Dal Sardinia di Inveruno ai bar dell’Altomilanese: il pentito ‘Scarface’ Cerbo svela come è nato il Consorzio mafioso

16 Luglio 2026 - 15:00
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Il caldo torrido di metà luglio non ferma il flusso costante di persone che attraversa i controlli di sicurezza per accedere all’aula bunker di via Filangieri, proprio di fronte alla casa circondariale di San Vittore a Milano. Va in scena la seconda udienza del processo Hydra che interessa da vicino il territorio dell’Altomilanese e dell’Abbiatense.

L’attenzione alla sicurezza è ai massimi storici. Dietro i paraventi protettivi e i sistemi di schermatura allestiti per l’occasione, si trova William Alfonso Cerbo. Soprannominato “Scarface”, il primo grande collaboratore di giustizia a deporre nel dibattimento ordinario è protetto da misure eccezionali per impedirne la vista al pubblico e ai coimputati. La sua voce, che rimbalza dai microfoni dell’aula, è l’unico elemento tangibile di una presenza invisibile ma ingombrante, pronta a svelare i segreti della “super mafia” lombarda.

A fare da contrappeso alla tensione nell’aula, spicca una folta e colorata rappresentanza istituzionale. Una delegazione di numerosi sindaci e amministratori locali del territorio milanese (tra cui esponenti di Corsico, Cesano Boscone e Buccinasco). Indossano le fasce tricolore: una presenza fisica forte, voluta per fare da “scudo” democratico e manifestare vicinanza assoluta ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia, finiti nel mirino di pesanti minacce e piani di attentati svelati proprio in queste settimane.

I banchi riservati alla stampa sono gremiti. Taccuini aperti, computer accesi e telecamere pronte fuori dall’aula testimoniano l’enorme interesse mediatico per quella che è considerata l’inchiesta cardine sulle infiltrazioni mafiose al Nord.

Al tavolo della Procura, a condurre questo delicato esame tra i segreti del “Consorzio”, siede il pool della DDA di Milano con il Sostituto Procuratore PM Alessandra Cerreti, titolare della complessa indagine, magistrata di prima linea da tempo sottoposta a scorta rafforzata per via delle gravi minacce di morte emerse proprio in relazione a questa inchiesta.. E il Sostituto Procuratore PM Rosario Ferracane, il magistrato che affianca la dottoressa Cerreti nella conduzione dell’accusa.
Durante l’esame condotto dalla Pubblica Accusa, William Alfonso Cerbo ha continuato a ricostruire in dettaglio i retroscena, la preparazione e lo svolgimento del summit del giugno 2020 presso il ristorante “Sardinia” di Inveruno, considerato dagli inquirenti uno dei momenti di massima espressione dell’alleanza di tipo confederativo (la cosiddetta “Joint Venture” o “Consorzio”) tra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra in Lombardia.

L’incontro al “Sardinia” non è stato un pranzo casuale, ma un vero e proprio summit decisionale e di pacificazione. In quel periodo storico (siamo in pieno post-lockdown da COVID-19), le tre anime mafiose avevano la necessità di consolidare un patto di “mutua assistenza” e spartizione degli affari sul territorio lombardo, evitando conflitti interni che avrebbero attirato l’attenzione delle forze dell’ordine. Coordinare le attività economiche illecite, in particolare quelle legate alle frodi fiscali, al riciclaggio di denaro e al reinvestimento in attività lecite (come l’edilizia e la logistica), garantendo a ciascun gruppo la propria quota di profitto in modo proporzionale e pacifico.

Cerbo ha confermato la presenza dei massimi esponenti lombardi dei tre cartelli criminali, descrivendo la composizione del tavolo come la prova plastica della confederazione. Per Cosa Nostra lo stesso Cerbo (all’epoca legato al clan catanese dei Mazzei e attivo come “mente finanziaria” a Milano) e altri referenti siciliani. Per la ‘Ndrangheta esponenti di spicco delle locali lombarde (in particolare legati alla potente cosca dei Mancuso di Limbadi e ai Barbaro-Papalia di Platì operanti nell’ovest milanese). Per la Camorra referenti dei clan campani (tra cui i Senese o soggetti legati alle propaggini campane attive nel Varesotto e nel Milanese).

