Cosa ci hanno lasciato i Mondiali 2026? Più domande che risposte
Analisi e commento della ventitreesima edizione dei Mondiali, che si è chiusa ieri con il successo in finale della Spagna sull'Argentina.
Anche i Mondiali 2026 sono andati in archivio, con la Spagna che festeggia, l’Argentina che si rammarica per l’occasione sprecata e le immancabili polemiche che - come sempre - fanno seguito all’ultimo atto della rassegna iridata.
Ma cosa ci hanno lasciato i Mondiali del 2026? Beh, di spunti ce ne hanno regalati tanti, alcuni positivi, altri meno.
LE STELLE BRILLANO ANCORA
Ciò che più è saltato all’occhio durante questa edizione della Coppa del Mondo è che le stelle, per fortuna, ci sono ancora. Kylian Mbappé, Lionel Messi, Erling Haaland, Harry Kane, Jude Bellingham, Rodri (ma non solo loro) hanno alzato il livello della competizione dimostrando che di spazio per la qualità ce n’è ancora, eccome. Sono state settimane impreziosite dalle accelerazioni della Francia di Olise, Dembélé e Mbappé, dal cinismo degli inglesi Kane e Bellingham, dal cuore e dalla classe di Leo Messi, dalla straripante potenza di Erling Haaland, dall’eleganza di Ødegaard e Rodri, dall’arte di difendere sfoggiata da Romero e Cubarsí, dalla capacità di interpretare entrambe le fasi di Cucurella, Hakimi e Pedro Porro. E non solo. Insomma, una bella botta di ottimismo che conferma un caro vecchio ritornello: il talento c’è ancora, basta saperlo vedere e sfruttare.
MESSI GOAT ANCHE SENZA IL BIS
Il Mondiale 2026 ci ha detto poi un’altra cosa e cioè che di Lionel Messi ce n’è uno e chissà se mai vedremo qualcosa di simile. Nonostante il ko in finale e il titolo di capocannoniere sfumato nel finale, infatti, la “Pulce” rimane l’uomo copertina della competizione. I suoi gol, le sue lacrime, i suoi assist, la sua personalità hanno ancora una volta raccontato una storia meravigliosa, spazzando via ogni possibile dualismo. Preferenze personali a parte, insomma, i Mondiali americani hanno sancito un verdetto oggettivo difficilmente contestabile: Lionel Messi smetterà con il calcio con la consapevolezza di aver raggiunto vette fin qui inesplorate.
TUTTO IL MONDO È PAESE
La Coppa del Mondo, però, è servita anche per ricordarci che alcuni dei difetti che spesso imputiamo al nostro campionato e al nostro calcio esistono un po’ ovunque. Abbiamo assistito a ridondanti tentativi di perdere tempo da parte delle squadre in vantaggio che, seppur arginati egregiamente dai direttori di gara, evidenziano come forse bisognerà ragionare ancora un po’ in termini di regolamento. Abbiamo assistito a - poche, per fortuna - partite basate sul “prima non prenderle”: Svizzera-Colombia è stata probabilmente una delle partite più brutte della storia recente dei Campionati del Mondo, la classica partita nella quale le due squadre (soprattutto la Svizzera) puntano soltanto ad arrivare ai calci di rigore e che non fa certo bene allo spettacolo. Ma anche l’Argentina non è stata da meno, con l’aggravante di aver “rovinato” uno spettacolo come quello della finale. Ci sono stati anche qui degli eccessi di tiki-taka, che se non hai la qualità di palleggio della Spagna risultano patetici e uccidono lo spettacolo, abusi della costruzione dal basso, spesso disastrosa, e scelte tattiche troppo conservative di alcuni allenatori, Tuchel su tutti. Insomma, i limiti che riscontriamo in Serie A ogni weekend non sono proprio solo nostri. Con la differenza che se poi in campo ci sono i Messi, gli Haaland e i Bellingham alla fine lo spettacolo arriva lo stesso.
CALCIO O SPETTACOLO?
Non ci si aspettava nulla di diverso, ma i Mondiali americani sono stati uno show nello show. Era già accaduto, seppur in misura molto più contenuta, nel 1994; trentadue anni dopo quella tendenza è stata portata all’estremo. L’half-time show della finale è soltanto l’immagine più evidente di un torneo che ha cercato di avvicinare il calcio alle logiche dell’intrattenimento tipiche degli sport statunitensi: una scelta accolta senza particolari resistenze, ma che ha inevitabilmente fatto storcere il naso ai più. Al netto dell’incommentabile gestione della vicenda Balogun e della discutibile politica dei prezzi dei biglietti, però, le innovazioni introdotte dalla FIFA non hanno finito per oscurare ciò che conta davvero. Il motivo è semplice: a differenza di molti altri sport, il calcio continua ad avere la straordinaria capacità di riportare sempre il pallone al centro della scena. Luci, musica, effetti speciali e cerimonie possono arricchire il contorno, ma è ciò che accade nei novanta minuti a determinare il successo di una Coppa del Mondo. E persino l’hydration break, del quale avremmo volentieri fatto a meno, con ogni probabilità resterà soltanto un lontano ricordo. E a proposito di spettacolo: una partita in cui si segnano 10 goal è sempre bella, per carità, ma magari è giunta l'ora di mandare in pensione anche l'anacronistica finalina per il terzo posto, eh...
