«Così ci siamo presi cura dei ragazzi di Crans Montana»
Un momento dell'audizione
Un momento dell'audizioneUn’impresa che per sette mesi è stata maxi-emergenza: l’ha descritta così il professor Franz Baruffaldi, il primario dell’ospedale Niguarda che si è occupato dei ragazzi sopravvissuti al rogo di Crans Montana e del loro decorso clinico, intervenuto oggi a una audizione pubblica della Commissione Welfare e salute a Palazzo Marino.
Per spiegare quanto è stato fatto per loro fino a oggi, Baruffaldi è ripartito da dove tutto è cominciato, all’1.30 della notte di Capodanno in quel rifugio antiatomico (ogni abitazione in Svizzera ne ha uno) trasformato in discoteca, quando le torce legate alle bottiglie hanno innescato le fiamme sui pannelli di polistirolo, da cui è divampato il fuoco. «Oltre alle ustioni – ha spiegato il professor Baruffaldi – la combustione del polistirolo ha prodotto sostanze come l’acido cianidrico, altamente tossiche, che hanno provocato in alcuni il decesso per le intossicazioni, e non per le ustioni. Durante la fuga verso le uscite, chi cadeva e cercava di rialzarsi veniva colpito dalla colata di sostanze incandescenti che cadeva dal soffitto in fiamme, come le gocce di polistirolo. Una ragazza si è presentata talmente gonfia che è stata identificata dal fratello solo grazie allo smalto sulle unghie».
L’arrivo a Niguarda
Il percorso con cui i giovani pazienti sono giunti al Niguarda è stato meno semplice del previsto, dato che i ricoverati erano distribuiti in vari presidi ospedalieri della Svizzera. «All’epoca, non sapevamo quanti fossero i pazienti ustionati, ne prendemmo quanti ne potevamo accogliere, perché era l’unico modo per salvarli». Diversi di loro erano medicati, intubati e già sottoposti a tracheotomia, ed è stato necessario collegarli a ulteriori macchinari. «Per alcuni abbiamo dovuto realizzare una circolazione extracorporea – ha sottolineato il primario -. Uno è stato sottoposto a dialisi per 22 giorni, se non fosse stato uno sportivo, difficilmente ce l’avrebbe fatta. Non sappiamo ancora se alcuni danni tracheali siano stati causati dai veleni o dalle manovre di intubazione eseguite durante i primi soccorsi».
L’angoscia dei genitori
Grazie alle cure prestate in prima istanza in Svizzera, alcuni ragazzi hanno però avuto accesso anche ad alcune operazioni di ultima generazione. Più di 25 mila centimetri quadrati di tessuto sono stati utilizzati per ricostruire la pelle dei pazienti e, grazie alla coltivazione di alcune cellule in laboratorio, a Milano è stato possibile realizzare lamine che hanno rimarginato parte delle loro ferite. È però ancora delicato parlare della loro condizione, ancora lontana dalla guarigione. «I genitori vivono da sei mesi su una branda, e nei primi tre mesi non sapevano neppure se i loro figli sarebbero sopravvissuti».
Anche fuori dalle corsie la solidarietà dei milanesi è stata amplissima, come testimoniato da alcuni ragazzi che hanno donato i loro capelli per realizzare parrucche per i pazienti. «Anche molti medici si sono messi immediatamente a disposizione. Gli specializzandi durante le vacanze natalizie sono rimasti negli ospedali a medicare i pazienti», ha aggiunto il primario.
Ma ciò su cui oggi si può ancora lavorare per migliorare la vita dei ragazzi sono le spese per i presidi sanitari, come per esempio le guaine, necessarie per prevenire e ridurre lo spessore delle cicatrici. «Se fossero trattate come una malattia rara – ha concluso Baruffaldi – si potrebbero sicuramente offrire cure gratuite ai pazienti, rendendo meno gravoso per i genitori l’acquisto di creme, spessori di silicone o le sedute di fisioterapia e massaggi».
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