Bardella è il volto da premier con cui Le Pen vuole rassicurare i francesi

08 Luglio 2026 - 04:53
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Bardella è il volto da premier con cui Le Pen vuole rassicurare i francesi

Marine Le Pen proverà per la quarta volta a diventare presidente della Repubblica francese. Dopo tre sconfitte elettorali, una al primo turno nel 2012 e due al ballottaggio contro Emmanuel Macron nel 2017 e nel 2022, la leader sovranista ha deciso di correre di nuovo, approfittando della sentenza della Corte d’appello di Parigi. I giudici hanno confermato ieri la condanna per appropriazione indebita di fondi pubblici europei e le hanno inflitto tre anni di reclusione, di cui due sospesi e uno da scontare sotto sorveglianza elettronica, più centomila euro di ammenda. Ma hanno anche ridotto il periodo di ineleggibilità in modo da permetterle di candidarsi alle presidenziali del 2027. Le Pen ha annunciato il ricorso in Cassazione, l’ultima leva giudiziaria per provare a sospendere l’esecuzione della pena più sgradevole per una candidata all’Eliseo: fare campagna elettorale con un braccialetto elettronico.

La leader sovranista potrebbe arrivare da favorita al primo turno del 18 aprile: il Rassemblement national, secondo gli ultimi sondaggi, è tra il 31 e il 32 per cento. Il problema di Le Pen, però, è sempre stato il secondo turno. Il precedente che la ossessiona è il dibattito finale contro Emmanuel Macron nel 2017: aveva la possibilità di fare pesare la sua esperienza contro un giovane e apparentemente inesperto candidato, ma finì invece per dare l’immagine di una leader aggressiva, imprecisa, incapace di reggere il dossier economico e monetario su cui veniva attaccata. Macron la spinse sulle contraddizioni dell’uscita dall’euro, lei perse il controllo del ritmo, si perse, come fa spesso, in inutili sarcasmi e appunti confusi, e quel dibattito fissò nell’immaginario francese l’idea di una leader capace di raccontare benissimo i problemi, ma carente nelle soluzioni. 

Quella batosta accelerò a una scelta che i media francesi hanno chiamato dédiabolisation. Tradotto: il processo di normalizzazione del partito culminato nel 2018 con il cambio di nome da Front national a Rassemblement national. Le Pen ha continuato a proporre politiche radicali su immigrazione e sicurezza, ma con un linguaggio non più apertamente razzista e provocatorio. Le espulsioni simboliche, la selezione dei nuovi candidati e la rimozione delle figure più compromesse hanno tagliato i legami più imbarazzanti con la vecchia cultura del FN fondato dal padre Jean-Marie Le Pen nel 1972. Il prodotto più presentabile di questo cambiamento è Jordan Bardella, presidente di RN dal 2022. 

Nonostante la giovane età, il trentenne francese è stato più volte indicato come un degno sostituto in caso di interdizione di Le Pen. Se fosse lui il candidato del RN, i sondaggi sarebbero ancora più favorevoli, soprattutto al ballottaggio. Nelle simulazioni del secondo turno fatte dagli istituti Harris Interactive ed Elabe, anche il trentenne francese batterebbe tutti gli avversari: Gabriel Attal, esponente di Renaissance (57 a 43); Raphaël Glucksmann, leader di Place publique (58,5 a 41,5); Jean-Luc Mélenchon, leader della France insoumise (68 a 32) e Bruno Retailleau, presidente dei Républicains (58 a 42). L’unico a batterlo sarebbe Édouard Philippe, candidato di Horizons (48,5 a 51,5).

«Con Jordan Bardella, daremo il via a questa campagna presidenziale e sarà insieme che andremo a convincere i francesi che siamo gli unici in grado di prendere buone decisioni per cambiare il loro futuro», ha ribadito eri Le Pen al Tf1 (il nostro Tg1) delle 20. Lo aveva già annunciato il 4 luglio, in un comizio a Liévin, nel Pas-de-Calais, di fronte ai militanti, tre giorni prima della sentenza.

La leader sovranista vuole legarsi il più possibile a un politico che finora si è dimostrato non così indigesto a una parte crescente dei suoi connazionali. La carta d’identità aiuta sempre in politica, se si sa quali dati mostrare. Bardella può dire con tono calmo molte delle stesse cose di Marine senza sembrare il custode di una Francia chiusa, perché viene da una famiglia italiana: un’immigrazione un tempo povera e sospettata, quando i nostri connazionali potevano essere respinti dai ristoranti al pari dei cani, e oggi pienamente assorbita nel racconto nazionale francese.

A questa credenziale, già forte di per sé, aggiunge quella del luogo di nascita. Il futuro leader del RN è nato a Drancy il 13 settembre 1995, ed è cresciuto a Seine-Saint-Denis, appena dieci chilometri a nord-est di Parigi: il dipartimento “93”, che in Francia è diventato sinonimo delle promesse mancate dell’integrazione a causa del suo alto tasso di povertà e basso indice di vita media rispetto ai territori più ricchi dell’Île-de-France. È una periferia urbana giovane e popolare, segnata dall’immigrazione storica, dalla deindustrializzazione e da servizi pubblici spesso inferiori ai suoi bisogni. Il luogo che la sinistra francese ha raccontato per decenni come vittima della disuguaglianza diventa, nella retorica credibile di Bardella, la prova del fallimento dell’integrazione e dell’autorità repubblicana. Queste due credenziali gli permettono di parlare di immigrazione non come un ideologo della provincia conservatrice, ma come qualcuno che sostiene di aver visto da vicino ciò che il RN chiama perdita di controllo dello Stato.

