Carlo Petrini, l’agnostico “pio”

22 Maggio 2026 - 10:46
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Carlo Petrini, l’agnostico “pio”
Carlo Petrini @JenniferOlsonBassa

Giovedì 21 maggio è scomparso Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Aveva 76 anni. Lo ricordiamo ripubblicando l’intervista uscita sul numero di ottobre 2022 del mensile diocesano Il Segno.

È senza dubbio il senso di impotenza la sensazione peggiore che provano le persone – sempre di più – che hanno a cuore la salvezza del pianeta. Allora può essere consolatorio leggere il libro Possiamo salvare il mondo prima di cena (Guanda, 2020). Non che l’autore, lo scrittore Jonathan Safran Foer, sia tenero con il genere umano, che lui vede avviato a grandi passi verso l’estinzione. Nello stesso tempo, però, Safran Foer indica una via molto semplice per evitare il baratro: ridurre il consumo di carne a non più di una o due volte alla settimana.

Davvero questo piccolo gesto, compiuto nella quotidianità delle nostre cucine, può avere un impatto significativo sul climate change? Ne abbiamo parlato con uno che di cibo e di sostenibilità se ne intende: Carlo Petrini, fondatore del movimento Slow food e presidente dell’università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo.

Che cosa c’entra la carne con i livelli di Co2 in atmosfera?
Il sistema alimentare nel suo complesso è il principale responsabile di produzione di Co2, cosa che lascia soprese molte persone, convinte che l’eccesso di anidride carbonica in atmosfera sia dovuto soprattutto alla mobilità e all’industria. In realtà, la complessa filiera del comparto agroalimentare è responsabile per il 37% della produzione globale di Co2, di questa il 24% è da imputare in maniera diretta ad agricoltura e allevamento. Per parlare in particolare della carne, l’allevamento intensivo ha un impatto enorme e non solo per quanto riguarda la produzione di Co2, ma anche per la perdita di biodiversità.

In che senso?
Pensi che a livello planetario, di tutte le specie avicole il 70% è costituito dai polli di allevamento. Tutti gli altri volatili, dai passerotti alle aquile, costituiscono solo il 30%. I mammiferi, compresi noi umani, sono costituiti per il 50% da bestiame da allevamento, che prende il sopravvento su altre specie e non soltanto su quelle selvatiche. Si è lavorato geneticamente per selezionare le specie più redditizie, in cui per esempio la massa di carne si concentrasse nel petto. Abbiamo trattato la natura come una catena di montaggio. Ora, prendere atto che il sistema alimentare è responsabile di più di un terzo delle emissioni è molto importante, una mobilitazione a livello individuale e collettivo rispetto alle scelte alimentari può diventare davvero determinante.

Quanto bisognerebbe ridurre il consumo di carne per avere risultati apprezzabili?
Alcuni comportamenti che oggi consideriamo abitudini consolidate in realtà non arrivano dalla notte dei tempi. Il consumo di carne in Italia nel secondo dopoguerra si attestava intorno ai 40-45 chili pro-capite all’anno, il che voleva dire mangiare carne un paio di volte alla settimana. Oggi siamo a 95 chili. E non è che negli anni Sessanta fossimo malnutriti, anzi, oggi sappiamo che mangiare troppa carne non fa bene, che sarebbe meglio ritornare a equilibri più consoni, considerando anche che siamo più sedentari rispetto ad allora.

Come possiamo sostituire la carne?
È un processo che si chiama “transizione proteica”. Significa passare alle proteine vegetali, orientando i nostri consumi sulle leguminose, che appartengono alla nostra storia alimentare: ceci, fagioli, lenticchie. Significa anche concedere una rinnovata attenzione alla produzione e alla preparazione delle verdure. Non si tratta di entrare in un periodo di mortificazione alimentare, anzi, può essere una svolta molto interessante dal punto di vista gastronomico.

Il Guardian ha inserito il suo nome nella lista delle 50 persone che possono salvare il pianeta. Quali dei principi di Slow food, l’associazione che ha fondato, sono orientati alla salvaguardia del pianeta?

C’è un elemento che grida vendetta davanti alla storia e che noi sottolineiamo con forza: in questo momento a livello globale si produce cibo per 12 miliardi di persone e il 30% del cibo prodotto viene buttato via. Mentre oltre 800 milioni di persone soffrono di malnutrizione, 1 miliardo e 600 milioni di persone sono colpite da malattie legate all’eccesso di alimentazione. È inaccettabile. Se è vero che nel 2050 la popolazione mondiale sarà di 11 miliardi di persone, non possiamo pensare di sfamarli producendo ancora più cibo, perché produrremo ancora più spreco. Il primo campo da arare è il terreno dello spreco: dobbiamo eliminarlo.

Il Papa la definisce agnostico “pio”. Cosa lega Slow food e la Laudato si’?
Ritengo senza ombra di dubbio che la Laudato si’ sia uno dei documenti più importanti di questo secolo. Purtroppo, non è stata pienamente compresa, né dal mondo laico, che erroneamente pensa di avere il monopolio sulle questioni ambientali, né da quello cattolico, che ha spesso preso le distanze dai movimenti ambientalisti. Eppure, più passa il tempo più la Laudato si’ dimostra una lucidità politica e ambientale impressionante. Collegare ambiente e giustizia sociale è stata un’assoluta novità. Per questo è riduttivo considerarlo un documento ambientalista, ma va visto per quello che è realmente: un rilevante documento sociale. La difesa della casa comune deve essere l’obiettivo di ogni uomo di buona volontà. La politica che non mette al centro questo traguardo pone le basi per una grave ingiustizia intergenerazionale. Ecco perché ho aderito con entusiasmo alla formazione delle Comunità Laudato si’, formazioni di base di credenti e non credenti che pongono questa enciclica come fondamento dei loro interventi.

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