Rispondendo alle domande incalzanti della PM Cerreti, il collaboratore di giustizia ha sviscerato i temi caldi trattati tra una portata e l’altra. Si è sancito il principio per cui la Lombardia non doveva essere terreno di scontro, ma una “terra di tutti” in cui fare affari insieme. Ciascun gruppo metteva a disposizione le proprie competenze: i siciliani e i campani la struttura finanziaria e le società cartiere per le fatture false; i calabresi la forza militare, il controllo territoriale e la logistica.

I clan hanno discusso di come accaparrarsi i flussi di denaro legati alla ripartenza economica e ai bonus edilizi, settore in cui le aziende controllate dal consorzio stavano già penetrando pesantemente.Il pranzo è servito anche a “mettere la pace” su alcune frizioni nate nei mesi precedenti tra esponenti dei diversi gruppi per questioni di debiti e crediti legati a operazioni finanziarie illecite.

Nelle risposte alla PM, Cerbo ha sottolineato come quel pranzo al ristorante “Sardinia” abbia rappresentato la prova dell’esistenza del “sistema Hydra”: un’unica cabina di regia in cui le barriere storiche tra le diverse mafie venivano abbattute in nome del profitto comune, applicando una mentalità prettamente imprenditoriale e manageriale alla criminalità organizzata.

Tra i numerosi avvocati presenti riconosciamo Roberto Grittini che difende Errante Parrino. Questa la dichiarazione dell’avvocato Grittini: “La figura di Errante continua ad essere un’icona senza ruolo, uno sconosciuto se non per sentito dire. Si parla di truffe, ma della mafia nemmeno l’ombra”. Il tema delle truffe e degli illeciti economico-finanziari è uno dei pilastri portanti del racconto di William Cerbo e, più in generale, dell’intero impianto accusatorio del processo “Hydra”.

Nelle aule bunker di Milano, il collaboratore di giustizia non descrive una mafia vecchio stile fatta solo di armi e violenza di strada, ma un vero e proprio “consorzio d’affari” in cui la criminalità organizzata si comporta come una holding finanziaria.

Errante Parrino (originario di Castelvetrano, residente ad Abbiategrasso e arrestato all’ospedale di Magenta dopo un periodo di irreperibilità) è considerato dalla DDA di Milano il rappresentante apicale di Cosa Nostra all’interno del “Consorzio” lombardo. Viene indicato come lo storico punto di raccordo tra il mandamento mafioso di Castelvetrano, legato a doppio filo all’ex primula rossa Matteo Messina Denaro (di cui Parrino è cugino da parte di madre) e le altre anime della “super mafia” (la ‘ndrangheta e la camorra) attive in Lombardia.

In particolare Errante Parrino viene citato da Cerbo in episodi particolari. Citiamo questo passaggio dell’udienza. Alla domanda della Pm Cerreti: “Ha mai sentito parlare di Bernardo Pace e dei figli?”, Cerbo risponde: “Li ho visti in videoconferenza, ma ne ho sempre sentito parlare. Tanto Cantarella mi diceva che, verso la fine del 2018, doveva difendere Gioacchino Amico da tutta Italia. L’ultimo problema l’aveva avuto con i parenti di Messina Denaro che riconduco a zio Paolo, ovvero Errante Parrino”. In sostanza Amico doveva soldi agli amici di Errante Parrino che erano poi i Pace. “Amico – continua Cerbo – sfruttava il paravento mafioso per fare illeciti. Truffava tutti. Poi i truffati lo minacciavano e lui si rifugiava da Tano. Che, per intervenire, ci lucrava”.
I Pace, quindi, non li ha mai conosciuti?
“No , – ribadisce Cerbo – ma me ne ha parlato Tano Cantarella. Tano aveva avuto una disputa con zio Paolo, Errante Parrino (me l’ha nominato Cantarella, definendolo parente di Messina Denaro). Cosa c’entra con i pace? “Quello che faceva Amico con Tanto Cantarella, lo facevano i Pace con Errante Parrino. Ovvero erano paravento di stampo mafioso”. In sostanza i Pace si sono rivolti, per tutelare le loro istanze creditorie, a Errante Parrino
Come si è evoluta la questione?
“Dopo la scomparsa di Tano Cantarella, vestiti è diventato quel che prima era Cantarella per Amico, assorbendo tutti i problemi. In più occasioni mi disse di avere avuto dispute con i parenti di Messina Denaro, ma Vestiti era uno più serio”.

