Dalla fuga da Rimini alla detenzione in Libia, la storia da film dell'imprenditore Giulio Lolli

20 Giugno 2026 - 15:55
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Dalla fuga da Rimini alla detenzione in Libia, la storia da film dell'imprenditore Giulio Lolli

articolo in aggiornamento

AGI - Se non è una storia da film di azione e di spionaggio, di quelli che tengono lo spettatore con il fiato sospeso fino all'ultima scena, poco ci manca. Ma per spiegare nel dettaglio quanto accaduto negli ultimi 10-15 anni a Giulio Lolli, imprenditore di Bertinoro nato nel 1965, forse neppure un'ottima sceneggiatura potrebbe essere sufficiente. Le cronache giudiziarie raccontano che i primi guai risalgono al 2010 quando la procura di Rimini cominciò a indagare sul conto di Lolli, nella veste di patron di 'Rimini Yacht', società poi dichiarata fallita, per i reati di truffa - dopo alcune anomale denunce di furto - e di appropriazione indebita di un'ottantina di imbarcazioni di lusso: tutte con due proprietari, qualcuna con tre, alcune totalmente inesistenti e create ad hoc solo sulla carta, per ottenere i finanziamenti.  Da alcuni accertamenti incrociati relativi alle iscrizioni di numerosi yacht, era emerso che grazie ad una società di San Marino, dove operava una 'testa di legno' con una serie di prestanome come intestatari, ciascun natante (con valore commerciale che oscillava tra i 300 mila ed i 6,5 milioni di euro), veniva finanziato due o addirittura tre volte, mediante contratti di leasing stipulati con società legate ad istituti bancari italiani e stranieri, per lo più sammarinesi, ai quali venivano sottoposti in sede di compravendita, documenti di conformità falsi.

Nella primavera di quell'anno Lolli si rese irreperibile, scappando prima in Tunisia e poi in Libia. Il primo dicembre del 2019 fu estradato in Italia: nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip del tribunale di Roma su richiesta della procura, si contestavano a Lolli i reati di associazione con finalità di terrorismo internazionale e traffico di armi e munizioni da guerra. Stando all'originaria ipotesi accusatoria, l'imprenditore romagnolo sarebbe stato tra i comandanti del cartello islamista denominato Majlis Shura Thuwar Benghazi, una formazione jihadista controllata dall'organizzazione terrorista Ansar Al Sharia (affiliata ad Al Qaeda, sino al suo definitivo scioglimento avvenuto a novembre 2017), molto attiva nel 2017 nella città di Bengasi con base operativa a Misurata. E nell'ambito di questa organizzazione Lolli avrebbe operato sino all'ottobre 2017 quale "Comandante delle forze rivoluzionarie della Marina". I carabinieri del Ros, che indagarono per conto della procura, si convinsero che Lolli, assieme ad altre persone, avesse messo a disposizione la propria esperienza marittima, e almeno due mezzi navali fatti venire dall'Italia, nella formazione e organizzazione delle truppe del Majlis Shura Thuwar Benghazi.

Il ritorno in Italia, sia pure come detenuto, rappresentò per Lolli la salvezza. E qui serve un passo indietro per spiegare il perchè della svolta.

Nel periodo trascorso a Tunisi, infatti, dove avrebbe beneficiato dei favori della famiglia del poi deposto presidente Ben Alì, Lolli aveva aperto una propria attività di import-export. Gli investigatori riminesi, che gli davano la caccia, scoprirono che un amico di Lolli si recava periodicamente in un centro commerciale di Forlimpopoli, dove portava all'anziana madre del latitante notizie e pizzini, quindi ripartiva alla volta del Nord Africa, non prima di aver procurato tutto ciò di cui Lolli aveva bisogno.

