Caldo estremo e Pil, conto salato per l’economia: ecco quanto rischia di perdere l’Italia
Le estati sempre più torride frenano la crescita: allarme su lavoro e investimenti
Le ondate di calore non rappresentano più soltanto un problema ambientale. Temperature elevate, periodi sempre più lunghi di afa e notti tropicali stanno producendo effetti concreti anche sull’economia. Secondo il report Allianz Il caldo estremo e gli impatti sulla crescita economica riportato da Skytg24, l’Italia è tra i Paesi europei che rischiano di subire le conseguenze più pesanti, con una perdita potenziale di crescita stimata fino a 128 miliardi di euro entro il 2030.
Aziende sotto pressione tra costi energetici e stop alle attività
L’aumento delle temperature si traduce in una crescita dei costi sostenuti dalle imprese per mantenere ambienti di lavoro adeguati. La climatizzazione richiede consumi energetici sempre maggiori, mentre i rincari dell’energia aggravano ulteriormente il quadro.
Nel frattempo, in diversi Paesi europei si stanno diffondendo misure straordinarie per tutelare la salute dei lavoratori. In alcuni casi viene disposto lo stop delle attività nelle ore più calde della giornata, soprattutto per chi opera all’aperto, come muratori, addetti alle consegne e lavoratori agricoli.
Italia tra i Paesi più esposti alle perdite di Pil
L’effetto combinato di minore produttività e maggiori consumi energetici rischia di rallentare la crescita economica. Allianz stima che entro il 2030 i Paesi maggiormente colpiti potrebbero registrare una perdita di Pil compresa tra il 5% e il 7%.
Tra le economie europee, la Spagna potrebbe perdere fino a 104 miliardi di euro, la Germania circa 114 miliardi. L’Italia presenta la stima più elevata, con un impatto che potrebbe arrivare a 128 miliardi di euro di crescita mancata.
Lo stress termico riduce rendimento e concentrazione
Le conseguenze del caldo non riguardano soltanto le attività fisicamente più impegnative. Le alte temperature influiscono anche sulle capacità cognitive, sulla concentrazione e sulla qualità del sonno. Fattori che finiscono per incidere direttamente sulla produttività.
Secondo Allianz Trade, la quota di ore lavorative perse a livello globale è destinata a salire dall’1,4% registrato nel 1995 al 2,2% entro il 2030. Le situazioni più critiche si registrano nelle aree del pianeta dove il caldo raggiunge livelli estremi per lunghi periodi dell’anno. In regioni come l’Asia meridionale e l’Africa occidentale, la perdita di ore lavorate nell’arco di 35 anni potrebbe oscillare tra il 4,8% e il 5,3%.
Maggiore spesa pubblica
Le temperature record incidono anche sui bilanci degli Stati. Strade, ferrovie e reti di trasporto sono sempre più esposte ai danni provocati dal caldo intenso, con conseguente aumento degli interventi di manutenzione e ripristino.
A ciò si aggiungono i rischi legati all’aumento della domanda energetica, che può favorire blackout e interruzioni dei servizi. Sul piano macroeconomico, Allianz evidenzia inoltre come l’incremento dei consumi possa sottrarre risorse agli investimenti, determinando una contrazione fino all’8%.
Il rischio della stagflazione
Il report richiama l’attenzione anche sul possibile ritorno di dinamiche stagflazionistiche. Gli shock legati al caldo potrebbero infatti combinarsi con una crescita economica più debole, un aumento dell’inflazione e maggiori difficoltà sul fronte occupazionale.
Il rallentamento della produttività rischia inoltre di ridurre il gettito fiscale. Le stime indicano un calo delle entrate compreso tra lo 0,7% in Germania e l’1,8% in Francia. Una prospettiva che potrebbe complicare ulteriormente il percorso di riduzione dei disavanzi pubblici in Paesi come Italia, Spagna e Francia, dove il deficit resta vicino al 5% del Pil.
Europa impreparata di fronte all’emergenza caldo
Secondo Allianz, nessuno Stato europeo dispone oggi di strumenti sufficienti per neutralizzare completamente gli effetti economici delle ondate di calore.
L’Unione europea ha avviato programmi di lungo periodo come Fit for 55, che punta a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030. Tuttavia, le risposte dei governi restano frammentate. Alcuni Paesi si distinguono per iniziative specifiche, come la Spagna sul fronte della tutela dei lavoratori o la Francia per le norme edilizie, ma manca ancora una strategia coordinata a livello continentale.
L’avvertimento della Bce
Le conseguenze economiche del riscaldamento climatico sono state al centro anche del Climate, Nature and Monetary Policy Conference tenutosi a maggio a Francoforte.
In quell’occasione il capo economista della Banca centrale europea, Philip R. Lane, ha stimato che tra il 1960 e il 2019 il caldo abbia comportato una perdita cumulata pari al 20% del Pil mondiale, equivalente a circa lo 0,3% l’anno.
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