Cloud europeo: la strategia di Infomaniak tra AI, sostenibilità e indipendenza
Un data center capace di trasformare il calore dei server in energia per gli edifici. Un’infrastruttura cloud gestita interamente in Svizzera. Una suite collaborativa pensata per sostituire Microsoft 365 e Google Workspace. Sono tre aspetti dello stesso progetto: ridurre la dipendenza europea dalle grandi piattaforme statunitensi senza rinunciare agli strumenti necessari per lavorare, archiviare dati e utilizzare l’intelligenza artificiale.
È su questo terreno che si muove [branded_content po_number=”CS306″ program_code=”ifma” format_id=”54″ link=”https://www.infomaniak.com/it”]Infomaniak[/branded_content], azienda svizzera indipendente attiva dal 1994. Il gruppo progetta, possiede e gestisce direttamente i propri data center, sviluppa internamente i servizi e impiega oltre 340 collaboratori, tutti basati in Svizzera.
Il controllo dell’intera catena, dall’edificio che ospita i server fino alle interfacce utilizzate dai clienti, viene presentato come una risposta a due problemi sempre più collegati: l’impatto ambientale del cloud e la concentrazione dei dati nelle mani di pochi operatori globali.
D4 recupera il calore dei server per il teleriscaldamento

Il risultato più visibile di questa strategia è D4, il data center [branded_content po_number=”CS306″ program_code=”ifma” format_id=”54″ link=”https://news.infomaniak.com/infomaniak-inaugure-un-data-center-revolutionnaire-qui-revalorise-100-de-son-energie-pour-chauffer-des-batiments/”]inaugurato nel gennaio 2025 a Plan-les-Ouates[/branded_content], nel cantone di Ginevra.
I server trasformano buona parte dell’elettricità assorbita in calore. Nelle strutture tradizionali, questa energia viene espulsa all’esterno attraverso impianti di raffreddamento che consumano a loro volta elettricità e, in alcuni casi, acqua.
D4 segue un percorso diverso. Il calore generato dalle apparecchiature viene raccolto e trasferito alla rete di teleriscaldamento dei Services Industriels de Genève. L’infrastruttura è stata progettata per valorizzare sotto forma di calore il 100% dell’elettricità utilizzata.
Il sistema sfrutta un circuito chiuso con pompe di calore. Mentre la temperatura dell’acqua destinata alla rete urbana viene innalzata, sul lato opposto viene prodotto il freddo necessario ai server. D4 può quindi operare senza climatizzazione tradizionale e senza consumo d’acqua per il raffreddamento.
Durante l’inverno, la capacità termica può contribuire al riscaldamento di un massimo di 6.000 abitazioni. In estate, quando diminuisce la richiesta per riscaldare gli ambienti, l’energia recuperata può essere utilizzata per produrre acqua calda sanitaria destinata a circa 20.000 persone.
Non significa che ogni edificio venga alimentato esclusivamente dal data center. La quantità effettivamente distribuita dipende dalla domanda della rete, dalle temperature e dalle condizioni operative. Il cambiamento rispetto al modello tradizionale resta comunque concreto: il calore non viene disperso, ma entra in un servizio già utilizzato dalla città.
Le prestazioni vengono descritte anche attraverso due parametri tecnici. Il PUE, che mette in relazione i consumi complessivi della struttura con quelli dei sistemi informatici, è pari a 1,09. Nei materiali del progetto, la media europea viene indicata in 1,6.
L’ERF, cioè il fattore di riuso dell’energia, raggiunge invece 0,95. PUE ed ERF misurano aspetti diversi: il primo riguarda l’efficienza interna del data center, mentre il secondo indica quanta energia viene effettivamente riutilizzata all’esterno.
Secondo le stime associate a D4, l’impiego del calore al posto del gas naturale può evitare 3.600 tonnellate di CO₂ equivalente ogni anno, per un totale previsto di 58.000 tonnellate in vent’anni.
Infomaniak interviene anche sulla durata dell’hardware. I server vengono utilizzati fino a 15 anni, aggiornando o sostituendo i singoli componenti. Nel 2024, l’88% delle macchine installate nel 2015 risultava ancora operativo. Le scelte tecniche del data center sono inoltre documentate nel D4 Project, pubblicato in open source.
AI Act e sovranità digitale non sono la stessa cosa
Il tema ambientale è solo una parte del problema. L’altra riguarda il controllo dei dati e delle infrastrutture.
L’AI Act europeo stabilisce regole per lo sviluppo e l’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale, con obblighi differenti in base al livello di rischio. La conformità normativa, però, non coincide automaticamente con la sovranità digitale.
Un servizio può rispettare le regole europee e dipendere comunque da infrastrutture, tecnologie proprietarie o società soggette a legislazioni esterne. La collocazione fisica dei server in Europa, da sola, non chiarisce chi controlli il fornitore, quali leggi possano essere applicate o quanto sia semplice trasferire i dati verso un’altra piattaforma.
La questione assume un peso maggiore considerando la dipendenza economica del continente. Secondo uno studio Astérès e Cigref pubblicato nell’aprile 2025, le aziende europee spendono ogni anno 264 miliardi di euro presso operatori statunitensi per cloud e software. La cifra rappresenterebbe l’83% della loro spesa complessiva nel settore.