A seguito della richiesta di cattura e di estradizione inviata dalla Procura della Repubblica di Rimini alle autorità tunisine, richiesta giunta proprio all'alba della primavera araba, Lolli, che non poteva più contare sulla protezione della famiglia Ben Alì, venne espulso e cacciato via mare. Approdò a Tripoli, facendo prima tappa a Malta, e trovò alloggio nel lussuoso Hotel Rixos, lo stesso che ospitò i giornalisti nei giorni della rivoluzione: Lolli vi rimase fino al suo primo arresto, nel gennaio del 2011, quando l'Interpol e le forze dell'allora leader libico Colonnello Gheddafi, riuscirono a individuarlo e a fermarlo. Durante la detenzione assieme ad alcuni prigionieri politici, fu liberato dai ribelli ai quali si unì e con i quali, forse, combattè, con un nuovo nome e una nuova religione. Si faceva chiamare Giulio Karim Lolli, aveva sposato una donna libica e solo sei anni dopo, nel 2017, fu arrestato dalle forze speciali di Al Rada, la squadra antiterrorismo libica con accuse gravissime: tra tutte, quella di aver fiancheggiato un gruppo estremista separatista (per l'appunto Majlis Shura Thuwar Benghazi ). In Libia, come se non bastasse, ha assistito alle torture di Al Masri Osama Najeen. Dopo due anni di detenzione, la sentenza dell'8 settembre 2019: ergastolo. E, infine, l'estradizione in Italia del primo dicembre 2019.

Queste che seguono, data per data, sono alcune tappe della controversa vicenda giudiziaria di Lolli con l'intreccio del contenzioso riminese legato alla disavventura della 'Rimini Yacht' con l'inchiesta della procura di Roma:

- 04-12-2019: Giulio Lolli, sentito a Roma dal gip durante l'interrogatorio di garanzia, ha rilasciato alcune dichiarazioni spontanee e negato con forza ogni addebito. Secondo l'avvocato Antonio Petroncini, il suo cliente "ha combattuto il terrorismo, e non certo favorito" e ha respinto al mittente le accuse di aver agevolato una organizzazione armata in Libia.

- 03-02-2021: il 55enne Giulio Lolli, a processo a Rimini per truffa, estorsione, associazione a delinquere e falso documentale per la storia della 'Rimini Yacht', è stato condannato dal tribunale a 4 anni e 6 mesi di reclusione: i giudici lo hanno ritenuto colpevole della sola associazione dichiarando prescritti gli altri reati. Il pm Davide Ercolani aveva chiesto 12 anni e 6 mesi. Nel dibattimento Lolli si è difeso negando ogni addebito e sostenendo di aver agito "per salvare la società". L’accusa, invece, sostiene che l’imprenditore abbia rivenduto più volte imbarcazioni di lusso facendo sparire oltre 300 milioni di euro per poi fuggire in Libia da dove è stato estradato. Anche se per Rimini è libero, Lolli non potrà lasciare il carcere perchè attende l'esito del processo per accuse come terrorismo internazionale e traffico d'armi.

"Riguardo alla vicenda 'Rimini Yacht' - ha successivamente precisato l'imputato - ricordo che le motivazioni di questa sentenza hanno confermato che la società non è stata creata per effettuare azioni illegali o per arricchimento personale e che il reato di associazione che ho commesso mentre ero presidente del cda è avvenuto dopo anni di gestione virtuosa e in concomitanza con la crisi delle vendite del 2008/2010 che ha poi falcidiato la nautica italiana".

- 15-10-2021: la corte di appello di Bologna ha confermato la pena di 4 anni e 6 mesi. 

- 8-02-2022: la prima corte d'assise di Roma ha condannato 9 anni di carcere Lolli per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale e porto illegale e detenzione di armi. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco aveva sollecitato una condanna a 8 anni di carcere. Secondo i pm di piazzale Clodio, Lolli avrebbe assunto un "ruolo direttivo" e favorito "l’azione dell’organizzazione Majlis Sura Thuwar Bengazi. Attraverso "l’utilizzo della barca Mephisto nella sua disponibilità, e dell’equipaggio”, “raccoglieva e introduceva nello Stato, deteneva e cedeva a terzi armi da guerra destinate al rifornimento di unità combattenti della prima linea d’assalto: quali armi portatili, munizionamento, granate, bombe, mine, lanciarazzi anticarro, antipersonale, missili anticarro e materiale accessorio da guerra, convenzionale e anticonvenzionale”.

