Caso Balogun, Infantino finisce davanti all’etica olimpica: la FIFA sotto accusa per l’intervento di Trump

09 Luglio 2026 - 03:31
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Il presidente della FIFA Gianni Infantino sarà segnalato alla Commissione etica del Comitato Olimpico Internazionale per una possibile violazione della neutralità politica. Al centro della bufera c’è il caso Folarin Balogun, autorizzato a giocare contro il Belgio nonostante un cartellino rosso nella partita precedente, dopo l’intervento diretto del presidente americano Donald Trump.

Infantino nel mirino del CIO

La bufera sul Mondiale si sposta dal campo alla governance internazionale dello sport.

Il presidente della FIFA Gianni Infantino sarà oggetto di una denuncia alla Commissione etica del Comitato Olimpico Internazionale per una possibile violazione delle regole sulla neutralità politica.

A muoversi è FairSquare, organizzazione con sede a Londra attiva sui diritti umani e sulla governance nello sport. Secondo Reuters, il gruppo intende presentare un reclamo al CIO contro Infantino per presunte violazioni delle norme di neutralità politica, aggravate dal rapporto sempre più stretto con Donald Trump.

Il caso Balogun

Il nuovo fronte nasce dal caso Folarin Balogun.

L’attaccante degli Stati Uniti aveva ricevuto un cartellino rosso nella partita contro la Bosnia-Erzegovina, una sanzione che normalmente comporta una giornata automatica di squalifica. La FIFA ha però permesso al giocatore di scendere in campo nell’ottavo di finale contro il Belgio, dopo un intervento pubblico e diretto di Trump.

ABC aveva già ricostruito la vicenda, riportando che Infantino ha difeso la decisione della commissione disciplinare indipendente, mentre la scelta di sospendere la squalifica ha provocato una forte reazione internazionale.

Il Belgio, caricato dalla polemica, ha poi battuto gli Stati Uniti 4-1, eliminando i padroni di casa dal Mondiale.

Un precedente senza paragoni

La decisione su Balogun è stata definita da molti osservatori senza precedenti nel calcio moderno.

Non tanto per la revisione di una sanzione, quanto per il contesto: il presidente del Paese co-organizzatore del Mondiale ha rivendicato pubblicamente il proprio intervento presso la FIFA, sostenendo di aver chiesto una revisione del caso.

È qui che la questione sportiva diventa politica.

Se un capo di Stato può intervenire su una squalifica durante un Mondiale, il principio di indipendenza disciplinare viene messo in discussione. E se la FIFA accoglie o appare accogliere quella pressione, il danno reputazionale diventa enorme.

FairSquare: violata la neutralità politica

FairSquare sostiene che il comportamento di Infantino debba essere valutato anche dal CIO, perché il presidente FIFA è membro del Comitato Olimpico Internazionale dal 2020.

La neutralità politica è uno dei principi fondamentali dell’Olimpismo e riguarda anche i dirigenti delle federazioni sportive internazionali. Secondo Reuters, FairSquare aveva già presentato nel dicembre 2025 un reclamo alla Commissione etica della FIFA, accusando Infantino di aver violato l’articolo 15 del Codice etico FIFA attraverso il sostegno pubblico a Trump e alle sue politiche.

A sostenere quella iniziativa ci sarebbero anche la federazione calcistica norvegese e circa 50 membri del Parlamento europeo.

I legami Infantino-Trump

Il rapporto tra Infantino e Trump è sotto osservazione da tempo.

I due hanno costruito un legame stretto sin dal 2018, quando Stati Uniti, Canada e Messico ottennero l’organizzazione del Mondiale 2026. Da allora Infantino è stato più volte alla Casa Bianca e ha partecipato alla seconda inaugurazione presidenziale di Trump nel gennaio 2025.

Reuters ricorda anche il caso del FIFA Peace Prize, creato e assegnato a Trump in occasione del sorteggio del Mondiale a Washington nel dicembre 2025. FairSquare ha chiesto chiarimenti anche su quel premio, ritenendo che potesse configurare un abuso di potere o una violazione della neutralità dell’organizzazione.