LA FINE DI UN’ERA
Il Mondiale 2026 potrebbe essere ricordato anche come quello dei saluti. Non solo Lionel Messi. Anche Cristiano Ronaldo ha (probabilmente) vissuto la sua ultima Coppa del Mondo, anche se con CR7 è sempre meglio evitare certezze definitive. A differenza dell’argentino, però, il fuoriclasse portoghese è sembrato davvero arrivato all’ultimo passo di danza: meno incisivo sul piano atletico, meno centrale nelle dinamiche del Portogallo e sempre più costretto a convivere con il passare del tempo. È stato probabilmente l’ultimo Mondiale anche per Neymar e James Rodríguez, simboli di una generazione che per anni ha acceso la fantasia degli appassionati senza riuscire a lasciare un’eredità paragonabile a quella dei due extraterrestri. Ma ogni fine coincide con un nuovo inizio. Se Messi e Ronaldo stanno davvero per uscire definitivamente di scena, il calcio sembra aver già individuato i propri nuovi punti di riferimento: Mbappé, Haaland, Bellingham, Cubarsí, Yamal, Dembélé e tanti altri sono pronti a raccogliere un’eredità pesantissima. Non saranno Messi e Ronaldo, probabilmente non dovranno nemmeno esserlo. Dovranno semplicemente essere i protagonisti della prossima era.
IT’S NOT COMING HOME
60 anni fa l’Inghilterra conquistava i Mondiali. Sessant’anni dopo, quel titolo rimane l’ultimo (e unico) della storia del calcio inglese. Mai più un Mondiale (nemmeno una finale disputata, a dire il vero) né un Europeo vinto. Nonostante questo, però, ogni due anni il ritornello si ripete: gli inglesi si autoincoronano favoriti, si esaltano dopo le prime vittorie, prendono coraggio dopo una vittoria sofferta e arrivano alle battute finali delle competizioni (quando ci arrivano) convinti di avere già il titolo in tasca. E ogni volta, come sempre da sessant’anni a questa parte, il finale è sempre lo stesso: niente titolo, grande delusione e “football che non torna a casa”, nonostante canzoni e cori benauguranti. Forse un po’ di umiltà, in futuro, potrebbe tornare utile per vedere davvero coronato il sogno di vincere qualcosa nell’era moderna.
ITALIA, NON SEI SOLA
Premessa doverosa: nessun alibi per il movimento calcistico italiano che - per la terza volta di fila, non ci stanchiamo mai di ricordarlo - ha fallito la qualificazione alla Coppa del Mondo. Tuttavia, a livello tecnico, ci sono Nazionali altrettanto prestigiose che non stanno vivendo il loro momento migliore. Il Brasile, per esempio, si è presentato ai nastri di partenza del Mondiale senza stelle in attacco - al netto di un Vinícius evanescente - e lontano anni luce da quella Seleção che, non più tardi di vent’anni fa, si permetteva di schierare tutti insieme Kaká, Ronaldo, Ronaldinho e Adriano. Anche la Germania, dal canto suo, sembra vivere un’era abbastanza opaca: non ci sono più i Ballack, i Lahm, i Klose, gli Schweinsteiger, i Müller e i Kroos, ma tanti giocatori promettenti (da Wirtz a Musiala), ai quali però sembra sempre mancare quel quid. Vero, a differenza nostra qualche talento in casa ce l’hanno, ma a ridosso dei grandi appuntamenti sembrano accartocciarsi su se stessi. Anche questo Mondiale, però, ha dimostrato che il talento, da solo, non basta. Brasile e Germania continuano a produrre calciatori di altissimo livello, ma da diversi anni faticano a trasformare quel patrimonio in una squadra davvero vincente. È la dimostrazione che ricostruire una grande Nazionale richiede tempo, idee e continuità, non soltanto una nuova generazione di campioni. Se è vero che la geografia calcistica sta cambiando, è altrettanto vero che le tre nazionali più titolate della storia difficilmente resteranno a lungo lontane dai vertici del calcio mondiale. O almeno, questo è quello che ci tocca sperare, specialmente per quanto riguarda l'Italia.
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