- 10-11-2022: la corte d’assise d’appello di Roma ha ridotto a 5 anni la condanna per Lolli. E' caduta, infatti, l'accusa di terrorismo internazionale.

- 12-10-2023: Lolli è stato assolto definitivamente "perchè il fatto non sussiste" dalla prima sezione della Corte di Cassazione, dall'accusa di terrorismo. Dichiarato inammissibile, infatti, il ricorso della Procura Generale di Roma contro la sentenza della corte d'assise d'appello che lo aveva già assolto.

Escluso un legame di Lolli con il terrorismo islamico, la Suprema Corte si è limitata a riconoscere un suo possibile contributo nella compravendita della barca Mephisto, a bordo della quale sono state rinvenute armi. “L’unica condanna – ha precisato lo stesso Lolli con una lettera all'AGI - che il sottoscritto ha quindi ricevuto in un processo che era stato avviato per una serie di reati gravissimi, è stata quella per concorso in un trasporto di armi, che è stato ritenuto illegale dalla magistratura italiana, ma non da quella libica. Trasporto avvenuto esclusivamente su un’imbarcazione denominata Mephisto/Mukhtar la quale non è mai stata sequestrata da nessuna forza di polizia nazionale o internazionale del mondo. Mephisto/Muktar della quale il sottoscritto non è mai stato né armatore, né comandante, né membro del suo equipaggio, ma il mediatore (broker) della sua compravendita”.

Entrando nel merito delle contestazioni e alla luce delle motivazioni della Suprema Corte, Lolli ha tenuto a sottolineare che la Majil Sura Twuar Bengasi non solo non era associabile a un gruppo jihadista ma rappresentava, di fatto, l’esercito libico che difendeva la città di Bengasi dai progetti eversivi dell’ex generale Kalifa Haftar.

E ancora: dalle carte processuali è emerso che la MSTB nulla aveva a che fare con il terrorismo, ma anche che lo stesso Lolli non aveva rapporti con la MSTB, non risultando provato che egli avesse diretto o finanziato economicamente tale organizzazione. Nessuna imbarcazione appartenuta a lui o a società ad esso riconducibili, è mai stata trovata o fermata con armi a bordo. Lolli, insomma, non ha organizzato né partecipato a nessun trasporto di armi, ma era a conoscenza che tali armi sarebbero state trasportate per essere utilizzate contro un golpista (Haftar), incriminato dalla ICC e che la stessa Corte ha definito terrorista.

“Nonostante in Libia mi trovassi in una situazione di assoluta sicurezza personale ed economica (il primo gennaio 2013 la Corte di Appello di Tripoli aveva rigettato definitivamente la richiesta di estradizione dell’Italia, avevo la residenza permanente, ero stato decorato nel 2011 per il supporto alla Rivoluzione, rappresentavo in Libia ufficialmente tre aziende italiane di nautica alle quali avevo fatto vincere un contratto per la costruzione di vedette), ho deciso di rischiare la mia vita per salvare quella degli altri”, ha affermato Lolli.

Nelle motivazioni a partire da pagina 9 è spiegato che "Lolli era stato chiamato dal Ministero della Difesa a partecipare in ragione della sua esperienza nella conduzione di yacht, ad alcune missioni per conto del Governo Nazionale libico che avevano consentito il salvataggio di numerosi profughi costretti ad abbandonare il territorio ove vivevano a causa degli attacchi sferrati dal generale Haftar" e che lo stesso "aveva partecipato in modo attivo alle lotte alle organizzazioni terroristiche nelle città di Sert lavorando a favore di famiglie libiche “in base alle istruzioni del Supporto Marino del Ministero degli Interni.”