Il CIO osserva

La presidente del CIO Kirsty Coventry ha dichiarato che l’organismo olimpico sta seguendo la vicenda.

Secondo Associated Press, Coventry ha spiegato che, se verrà ricevuto un reclamo formale, la Commissione etica lo esaminerà. Ha inoltre riconosciuto che il CIO ha osservato lo sviluppo del caso Balogun, soprattutto per le implicazioni legate all’interferenza politica in decisioni sportive durante un torneo ospitato anche dagli Stati Uniti, Paese che organizzerà anche i Giochi di Los Angeles 2028.

Il punto è delicato: il CIO non giudica direttamente le decisioni disciplinari della FIFA, ma può valutare la condotta dei propri membri rispetto ai principi olimpici.

La FIFA tace sul nuovo reclamo

La FIFA è stata contattata per un commento sulla possibile denuncia al CIO.

Fino a questo momento, secondo Reuters, non sono arrivati aggiornamenti sostanziali sul reclamo già presentato a dicembre alla Commissione etica interna della FIFA.

Questo silenzio alimenta un altro problema: la percezione che la FIFA non sia in grado, o non voglia, valutare con piena indipendenza la condotta del proprio presidente.

Un Mondiale segnato dalle polemiche

Il caso Balogun si inserisce in un Mondiale già attraversato da forti sospetti e tensioni.

The Guardian ha definito la vicenda un esempio di come la FIFA rischi di trasformare il calcio in intrattenimento “scripted”, cioè guidato da interessi politici e narrativi più che da regole sportive uguali per tutti.

È una critica pesante, ma fotografa il clima: il problema non è solo la singola squalifica. Il problema è la fiducia.

Se tifosi, federazioni e giocatori iniziano a credere che le decisioni possano cambiare per intervento politico, l’integrità del torneo viene compromessa.

La neutralità come principio fragile

La FIFA ha sempre sostenuto di essere politicamente neutrale.

Ma negli ultimi anni, tra rapporti con governi, assegnazioni dei Mondiali, premi simbolici, visite ufficiali e dichiarazioni pubbliche, la linea tra diplomazia sportiva e allineamento politico è diventata sempre più sottile.

Il caso Trump-Infantino-Balogun porta questa tensione al punto più visibile: non una frase di cortesia, non una foto istituzionale, ma una decisione disciplinare che ha inciso direttamente su una partita a eliminazione diretta.

Il Belgio ha risposto sul campo

Alla fine, il campo ha dato una risposta netta.

Balogun ha giocato, ma gli Stati Uniti sono stati eliminati dal Belgio con un pesante 4-1. La decisione della FIFA non ha salvato il percorso americano, ma ha lasciato dietro di sé una scia di polemiche molto più grande del risultato.

Per molti, proprio questo è il paradosso: l’intervento non ha cambiato il destino sportivo degli Stati Uniti, ma ha danneggiato la credibilità dell’intero processo disciplinare.

Una crisi di governance

La vicenda non riguarda soltanto Infantino.

Riguarda la governance del calcio mondiale. Riguarda il rapporto tra sport e potere politico. Riguarda la capacità delle istituzioni sportive di proteggere le proprie regole anche quando a fare pressione è il leader del Paese ospitante.

FairSquare chiede che il CIO apra un fronte etico. La FIFA finora non ha chiarito abbastanza. Il mondo del calcio osserva.

Il punto vero: chi comanda nel calcio?

Il caso Balogun pone una domanda semplice e devastante: chi comanda davvero nel calcio mondiale?

Le regole disciplinari? Le commissioni indipendenti? La FIFA? O i governi che ospitano i tornei e garantiscono potere, infrastrutture, visibilità e denaro?

Se la risposta non sarà chiara, il danno andrà oltre questo Mondiale.

Perché il calcio vive di passione, ma si regge su una promessa: che le regole siano uguali per tutti.

Il caso Infantino-Trump mette proprio quella promessa sotto processo.

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