Bloomberg: il caso Manchester City mette sotto pressione i rapporti Regno Unito-Emirati e gli investimenti

02 Ottobre 2026 - 17:00
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Il verdetto della Premier League contro il Manchester City sta assumendo una dimensione diplomatica nei rapporti tra Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti, con Abu Dhabi che avrebbe avvertito il governo britannico circa la severità delle sanzioni nei confronti del club: una penalità giudicata eccessiva potrebbe incidere sulla disponibilità emiratina ad assumere in futuro nuovi impegni di investimento su larga scala nel Paese. Lo riferisce l’agenzia d’informazione statunitense “Bloomberg”, citando persone a conoscenza delle interlocuzioni tra le parti. Secondo le fonti, funzionari degli Emirati considerano le decisioni della Premier League sul Manchester City suscettibili di avere ripercussioni sulla relazione bilaterale con Londra.

La tensione arriva dopo che una commissione indipendente ha riconosciuto il club colpevole di quasi tutte le 115 contestazioni formulate dalla Premier League nell’ambito di un’indagine durata quattro anni, stabilendo tra l’altro che tra le stagioni 2009-2010 e 2017-2018 il City avrebbe utilizzato accordi commerciali fittizi con alcuni sponsor per gonfiare artificialmente i ricavi e ridurre i costi. Secondo la commissione, il meccanismo avrebbe consentito di alterare i risultati finanziari del club per oltre 900 milioni di sterline (circa un miliardo di euro). La Premier League ha precisato che, nell’ambito dello schema individuato, alcuni sponsor erano tenuti a versare soltanto una parte delle somme indicate nei contratti, mentre il resto proveniva dall’Abu Dhabi United Group Investment & Development (Adug), proprietario del club. Il Manchester City ha respinto le conclusioni, affermando di essere innocente e di disporre di un “corpo completo di prove inconfutabili” a sostegno delle proprie posizioni, e ha annunciato ricorso. Le possibili sanzioni non sono state ancora stabilite e potrebbero comprendere una penalizzazione in classifica, ammende e, nello scenario più grave previsto dalle regole della Premier League, anche l’espulsione dalla competizione.

La vicenda coinvolge direttamente uno degli asset più visibili della presenza emiratina nel Regno Unito. Il Manchester City è controllato dal 2008 dall’Abu Dhabi United Group, riconducibile allo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti, vice primo ministro e fratello del presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Sotto la proprietà emiratina il club si è trasformato in una delle principali potenze del calcio europeo, conquistando otto titoli della Premier League e diventando, secondo “Bloomberg”, uno dei più efficaci strumenti di proiezione internazionale del “soft power” di Abu Dhabi. A presiedere il Manchester City è Khaldoon Al Mubarak, che è anche amministratore delegato del fondo sovrano Mubadala Investment Company e una delle figure centrali nei rapporti economici tra Abu Dhabi e Londra. La posta in gioco, tuttavia, va ben oltre il semplice calcio giocato. Negli ultimi cinque anni gli Emirati Arabi Uniti hanno investito quasi 30 miliardi di sterline (circa 35,3 miliardi di euro) nel Regno Unito in settori che comprendono difesa, scienze della vita e tecnologia.

L’accordo originario di investimento prevedeva un impegno di circa 10 miliardi di sterline (circa 11,75 miliardi di euro) da parte di Mubadala, ma il volume complessivo degli investimenti emiratini ha successivamente raggiunto quasi 30 miliardi. Londra e Abu Dhabi stanno inoltre preparando un vertice sugli investimenti previsto nel corso di ottobre, nel quale il governo britannico punta a ottenere ulteriori impegni finanziari. Secondo “Bloomberg”, funzionari emiratini hanno fatto sapere alle controparti britanniche che una sanzione particolarmente pesante contro il Manchester City potrebbe ridurre la propensione di Abu Dhabi verso nuovi investimenti di grande portata nel Regno Unito. Le fonti citate dall’agenzia sottolineano che gli Emirati considerano quindi l’azione della Premier League non soltanto come una questione sportiva, ma come un elemento capace di incidere sui rapporti tra i due Stati.

Il fronte di tensione, tuttavia, non nasce solo dal lato emiratino. Secondo altre fonti citate da “Bloomberg”, anche alcuni funzionari del governo britannico sarebbero irritati dalla condotta delle controparti del Golfo nella gestione della vicenda e riterrebbero che esponenti degli Emirati potessero essere a conoscenza dell’entità delle irregolarità contestate al Manchester City, nonostante le assicurazioni fornite in senso contrario. Il governo britannico continua in ogni caso a sottolineare privatamente che non può intervenire sull’inchiesta, poiché la regolamentazione sportiva e i procedimenti giudiziari devono restare indipendenti dall’esecutivo. Un portavoce del governo britannico ha rifiutato di commentare queste indiscrezioni, mentre il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti non ha risposto alle richieste di dichiarazioni dell’agenzia statunitense. Il caso ha aperto divisioni anche all’interno del governo britannico.

Il primo ministro Andy Burnham, già sindaco di Manchester, aveva dichiarato il 30 settembre che sarebbe “davvero preoccupato” dalla prospettiva di perdere gli attuali proprietari del club, sottolineando il contributo degli investimenti di City Football Group alla trasformazione della città. “Sono stati un partner enorme nella costruzione della Manchester moderna”, aveva affermato Burnham. Le dichiarazioni hanno suscitato perplessità tra alcuni esponenti governativi, preoccupati che potessero apparire come un’interferenza politica nel procedimento. Downing Street è successivamente intervenuta precisando che il Manchester City non è “al di sopra delle regole” e ribadendo l’autonomia degli organismi competenti. Il dossier si inserisce inoltre in una fase delicata dei rapporti bilaterali. La cooperazione nel settore della difesa ha assunto maggiore rilevanza a causa delle tensioni in Medio Oriente, mentre restano aperte altre questioni controverse, tra cui le accuse rivolte agli Emirati per il loro ruolo nella guerra civile in Sudan e il fallito tentativo, sostenuto da capitali emiratini, di acquisire il quotidiano britannico “The Telegraph”.

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