Croazia: il vecchio contenzioso dei franchi svizzeri torna a scuotere il sistema bancario
La Croazia rischia di riaprire uno dei capitoli più costosi e controversi della sua storia finanziaria recente: quello dei prestiti indicizzati in franchi svizzeri. A oltre dieci anni dalla conversione forzosa dei contratti in euro e dopo una lunga serie di sentenze, la Corte suprema croata è chiamata a pronunciarsi nuovamente sui diritti dei debitori che avevano accettato la conversione del 2015. La questione, apparentemente tecnica, ha un impatto potenzialmente molto più ampio: riguarda la certezza del diritto, la stabilità dei bilanci bancari, la prevedibilità degli investimenti esteri e l’affidabilità del quadro regolatorio croato all’interno dell’Unione europea e dell’unione bancaria.
Il caso nasce negli anni Duemila, quando anche in Croazia, come in altri Paesi dell’Europa centrale e orientale, le banche offrirono mutui e prestiti indicizzati al franco svizzero. Il prodotto era attraente per le famiglie perché consentiva rate iniziali più basse rispetto ai finanziamenti in valuta locale o in euro. La convenienza, però, dipendeva da una premessa fragile: la stabilità del cambio. Con la crisi finanziaria globale del 2008-2009 e il rafforzamento del franco, le rate aumentarono in modo brusco e molti debitori si trovarono esposti a un debito residuo cresciuto nonostante anni di pagamenti. La risposta croata arrivò nel 2015, quando il governo impose la conversione dei prestiti in franchi svizzeri in euro, con ricalcolo retroattivo. La misura entrò in vigore il primo ottobre 2015 e obbligò le banche a inviare ai clienti gli allegati contrattuali per la conversione, trasferendo sugli istituti gran parte del costo dello shock valutario. Il governo dell’epoca presentò l’intervento come una tutela necessaria per migliaia di famiglie; il settore bancario lo lesse invece come un intervento retroattivo sui contratti, capace di alterare la prevedibilità del mercato finanziario. Da allora la vicenda non si è mai chiusa definitivamente. I tribunali croati hanno progressivamente riconosciuto l’illegittimità di alcune clausole, in particolare quelle sui tassi variabili e, successivamente, le contestazioni legate alla clausola valutaria. Nel 2015 la Corte suprema confermò una decisione dell’Alta corte commerciale secondo cui i tassi variabili sui prestiti in franchi erano illegittimi, ma ritenne lecita la clausola valutaria. Negli anni successivi l’orientamento giurisprudenziale si è evoluto, aprendo la strada a ulteriori azioni individuali dei consumatori.
Il nodo oggi riguarda soprattutto i clienti che hanno già convertito i loro prestiti. Una parte dei debitori, sostenuta dall’associazione Franak – nata per rappresentare e coordinare i debitori colpiti dai prestiti –, sostiene di avere comunque diritto a un pieno risarcimento per gli effetti delle clausole abusive, al di là della conversione già avvenuta. Secondo Franak, una decisione contraria discriminerebbe i debitori che hanno convertito i contratti rispetto a quelli che non lo hanno fatto e che in diversi casi hanno ottenuto ristori integrali in sede giudiziaria. La stessa associazione ha invitato la Corte suprema a confermare il diritto al “pieno indennizzo” per i prestiti convertiti. Per le banche, invece, la conversione del 2015 avrebbe già risolto la questione sostanziale. La direttrice dell’Associazione croata delle banche, Tamara Perko, ha sostenuto a fine marzo che il tema dell’indennizzo dei debitori in franchi svizzeri è già stato regolato dalla legge di conversione e che nessuno dovrebbe esercitare pressioni sulla Corte suprema.
La posizione del settore bancario è netta: riaprire il contenzioso sui prestiti convertiti significherebbe trasformare una misura legislativa straordinaria, già costata molto agli istituti, in un punto di partenza per nuove pretese risarcitorie. Il rischio sistemico è evidente. Se la Corte suprema dovesse riconoscere ai debitori convertiti un diritto generalizzato a ulteriori compensazioni, gli istituti sarebbero costretti a ricalcolare passività potenziali su decine di migliaia di posizioni. La stampa croata parla di circa 30 mila procedimenti o potenziali ricorrenti legati ai prestiti convertiti. Non si tratterebbe soltanto di pagare eventuali somme: le banche dovrebbero rafforzare accantonamenti, aggiornare le stime di rischio legale e incorporare nei bilanci un’incertezza che risale a contratti sottoscritti anche vent’anni fa. Questo è il tema più delicato per il sistema: un credito chiuso e convertito nel 2015 potrebbe tornare a produrre costi nel 2026, alterando retroattivamente la valutazione economica dell’operazione.
