«Carcere, le coscienze si ribellino davanti a situazioni disumane»

13 Luglio 2026 - 15:55
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«Carcere, le coscienze si ribellino davanti a situazioni disumane»
Detenuti dietro le sbarre (Agenzia Fotogramma)Detenuti dietro le sbarre (Agenzia Fotogramma)

Nei giorni scorsi Caritas Ambrosiana ha ospitato e partecipato insieme alla Casa della Carità alla presentazione pubblica del XXII Rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione. Ne parliamo con Ileana Montagnini, responsabile dell’area Carcere e giustizia di Caritas.

Qual è la vostra posizione rispetto alle emergenze di oggi?
Riprenderei un pensiero espresso da Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza, e che noi sposiamo: «Non parliamo nemmeno più di rieducazione, ma parliamo di umanità». Ciò che sta accadendo in carcere adesso non è umano, e questo ci deve costantemente scandalizzare. È la prima volta che interveniamo insieme alla Casa della Carità e lo faremo ancora perché è finito il tempo di stare zitti. Un carcere a Firenze è commissariato dalla magistratura di sorveglianza; se applicassero lo stesso criterio anche da noi, perché non ci sono i presupposti per la vivibilità, non so quante persone andrebbero scarcerate. Siamo arrivati a questo punto.

Qual è il ruolo di Caritas rispetto all’ambito penitenziario? In passato coordinavate anche una rete di housing sociale, ma oggi qual è il vostro impegno?
Oggi il nostro ruolo è quello che, in termini più laici, si definisce di advocacy. Per noi significa dare voce a chi non ha voce. Quindi il nostro ruolo è rendere visibile ciò che scuote le nostre coscienze perché ingiusto. Ci rivolgiamo senz’altro alla comunità cristiana, ma anche a quella civile. Noi dobbiamo rendere palese ciò che per più ragioni è nascosto, non visibile e soprattutto scomodo. Vogliamo informare e poi chiederci insieme cosa fare per cambiare le cose.

Quindi non da soli…
Certamente non da soli. Noi sentiamo che la rete, non soltanto quella degli operatori, degli addetti ai lavori, ma della coscienza delle persone, è quella da interpellare. Noi ci rivolgiamo in questo momento a tutti i cittadini, quelli che passano per il centro di Milano, vicino alle mura di San Vittore e che non si rendono conto perché non viene esplicitato che dentro c’è un’umanità dolente, non soltanto per questioni di tipo criminale. C’è un’umanità che soffre di salute mentale, soffre nel fisico, soffre perché dipende da sostanze, perché ha un background migratorio che porta ancora più traumi. Se Caritas non dicesse cosa succede lì dentro – come in tanti altri luoghi -, abdicherebbe alla sua funzione.

L’arcivescovo Delpini ha espresso preoccupazione sulle condizioni detentive, sia nel suo ultimo Discorso alla città, sia nella prefazione al libro di Roberto Mozzi Fuori legge. La Chiesa di Milano quindi non tace…
La Chiesa non tace. Ci sembra che l’Arcivescovo sia particolarmente sensibile al grido di sofferenza che viene da questi luoghi perché ha capito bene la situazione. Ci rimanda sempre il fatto che ci sono fratelli che soffrono non per un dettame costituzionale, del Vangelo, della rieducazione; non c’è scritto da nessuna parte, ancora meno nell’Ordinamento penitenziario, che in carcere si debba soffrire o che la pena si debba eseguire in carcere. Nella Costituzione non compare la parola carcere. Quindi questa è una stortura della giustizia.

Oltretutto nella Costituzione si parla di pene al plurale…
Esatto. Non di una, che è quella a cui pensiamo tutti “di pancia”, ma non c’è scritto così, ed è sotto gli occhi di tutti che quella detentiva è la meno efficace e costosa. Non giova a chi è dentro e neppure a chi è fuori. Nella presentazione del Rapporto Antigone tutti gli interventi hanno sottolineato come la separatezza, isolare le persone, sia la strada più sbagliata di tutte. Sono quindi le mura a dover cadere.

In conclusione?
È arrivato il momento di avere coraggio e di non lasciarsi assuefare da una narrazione unica che, sono convinta, non sia quella delle nostre coscienze. Sentiamo un anelito di ribellione a quello che sta succedendo, ma siamo molto presi, molto di corsa, molto inseriti in un contesto così gravante e multiproblematico che il rischio è di pensarlo normale. Se ci ascoltiamo bene ci accorgiamo che questo non è normale.

 

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