Case di comunità, dopo lo scontro trovato l’accordo con i Medici di famiglia. Schillaci: «Passo decisivo per rafforzare la sanità territoriale»

26 Giugno 2026 - 15:32
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Previsto un impegno fino a sei ore settimanali con una tariffa unica nazionale. Per il ministro Schillaci l’accordo rappresenta un tassello fondamentale della riforma della medicina territoriale. Critico l’assessore lombardo Guido Bertolaso: «Serve una legge, non un accordo contrattuale»

di Elisabetta Turra

Le Case di comunità si preparano a entrare in una nuova fase. Dopo settimane di trattativa è stata infatti firmata l’ipotesi di accordo che disciplina la presenza dei medici di medicina generale all’interno delle nuove strutture territoriali previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), considerate uno degli strumenti principali per rafforzare l’assistenza di prossimità. L’intesa è stata sottoscritta dalla Sisac, che rappresenta le Regioni nella contrattazione, insieme ai sindacati Fimmg e Fmt. Il testo dovrà ora completare il previsto iter procedurale per entrare in vigore entro il 30 giugno 2026, rispettando così le scadenze fissate dal Pnrr. L’accordo arriva al termine di un confronto complesso tra Governo, Regioni e rappresentanze della medicina generale. Nelle settimane precedenti il dibattito si era concentrato anche sull’ipotesi di un intervento normativo che ridefinisse il ruolo dei medici di famiglia nella riforma della sanità territoriale. Alla fine si è scelta la strada della contrattazione, ritenuta la soluzione più rapida per consentire alle Case di comunità di diventare operative nei tempi richiesti.

Fino a sei ore settimanali nelle Case di comunità

L’intesa introduce un nuovo impegno organizzativo per i medici di medicina generale. L’attività nelle Case di comunità potrà arrivare fino a sei ore settimanali, per 48 settimane all’anno, nella fascia oraria compresa tra le 8 e le 20, con turni di almeno tre ore continuative. Per ogni ora di servizio sarà riconosciuto un compenso pari a 38,72 euro, oltre agli oneri previsti, secondo una tariffa uniforme valida su tutto il territorio nazionale.

L’organizzazione delle attività sarà affidata alle singole aziende sanitarie. Dopo aver utilizzato il personale già impegnato nelle attività orarie e aver consultato il referente dell’Aggregazione funzionale territoriale (AFT), spetterà alle aziende definire il fabbisogno della struttura e distribuire le ore residue tra i medici che operano nell’area della Casa di comunità, garantendo la continuità dell’assistenza.

Un tassello della riforma territoriale

L’accordo rappresenta uno dei passaggi più attesi della riforma dell’assistenza territoriale. Le Case di comunità sono infatti destinate a diventare il punto di riferimento dei cittadini per l’accesso ai servizi sanitari sul territorio, con un modello assistenziale fondato sull’integrazione tra professionisti e sulla presa in carico dei pazienti, in particolare quelli affetti da patologie croniche e fragilità. Il tema della presenza dei medici di famiglia era considerato uno degli aspetti ancora da definire per rendere realmente operative queste strutture. L’obiettivo non è soltanto rispettare i traguardi del Pnrr attraverso la realizzazione degli edifici, ma far sì che le Case di comunità possano offrire servizi concreti ai cittadini grazie alla presenza stabile dei professionisti sanitari.

Schillaci: «Un primo passo verso una medicina territoriale più forte»

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha accolto con favore la firma dell’accordo. «Sono sempre stato molto ottimista e ho sempre pensato che i medici di famiglia non si sarebbero potuti tirare indietro di fronte a un’opportunità e anche a una responsabilità come questa. Quindi sono contento che ci saranno i medici di medicina generale all’interno delle Case di comunità». Per il ministro, la presenza dei medici di famiglia rappresenta soltanto il primo passo di un percorso più ampio. “Questo è il primo passo per poi avere anche altri specialisti”, ha affermato, spiegando che il rafforzamento della medicina territoriale dovrà consentire una presa in carico più efficace dei pazienti cronici e contribuire, allo stesso tempo, a ridurre la pressione sui Pronto soccorso. Schillaci ha inoltre sottolineato che il raggiungimento degli obiettivi europei non può limitarsi alla costruzione delle strutture. «Le infrastrutture senza operatori sanitari dentro sarebbero servite a poco», ha osservato, evidenziando come la vera sfida sia rendere pienamente funzionanti le Case di comunità. Il ministro si è detto fiducioso anche sul raggiungimento dei target previsti dal Pnrr, pur riconoscendo l’esistenza di differenze tra le Regioni. Negli ultimi mesi, ha osservato, anche i territori inizialmente più indietro hanno accelerato il percorso, rendendo possibile una maggiore omogeneità nell’offerta dei servizi. Soddisfazione è stata espressa anche dalla Fimmg. Il segretario generale Silvestro Scotti ha definito la firma dell’intesa una dimostrazione di responsabilità da parte della medicina generale, sottolineando come l’accordo consenta di coniugare le esigenze dei professionisti con quelle dei cittadini e di rispettare i tempi previsti dal Pnrr per l’avvio delle nuove strutture.

Un’intesa che non convince tutti

L’accordo, tuttavia, non è stato condiviso da tutte le organizzazioni sindacali della medicina generale. Alcune sigle hanno scelto di non sottoscrivere il testo e il confronto sul futuro della categoria proseguirà nei prossimi mesi nell’ambito del rinnovo dell’Accordo collettivo nazionale. Il nuovo contratto rappresenta infatti un primo intervento specificamente dedicato alle Case di comunità, mentre il percorso di revisione complessiva della convenzione della medicina generale continuerà con i successivi tavoli negoziali. Tra le voci critiche c’è quella dell’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso, secondo il quale l’intesa raggiunta rappresenta una soluzione solo parziale. L’assessore ha ricordato come le Regioni avessero condiviso una proposta normativa volta a ridefinire il ruolo della medicina generale e ha espresso rammarico per il fatto che quella strada non sia stata percorsa. Secondo Bertolaso, una riforma di questa portata dovrebbe essere sostenuta da una specifica legge capace di definire con chiarezza competenze, responsabilità, diritti e doveri dei diversi professionisti coinvolti nella sanità territoriale, piuttosto che affidarsi esclusivamente a un accordo contrattuale.

La sfida inizia adesso

La firma dell’accordo rappresenta un passaggio importante per la riforma della medicina territoriale, ma non esaurisce il percorso. La vera verifica arriverà con l’attivazione delle Case di comunità e con la loro capacità di diventare un punto di riferimento stabile per i cittadini. Per i pazienti, soprattutto quelli affetti da patologie croniche, anziani e persone fragili, il nuovo modello dovrebbe tradursi in una presa in carico più vicina al territorio, con una maggiore integrazione tra medici di famiglia, specialisti, infermieri e servizi sociosanitari. L’obiettivo è duplice: migliorare la continuità delle cure e ridurre gli accessi impropri ai Pronto soccorso. Una sfida che andrà oltre il rispetto delle scadenze del Pnrr e che misurerà la capacità del Servizio sanitario nazionale di trasformare gli investimenti in un’organizzazione realmente efficace e omogenea su tutto il territorio nazionale.

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