Crisi energetica, Cazzola: “Non basta cambiare fornitori. Senza rinnovabili l’Italia resta debole”

Maggio 05, 2026 - 16:54
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Crisi energetica, Cazzola: “Non basta cambiare fornitori. Senza rinnovabili l’Italia resta debole”

“Diversificare non basta, serve accelerare su rinnovabili ed efficienza”, parla l’esperto di energia

Mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz continuano a minacciare la stabilità delle rotte energetiche globali e il confronto tra Iran e Stati Uniti resta sospeso tra pressione militare e tentativi diplomatici, il tema della sicurezza energetica torna al centro delle agende europee. In questo scenario instabile, segnato da volatilità dei prezzi e crescente incertezza geopolitica, paesi come l’Italia accelerano sulla diversificazione delle forniture, rafforzando i rapporti con partner alternativi per ridurre la dipendenza dalle aree più critiche.

Ma questa strategia è davvero sufficiente a garantire stabilità nel medio periodo? E quanto pesa, invece, la persistente dipendenza dalle fonti fossili in un contesto in cui le crisi internazionali continuano a riflettersi direttamente su prezzi e approvvigionamenti? Il nodo non è solo geopolitico, ma anche strutturale: riguarda il modello energetico, la capacità di innovazione e i margini di autonomia del Paese.

A fare il punto è Pierpaolo Cazzola, esperto di energia e trasporti e Global Research Fellow presso la Columbia University, che ad Affaritaliani analizza limiti e opportunità della strategia italiana tra diversificazione, transizione energetica e nuove dinamiche globali.

L’Italia sta intensificando i rapporti con paesi come Azerbaigian, Algeria e gli Stati del Golfo: questa strategia di diversificazione può davvero garantire sicurezza energetica nel medio periodo, riparando alla crisi provocata dalla chiusura dello stretto di Hormuz?

“La diversificazione è uno strumento fondamentale di gestione del rischio nell’approvvigionamento di energia importata e ha un ruolo importante nel garantire accesso a fonti che restano centrali per l’Italia, in particolare petrolio e gas. Tuttavia, in uno scenario come quello attuale, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e da un aumento dei prezzi delle fonti fossili, i benefici della diversificazione possono essere limitati: anche con fornitori diversi, l’aumento dei prezzi si trasmette comunque ai consumatori, con effetti negativi sulla crescita economica.

Per ridurre in modo strutturale l’esposizione alla volatilità dei prezzi – ad esempio in seguito a eventi come la chiusura dello stretto di Hormuz – la diversificazione geografica non è sufficiente. Occorre intervenire su due fronti complementari: da un lato l’efficienza energetica, per ridurre il fabbisogno complessivo; dall’altro la diversificazione delle fonti primarie, riducendo il peso delle fonti fossili. In questo contesto, l’elettrificazione degli usi finali e lo sviluppo delle rinnovabili offrono un’opportunità particolarmente rilevante, perché consentono non solo di diversificare il mix energetico, ma anche di aumentare l’efficienza del sistema. L’elettrificazione, infatti, riduce le perdite sia nella fase di trasformazione – ad esempio nella generazione elettrica da gas – sia negli usi finali, come negli edifici con le pompe di calore e nei trasporti, dove i veicoli elettrici consumano circa un quarto dell’energia finale rispetto a quelli a combustione”.

Nel rapporto con gli Stati Uniti, anche alla luce del dialogo con figure come Marco Rubio, l’Italia è in grado di negoziare davvero sul tema energetico o è in una posizione di debolezza?

“Avendo ancora un’economia fortemente dipendente da petrolio e gas, l’Italia dispone oggi di margini di manovra più limitati rispetto a paesi che hanno diversificato maggiormente il proprio mix energetico, anche attraverso rinnovabili o nucleare. Questa maggiore esposizione si riflette sia nella sensibilità ai prezzi delle fonti fossili sia nella dipendenza dalle dinamiche geopolitiche che le influenzano.

In questo quadro, il ruolo degli Stati Uniti è particolarmente rilevante, sia per il peso nei mercati del petrolio e del gas sia per l’influenza sulle dinamiche geopolitiche che incidono sui prezzi energetici. Allo stesso tempo, la competizione tecnologica globale assume una crescente dimensione energetica: mentre gli Stati Uniti restano un riferimento fondamentale per le fonti fossili, la Cina ha acquisito una posizione di forza nelle tecnologie chiave per l’elettrificazione e le rinnovabili. Per un paese come l’Italia, questo si traduce in una duplice esposizione – energetica e tecnologica – che incide direttamente sui margini di autonomia e sulla capacità negoziale”.

Al di là degli accordi internazionali portati avanti dal governo Meloni, il vero limite dell’Italia resta la forte dipendenza energetica dall’estero: senza un’accelerazione su produzione interna e rinnovabili, queste mosse diplomatiche possono davvero risolvere il problema o rischiano solo di rinviarlo? La strategia del governo è davvero vincente? 

“Credo sia necessario accelerare in modo deciso sulla produzione interna e sulle rinnovabili. È una priorità che va ben oltre gli aspetti ambientali e di politica climatica: riguarda la sicurezza energetica, perché consente di ridurre la dipendenza da flussi continui di importazioni, ma anche la competitività economica, alla luce della rapida riduzione dei costi delle tecnologie legate all’elettrificazione e alle fonti rinnovabili. In questo senso, la transizione offre anche un’opportunità per ampliare gli spazi di autonomia decisionale del Paese.

Questa accelerazione deve però essere accompagnata da una strategia industriale coerente, capace di posizionare l’Italia nelle filiere tecnologiche in crescita legate all’elettrificazione e alla generazione da fonti rinnovabili. È fondamentale intercettare mercati in espansione, anziché restare concentrati su tecnologie con prospettive di domanda meno dinamiche, inseguendo la crescita attraverso prodotti a costi unitari più elevati. Il rischio, come evidenziato anche nel dibattito europeo sulla competitività, è quello di imboccare un percorso di declino. In questo quadro, le politiche europee vanno nella direzione di integrare strategia energetica e politica industriale: opporsi a questa traiettoria rischia di essere controproducente rispetto agli obiettivi di sviluppo, autonomia e crescita dell’Italia”.

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