Col biologico c'è più acqua nel suolo: l’agroecologia come strumento contro la desertificazione

La siccità non è più un’emergenza episodica, ma un segnale ciclico della crisi climatica in corso, che arriva direttamente a impattare sul cibo che arriva sulle nostre tavole.
Dagli anni Sessanta a oggi la produzione alimentare mondiale è triplicata, sostenuta soprattutto da poche colture ad alta resa, come riso, mais e frumento. Questa specializzazione ha però reso molti sistemi agricoli meno diversificati e, in alcuni casi, meno capaci di assorbire le variazioni climatiche. Garantire la sicurezza alimentare, dunque, non significa solo produrre di più e ridurre gli impatti ambientali, ma anche assicurare che le colture possano resistere a fenomeni sempre più frequenti e intensi, come la siccità.
Un nuovo studio condotto dal Politecnico di Torino e dall’Università del Delaware, propone un nuovo quadro metodologico per valutare su scala globale la vulnerabilità delle principali colture agricole alla scarsità idrica. Gli autori hanno analizzato 17 tra le principali colture alimentari mondiali – tra cui riso, mais, frumento e soia – che insieme rappresentano circa tre quarti della produzione agricola globale, quantificando la sensibilità alla siccità e le perdite produttive associate.
Uno dei risultati più rilevanti riguarda la differenza tra colture irrigue e non irrigue. Durante i periodi di siccità, le prime possono continuare a ricevere acqua attraverso sistemi di irrigazione, mantenendo rese più stabili o in alcuni casi aumentandole; le seconde, dipendendo esclusivamente dalle precipitazioni naturali, risultano molto più vulnerabili agli eventi estremi.
«Nonostante l’ampia letteratura sul rapporto tra siccità e agricoltura, fino ad oggi mancava una comprensione dettagliata di quali colture risultino più sensibili alla siccità nei diversi territori del pianeta – spiega Marta Tuninetti, ricercatrice del Politecnico di Torino e prima autrice dello studio – Prendiamo ad esempio le cosiddette colture monsoniche, come il mais o il miglio: il nostro studio dimostra che, combinando due strategie (l'espansione dell'irrigazione, dove sostenibile, cioè senza ulteriore abbassamento delle falde acquifere, e la sostituzione di alcune colture con specie più resistenti) sarebbe possibile ridurre di oltre il 60% le perdite produttive durante gli eventi climatici estremi e, al tempo stesso, aumentare la resa media del 14%».
La mappa globale elaborata dai ricercatori individua anche gli hotspot di sensibilità alla siccità, dove condizioni climatiche e caratteristiche delle colture coltivate si combinano amplificando il rischio di perdite agricole. Tra le aree più esposte figurano alcune regioni del Midwest statunitense, del Brasile orientale, della Spagna orientale e dell’India centrale e settentrionale.

Ma la risposta alla siccità non può esaurirsi nell’irrigazione, tanto più dove le falde sono già sotto pressione. FederBio richiama l’attenzione sulla dimensione più strutturale del problema, che riguarda da vicino anche l’Italia: desertificazione e siccità non significano solo mancanza di pioggia, ma anche perdita di sostanza organica, erosione, impoverimento della vita microbica, minore capacità dei terreni di trattenere acqua e carbonio, maggiore vulnerabilità delle colture agli eventi estremi.
Anche l’Italia è dentro questa fragilità. I dati Ispra più aggiornati indicano che nel 2025 la risorsa idrica rinnovabile nazionale, stimata in circa 128 miliardi di metri cubi, è stata inferiore di oltre il 7% rispetto alla media annua di lungo periodo e di circa il 19% rispetto al 2024. Parallelamente, il Rapporto Snpa 2025 segnala che nel 2024 sono stati coperti da nuove superfici artificiali quasi 84 kmq, con oltre 78 kmq di consumo netto: il valore più alto dell’ultimo decennio.


Al contrario, un terreno non impermeabilizzato dal cemento ricco di sostanza organica assorbe, filtra, trattiene più acqua, immagazzina carbonio e sostiene la biodiversità. Secondo gli studi del The Organic Center richiamati da FederBio, i suoli gestiti con metodo biologico presentano un contenuto di sostanza organica superiore del 13% e una capacità di stoccaggio del carbonio stabile nel lungo periodo superiore del 44% rispetto ai suoli convenzionali.
«Dove il suolo perde sostanza organica e biodiversità, ogni siccità diventa più grave; dove invece viene curato con pratiche agroecologiche, torna a trattenere acqua, ospitare vita e immagazzinare carbonio. È questa la funzione strategica del biologico: trasformare il terreno da superficie sfruttata a ecosistema vivo, capace di produrre cibo e resilienza. Sostenere il biologico e il biodinamico significa investire nella sicurezza alimentare, nella qualità dell’acqua, nella stabilità climatica e nel futuro delle prossime generazioni», dichiara Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio.
Per FederBio serve quindi un cambio di paradigma: non solo gestione dell’emergenza idrica, ma rigenerazione della fertilità naturale. Rotazioni ampie, prati e pascoli gestiti in modo sostenibile, siepi e fasce ecologiche, coperture vegetali, compost, riduzione dell’erosione, minore dipendenza dagli input di sintesi e valorizzazione della biodiversità funzionale sono indicati come strumenti centrali per rendere i sistemi agricoli più resilienti.
L’Italia parte da una base significativa: il biologico supera i 2,5 milioni di ettari e rappresenta oltre il 20% della superficie agricola utilizzata nazionale. Per raggiungere gli obiettivi europei e rendere i territori più capaci di resistere alla crisi climatica, occorre però accelerare con politiche coerenti: tutela del suolo agricolo, attuazione del Piano d’azione nazionale per il biologico, ricerca applicata, consulenza tecnica agli agricoltori, remunerazione dei servizi ecosistemici e sostegno alle filiere che investono nella rigenerazione.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)