Ma torniamo agli incontri nei locali dell’Altomilanese. Nelle sue deposizioni, e in particolare nel filone di dichiarazioni approfondito durante il dibattimento estivo del processo “Hydra”, William Alfonso Cerbo descrive diversi incontri e dinamiche avvenuti all’interno di locali pubblici dell’Altomilanese e delle aree limitrofe (come la zona di Busto Arsizio e del legnanese).
Due episodi e contesti specifici legati a bar e locali emergono in modo netto dal suo racconto ai magistrati della DDA. Anzitutto il summit convocato in un bar di Busto Arsizio (Natale 2019).

Uno dei passaggi più significativi riguarda un incontro avvenuto poco prima della scomparsa di Gaetano Cantarella (referente in Lombardia del clan catanese dei Mazzei, sparito per lupara bianca nel febbraio 2020). Sotto il periodo natalizio del 2019, i fratelli Nicastro (esponenti del clan dei gelesi operativi nell’area di Busto Arsizio) convocano Cantarella all’interno di uno dei loro bar a Busto Arsizio.

All’incontro partecipano Cantarella (noto come Tano u Curtu), un soggetto di cognome Vestiti e un altro personaggio chiave, un collaboratore di giustizia catanese soprannominato “il giocattolo”. Cerbo spiega che questo incontro serviva ai Nicastro per fare chiarezza su una complessa vicenda di recupero crediti da circa 250mila euro (poi scesi a 100mila). Secondo il racconto, proprio in quel bar di Busto Arsizio si palesa la presenza di un vero e proprio “clan di ex collaboratori” riorganizzatisi sul territorio per compiere attività estorsive e “fare i malandrini” insieme ai gruppi locali.

Durante l’udienza precedente a mercoledì, quella del 9 luglio, la PM Alessandra Cerreti interroga dettagliatamente Cerbo sulle dinamiche di controllo del territorio nell’Altomilanese e nell’area tra Legnano, Lonate Pozzolo e Abbiategrasso. Qui vengono affrontati i metodi estorsivi e di pressione messi in atto dai vari sodali del consorzio nei confronti dei commercianti e dei gestori dei locali pubblici per imporre la propria egemonia.

Cerbo e le indagini della DDA evidenziano come i bar dell’Altomilanese non fossero solo luoghi di riunione per i vertici, ma anche bersagli diretti del potere di controllo territoriale del consorzio. Viene descritto il modus operandi del clan nel pretendere il totale assoggettamento dei gestori dei locali. Nello specifico filone delle indagini collegate, viene ricostruito come esponenti delle famiglie pretendessero consumazioni e forniture gratis nei bar della zona, arrivando a pesanti minacce fisiche dirette ai proprietari dei locali che tentavano di opporsi, ribadendo la frase: “Vedi che qui comando io”.

Questi episodi delineano una mappa in cui bar e ristoranti della provincia milanese e varesina (da Inveruno a Busto Arsizio) fungevano sistematicamente da basi logistiche sia per appianare i contrasti interni sia per manifestare visibilmente il controllo mafioso sul territorio economico locale.
Nel ricostruire la rete di alleanze e di affari del consorzio, Cerbo descrive anche i gruppi criminali albanesi visti non propriamente non come dei rivali storici, ma piuttosto come dei partner commerciali strategici ed estremamente affidabili. Questo, soprattutto, nei settori strategici dell’approvvigionamento della droga e nei servizi di “recupero crediti”.

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