolati: anche nei cartoni della Bbc entra la propaganda pro-migranti. C’è anche lo zampino di Soros

16 Giugno 2026 - 16:01
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Bambini manipolati: anche nei cartoni della Bbc entra la propaganda pro-migranti. C’è anche lo zampino di Soros

Bambini cartoni pro-migranti

Prima erano i talk show. Poi i giornali. Poi le serie televisive. Ora, a quanto pare, tocca pure ai cartoni per bambini. La battaglia culturale sull’immigrazione non passa più solo dalle aule parlamentari o dai cortei con gli striscioni. Entra nelle case, si traveste da commedia familiare, parla ai bambini di sette anni e pretende pure di chiamarsi «sensibilizzazione». A rivelarlo è il Telegraph, che ha ricostruito il lavoro di alcune organizzazioni britanniche impegnate nel cosiddetto «cambiamento narrativo»: formula elegante per dire una cosa molto semplice, cioè provare a spostare l’opinione pubblica verso una visione più favorevole ai clandestini.

Finanziamenti da 5 milioni

Al centro dell’inchiesta c’è Heard, ente fondato nel 2021 e destinatario, secondo quanto riportato, di oltre 4,5 milioni di sterline in finanziamenti. Oltre 5 milioni di euro. La sua missione dichiarata non lascia troppo spazio all’immaginazione: «Spostare gli atteggiamenti, le norme e le preferenze politiche della collettività». Tradotto: cambiare il modo in cui i cittadini guardano a certi temi. E tra questi, naturalmente, c’è il fenomeno migratorio.

Il passaggio più delicato riguarda Pickle Storm, sitcom per l’infanzia trasmessa da CBBC, il canale della Bbc dedicato ai minori. La protagonista è Pickle, una giovane aliena costretta a fuggire dalle persecuzioni sul proprio pianeta e a trovare rifugio in una cittadina britannica. La trama è costruita sullo shock culturale della sua famiglia, raccontato in chiave comica.

Fin qui, nulla di scandaloso. Il problema nasce quando, secondo un rapporto di Heard citato dal Telegraph, l’organizzazione sostiene di aver incontrato i produttori della serie con l’obiettivo di «entrare nei media per bambini» e incidere «direttamente sul modo in cui la migrazione viene inquadrata nei contenuti destinati ai più piccoli». La linea rossa è stata superata. Siamo davanti al tentativo dichiarato di orientare linguaggio, cornice emotiva e sottotesto politico. Il tutto dentro un prodotto pensato per chi non ha ancora gli strumenti per distinguere tra educazione e propaganda.  

La Bbc respinge l’accusa di condizionamento e sostiene che Heard non abbia avuto alcun potere sul montaggio o sulla produzione del programma. L’emittente spiega inoltre che consultare esperti esterni è una prassi normale. Difesa prevedibile. Ma se un’organizzazione si vanta di aver contribuito a modificare il racconto della migrazione nei programmi per l’infanzia, il fatto non può essere liquidato come una normale consulenza.

La soap opera come laboratorio politico

Il meccanismo non si fermerebbe ai bambini. Heard avrebbe lavorato anche con gli autori di Coronation Street, storica soap opera di ITV, contribuendo — secondo quanto sostenuto dall’ente — alla costruzione della storyline di Daryan, giovane richiedente asilo iracheno. Il personaggio viene rappresentato in modo apertamente compassionevole, mentre l’antagonista è Griff, agitatore di destra che si lamenta dei musulmani, recluta giovani bianchi della classe operaia e arriva a picchiare il richiedente asilo. Lo schema sinistro è elementare: da una parte il migrante vittima, dall’altra la destra cattiva, rozza, violenta. Non proprio una sfumatura da Dostoevskij.

ITV ha confermato di aver lavorato con il gruppo, ma ha precisato che gli autori avevano già pensato al personaggio prima della consulenza. Anche qui: nessuna ammissione di regia politica. Ma la fotografia resta quella di un ecosistema in cui associazioni militanti dialogano con sceneggiatori, produttori e redazioni per correggere la percezione pubblica dei migranti.

E spunta Soros

Nello stesso ecosistema si muove anche Pop Change, iniziativa britannica nata per usare la cultura pop come leva per modificare il sentiment verso i profughi. Ed è qui che compare George Soros. Come riportato sul Telegraph, il progetto è stato finanziato inizialmente dalle sue Open Society Foundations — rete di fondazioni filantropiche tanto cara al Pd.

Pop Change fa capo a Counterpoint Arts, organizzazione che dichiara di voler contrastare le narrazioni anti-migrazione. L’obiettivo è usare cinema, fiction e media per «cambiare il modo in cui parliamo, pensiamo e sentiamo la migrazione». Più chiaro di così. La stessa Counterpoint avrebbe collaborato con Bafta per formare giovani filmmaker sul cosiddetto «potere narrativo» e sul cambiamento sociale, organizzando anche incontri con responsabili di Bbc Films e Bbc Radio Drama. Insomma, la cultura pop come cavallo di Troia. La fiction come palestra ideologica. E il pubblico come materiale da rieducare.

I notiziari e il «pubblico persuadibile»

Non finisce qui. Imix, ennesima organizzazione specializzata, punta invece a lavorare con giornalisti di diversi media per raggiungere quello che nei suoi documenti viene definito il «centro misto», cioè la nicchia persuadibile: persone non militanti, non ideologizzate, non già convinte. In altre parole, il vero terreno di conquista.

L’organizzazione si sarebbe vantata di aver contribuito alla pubblicazione di centinaia di storie favorevoli sulla stampa nazionale britannica. Tra queste, un articolo della Bbc su rifugiati fuggiti da un Paese in guerra e accolti da una nuova «famiglia» in Gran Bretagna, oltre a un servizio dell’Independent su rifugiati africani Lgbt impegnati contro il sistema d’asilo. Alcuni contenuti sarebbero stati ideati in risposta a eventi politici specifici: il piano Rwanda, le tensioni sugli hotel per richiedenti asilo, i disordini del 2024. In pratica, contro-narrazione organizzata. Le testate ribattono dicendo che ogni proposta viene valutata sulla base del merito editoriale e che le decisioni finali spettano ai responsabili delle notizie. Si gioca a scarica barile…

Il modello: emozione prima dei fatti

L’obiettivo di chi muove i fili è soltanto uno: rendere digeribile ciò che, per una parte crescente degli inglesi, non lo è più. Specialmente dopo quanto accaduto a Belfast. Guai a raccontare i costi, i reati commessi da stranieri, i fallimenti dei governi laburisti sull’integrazione o l’impatto di tutto questo sulle comunità locali. Meglio raccontare la favola, strumentalizzare l’empatia, isolare il caso umano e trasformarlo in chiave universale.

È il metodo della galassia progressista globale, quella che da anni investe milioni nella produzione di consenso culturale: non conquistare solo le leggi, ma l’immaginario.

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