La vicenda ha anche una dimensione internazionale. Dopo la conversione del 2015, alcune banche straniere avviarono o minacciarono arbitrati contro la Croazia. Secondo il registro dell’Unctad, diversi contenziosi sugli investimenti hanno riguardato proprio la legge che prescriveva il cambio di valuta dei prestiti concessi in Croazia da franchi svizzeri a euro. Nel 2016 il ministero degli Esteri croato segnalò che il primo ricorso era stato presentato da UniCredit, proprietaria di Zagrebacka Banka, uno degli otto istituti che avevano offerto prestiti in franchi nel Paese. Una parte di quel fronte si è poi ridimensionata: nel 2021 sei banche hanno accettato di non proseguire azioni contro la Croazia per la conversione dei prestiti in franchi. Ma l’esperienza arbitrale resta un precedente sensibile. Il caso più citato è quello di Société Générale, che ha continuato il contenzioso dopo la cessione della controllata croata a Otp; secondo la ricostruzione ripresa dalla stampa croata, l’arbitrato condotto presso il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie in materia di investimenti (Icsid), organismo del gruppo Banca mondiale, si è concluso con una decisione favorevole all’istituto francese e un risarcimento superiore a 20 milioni di euro. Il timore del settore bancario è che una nuova svolta giurisprudenziale possa riaprire, direttamente o indirettamente, il tema dell’affidabilità della Croazia per gli investitori finanziari.
Negli ultimi giorni il caso è tornato alla ribalta anche a causa della composizione del collegio chiamato a decidere. L’Associazione croata delle banche (Hub) ha contestato il rigetto delle richieste di ricusazione di due giudici della Corte suprema, definendolo un “serio precedente” per la fiducia nell’imparzialità del sistema giudiziario. L’Hub ha richiamato in particolare il caso dell’avvocato Boris Jug, che secondo l’associazione rappresenta clienti in oltre 400 procedimenti attivi contro le banche legati ai prestiti in franchi, per un valore complessivo vicino a 6 milioni di euro. Suo padre, il giudice della Corte suprema Jadranko Jug, secondo Hub, avrebbe partecipato a decisioni rilevanti nella stessa materia e avrebbe contribuito alla formazione dell’orientamento giurisprudenziale. Quest’elemento non è marginale: in una controversia di questa portata, la percezione di imparzialità è parte della stabilità del sistema. L’Hub sostiene che decisioni assunte senza piena trasparenza e con possibili dubbi sui conflitti d’interesse possano esporre la Croazia a nuove contestazioni, anche alla luce degli standard della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul giusto processo. Secondo la ricostruzione della stampa croata, lo stesso giudice Jug era già stato escluso in passato da procedimenti sui franchi svizzeri proprio per il ruolo professionale del figlio in cause contro le banche.
Il problema a livello istituzionale è decisamente più ampio. La Croazia è senza una guida stabile della Corte suprema dalla morte del precedente presidente, avvenuta nel mese di marzo 2025, in un contesto di stallo politico tra il governo guidato da Andrej Plenkovic e il presidente Zoran Milanovic. Una decisione di grande impatto economico, assunta in una fase di vuoto istituzionale e sotto forte pressione mediatica, rischia di apparire meno come la chiusura tecnica di un contenzioso e più come un nuovo capitolo di una battaglia politica e sociale. La questione tocca anche l’immagine europea della Croazia. Zagabria è entrata nell’Unione europea nel 2013, ha aderito all’unione bancaria nel 2020 e ha adottato l’euro nel 2023. L’appartenenza a questo quadro implica standard elevati di vigilanza, stabilità finanziaria, certezza normativa e tutela degli investimenti. Una nuova decisione percepita come retroattiva o non coerente con l’assetto già definito nel 2015 potrebbe rafforzare l’idea di un Paese ancora vulnerabile a oscillazioni giuridiche e pressioni politiche su temi finanziari sensibili. Questo aspetto pesa anche sul percorso di adesione croato all’Ocse, che richiede standard rigorosi in materia di governance, prevedibilità regolatoria e protezione degli investimenti. Per questo motivo la decisione della Corte suprema, attesa entro il 18 maggio, ha un valore che supera i singoli contratti in franchi svizzeri. Può confermare un quadro già faticosamente assorbito dal sistema o aprire un nuovo fronte di incertezza. Nel primo caso, la Croazia darebbe un segnale di stabilità regolatoria, pur lasciando spazio alle cause individuali nei limiti già definiti. Nel secondo, rischierebbe di ripetere l’errore che il settore bancario denuncia da anni: usare la giustizia o la politica per redistribuire retroattivamente perdite già contabilizzate, con effetti difficili da misurare su credito, investimenti e fiducia nel mercato.
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