A livello mondiale, AWS, Microsoft Azure e Google Cloud controllano insieme il 66% del mercato cloud, secondo i dati riportati nei materiali del cliente. La concentrazione non riguarda quindi soltanto i prezzi. Coinvolge standard tecnici, identità digitali, accesso ai servizi, archiviazione e continuità operativa.
Il rischio diventa più evidente quando decisioni politiche e commerciali incidono direttamente sull’accesso agli account. Nel brief viene richiamato il caso dell’agosto 2025 relativo al giudice francese Nicolas Guillou, della Corte penale internazionale, i cui account presso diversi servizi statunitensi sarebbero stati bloccati in seguito alle sanzioni degli Stati Uniti. Anche servizi Microsoft 365 utilizzati dalla Corte sarebbero stati disattivati senza preavviso.
Episodi di questo tipo mostrano perché sovranità digitale non significhi soltanto tutela della privacy. Comprende anche la possibilità di continuare a utilizzare software e infrastrutture senza dipendere dalle decisioni di un governo straniero, da tecnologie chiuse o dalle condizioni imposte da un singolo fornitore.
Infomaniak prova a rispondere con servizi sviluppati e gestiti in Svizzera, soggetti al diritto svizzero e compatibili con il GDPR. L’azienda dichiara di non vendere i dati, non utilizzarli per la pubblicità e non impiegare i contenuti dei clienti per addestrare i propri sistemi di AI.
Il Public Cloud si basa su OpenStack e sullo standard S3, due scelte che riducono il vincolo verso tecnologie proprietarie. L’offerta non prevede inoltre costi di uscita per il trasferimento dei dati, uno degli elementi che possono rendere più difficile cambiare fornitore.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, AI Services permette di accedere a modelli aperti attraverso API compatibili con l’ecosistema OpenAI. L’elaborazione avviene sulle infrastrutture svizzere di Infomaniak, senza inviare prompt e risultati ad API esterne.
kSuite Pro come alternativa a Microsoft 365 e Google Workspace

La sovranità digitale resta un concetto astratto finché non si traduce in strumenti utilizzabili ogni giorno. Per molte aziende, la dipendenza dalle piattaforme statunitensi passa soprattutto attraverso posta elettronica, documenti, videoconferenze, calendari e archiviazione cloud.
[branded_content po_number=”CS306″ program_code=”ifma” format_id=”54″ link=”https://www.infomaniak.com/it/ksuite/ksuite-pro”]kSuite Pro[/branded_content] è la risposta di Infomaniak a Microsoft 365 e Google Workspace. La piattaforma riunisce posta elettronica, kDrive, calendario, videoconferenze con kMeet, messaggistica con kChat e funzioni di intelligenza artificiale attraverso Euria.
L’obiettivo non è proporre un singolo servizio isolato, ma un ambiente collaborativo nel quale gli utenti possano gestire comunicazioni, file e attività di gruppo senza spostare i dati tra piattaforme differenti.
La migrazione viene facilitata attraverso strumenti dedicati e il supporto locale. Questo aspetto è importante perché sostituire una suite aziendale non significa soltanto trasferire la posta elettronica. Bisogna spostare documenti, autorizzazioni, calendari, rubriche, cartelle condivise e abitudini consolidate.
Il passaggio non sarà quindi identico per tutte le organizzazioni. Un’impresa che usa funzioni avanzate di Excel, applicazioni legate a Microsoft Teams o automazioni costruite intorno a Google Workspace dovrà verificare con attenzione la compatibilità.
Per le realtà che utilizzano soprattutto email, archiviazione, calendario, chat e videoconferenze, kSuite Pro può invece coprire una parte consistente delle attività quotidiane. La presenza di formati aperti e API documentate mira inoltre a rendere più semplice il trasferimento dei dati e a limitare il vendor lock-in.
Euria aggiunge alla suite funzioni per sintetizzare documenti, tradurre, riformulare testi, trascrivere audio e assistere nella scrittura delle email. L’elaborazione viene eseguita sull’infrastruttura di Infomaniak e i contenuti non vengono utilizzati per addestrare modelli destinati ad altri clienti.
Il vantaggio promesso non consiste quindi soltanto nell’avere un’alternativa europea. Conta la struttura che si trova dietro al servizio: data center controllati direttamente, software sviluppato internamente, supporto basato in Svizzera e un modello economico che dipende dalla vendita dei servizi, non dalla monetizzazione dei dati.
La governance è protetta dalla Fondazione Infomaniak, che detiene la maggioranza dei diritti di voto. La fondazione non partecipa alla gestione quotidiana, ma ha il compito di salvaguardare nel tempo l’indipendenza dell’azienda e gli impegni su privacy, ambiente e sovranità digitale.
D4, AI Services e kSuite Pro affrontano quindi tre livelli dello stesso problema. Il primo riguarda l’impatto fisico delle infrastrutture. Il secondo interessa il controllo dell’intelligenza artificiale e dei dati elaborati. Il terzo tocca gli strumenti utilizzati ogni giorno da imprese e professionisti.
Nessuna piattaforma elimina da sola la dipendenza tecnologica europea. Il caso Infomaniak mostra però come il tema possa essere affrontato con scelte concrete: infrastrutture locali, standard aperti, dati trasferibili e servizi progettati per funzionare al di fuori degli ecosistemi delle grandi Big Tech.
In collaborazione con Infomaniak
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