C’è una parte di narrazione nella sua biografia, ma non è detto che questo sia uno svantaggio elettorale. Bardella non è il classico figlio duro della banlieue, qualsiasi cosa voglia dire nel nostro immaginario e in quello francese; è anche il ragazzo rapidamente sottratto al percorso scolastico pubblico ordinario, formato in istituti privati cattolici come Saint-Vincent-de-Paul e Jean-Baptiste-de-La-Salle. La madre, Luisa Bertelli-Motta, è un Atsem, acronimo di agent territorial spécialisé des écoles maternelles. Ovvero una dipendente comunale che nelle scuole dell’infanzia, accanto alle maestre, aiuta i bambini nelle attività quotidiane, nell’igiene, nei pasti, nell’accoglienza e nella gestione materiale della classe. Il padre, Olivier Bardella, dirige una piccola impresa di distributori automatici di bevande e dolciumi. La contraddizione esiste, ma politicamente è utile. Agli elettori popolari appare credibile perché rivendica una realtà che conosce; alla borghesia di destra non risulta respingente perché non sembra prigioniero di quel contesto.

La trasversalità è forse il vero punto di forza di Bardella. Conquista i giovani con frasi brevi e adatte a TikTok, mostrando di dominare meglio di quasi tutti i suoi rivali l’era delle clip social. Non spaventa una parte dell’elettorato moderato perché il suo atteggiamento educato e formale, spesso da primo della classe, è più gradevole della teatralità che ha spesso reso l’estrema destra, e anche l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, impresentabile al secondo turno.

Dopo dieci anni di macronismo, Bardella offre ai francesi una spiegazione logica e non urlata del declino percepito. Se il potere d’acquisto si è indebolito, è perché lo Stato tassa troppo. Se la scuola ha perso autorità, è perché la Repubblica avrebbe smesso di proteggere chi insegna. Se la sicurezza peggiora, la colpa è dell’immigrazione e dell’impunità dei criminali. Se la Francia pesa meno nei tavoli internazionali, il responsabile è il trasferimento di sovranità verso Bruxelles. È una retorica elementare, come quelle dei sovranisti, ma Bardella la rende meno rozza e più logica.

Sull’immigrazione, il cuore del programma resta quello storico del RN. Bardella vuole restringere la possibilità per un bambino nato in Francia da genitori stranieri di ottenere la cittadinanza francese. Ma non lo dice con il linguaggio biologico della vecchia estrema destra. Non parla di sangue, né di razza. Definisce il cosiddetto “diritto del suolo” una «pompa aspirante di flussi migratori». Un’espressione volutamente asettica e tecnica per far apparire logica e non ideologica una misura radicale. 

Bardella ha proposto più volte una doppia frontiera, europea e nazionale. Cioè limitare la possibilità per i cittadini extraeuropei titolari di un permesso di soggiorno rilasciato da un altro Stato membro di muoversi automaticamente nello spazio Schengen. «Arrivare in Italia e ottenere un titolo di soggiorno non deve dare il diritto di circolare in tutti i paesi europei», ha spiegato. Nei fatti, il presidente di RN propone rimettere una frontiera francese dentro Schengen, ma a parole no. Non si sognerebbe mai di dire apertamente di abolire la libera circolazione dei cittadini dell’Unione, preferisce mostrarla come una misura difficilmente compatibile con le regole attuali.

Come qui da noi Giorgia Meloni, anche Bardella ha imparato la lezione della Brexit. Non propone l’uscita dall’Unione europea, ma di rovesciare i rapporti di forza interni: meno autonomia alla Commissione europea, più centralità agli Stati nazionali. In un incontro a Varsavia con il presidente della repubblica polacca, Karol Nawrocki, Bardella ha detto di voler rimettere l’Unione «al servizio delle nazioni». Una espressione copia carbone de «L’Europa delle nazioni» di cui parla spesso la nostra presidente del Consiglio.

Bardella promette meno tasse, più protezione, più spesa per sicurezza, difesa e scuola. E fin qui son bravi tutti, all’opposizione. Al governo, però, le promesse non basteranno. Se diventerà il primo ministro di una presidenza Le Pen non potrà governare soltanto con clip ben tagliate e interviste controllate in cui non alza quasi mai il tono, e se viene interrotto, ricomincia il ragionamento. All’Hotel Matignon, la sede del primo ministro, dovrà spiegare che servono misure drastiche per sistemare l’economia di un paese che ha il 116 per cento di debito pubblico in proporzione al prodotto interno lordo. Lì capiremo se Bardella è solo il volto rassicurante della normalizzazione o l’uomo capace di trasformare il Rassemblement National in un partito di governo.

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