La conclusione dei giudici è la seguente: “Può ritenersi dunque che l’imputato, benché non associato ad organizzazione terroristica, aveva partecipato, conducendo le imbarcazioni in mare antistante la costa libica, ad azioni che per essere portate a termine in sicurezza comportavano la necessaria disponibilità (ovvero la detenzione) di armi per il soccorso profughi in tratto di mare dove, si ripete, erano in corso le battaglie contro le milizie del generale Haftar, contrario al governo nazionale libico riconosciuto a livello internazionale”.

E di nuovo: “L’imputato aveva partecipato alla lotta alle organizzazioni terroristiche in base alle istruzioni del Ministero degli Interni, pertanto… le accuse che lo riguardano sono infondate visto che lavorava a servizio del Supporto Marino del Ministero degli Interni il quale era impegnato nelle lotte all’immigrazione clandestina e l’accesso a quelle zone era stato autorizzato legalmente”.

- 24-01-2025: Lolli "indignato" per la "scandalosa scarcerazione" del generale Almasri Osama Najeen, il capo della polizia giudiziaria libica che la Corte penale internazionale vorrebbe arrestare per crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella prigione di Mitiga, vicino a Tripoli, a partire dal febbraio 2011, ma che dopo alcuni giorni di permanenza a Torino, il governo italiano ha riportato in Libia con un volo di Stato.

In una nota diffusa attraverso il suo legale, Claudia Serafini, Lolli si è detto "pronto a rilasciare alla stampa ogni dettagliata informazione riguardo gli omicidi, le torture, le violenze, i soprusi e le violazioni dei diritti umani compiuti da Osama e dalla sua milizia salafista Al-Rada, all'interno della prigione Mitiga, dove sono stato rinchiuso, nell'indifferenza mediatica, consolare e delle associazioni dei diritti umani dal 28 ottobre 2017 al primo dicembre 2019".

Lolli, fuggito nel Paese nordafricano dove aveva partecipato alle rivolte contro Gheddafi ed era stato imprigionato per reati come il terrorismo da cui poi sarebbe stato completamente assolto, ha spiegato di aver reso testimonianza davanti ai funzionari della Procura presso la Corte penale internazionale il 6 e 7 giugno 2023, testimonianza su accordi tra il nostro Paese e la Guardia costiera di Tripoli che "hanno direttamente comportato innumerevoli violazioni dei diritti umani subite da donne, bambini e uomini africani diretti in Italia, incarcerati, ammazzati e ricattati nei centri detentivi".

In particolare, Lolli ha assicurato di essere stato testimone oculare, proprio a Mitiga, "di due omicidi effettuati dai comandanti di Al-Rada: il primo effettuato da Almasri Osama Najeen per rappresaglia su un prigioniero appena catturato dopo un tentativo di assalto alla prigione, avvenuto nel gennaio 2018, il secondo durante gli interrogatori. Ho, inoltre, assistito a quattro episodi di colpi di arma da fuoco sparati alle ginocchia dei prigionieri, due effettuati da Almasri di fronte a tutti noi, per dare esempio, e altri due su prigionieri durante gli interrogatori".

Nella nota consegnata alle agenzie di stampa italiane, tra cui l'AGI, si parla di un "sadico sistema, una prassi consolidata di Osama Najeen" e di "innumerevoli e brutali pestaggi avvenuti sia con il bastone di gomma che Osama e tutti i miliziani si portavano appresso, sia con il calcio dell’ AK47. Inoltre ho personalmente ascoltato le innumerevole urla di coloro che venivano torturati nella saletta degli interrogatori e le urla delle donne picchiate e probabilmente stuprate. Nel carcere salafita di Mitiga - ha continuato Lolli - tra le varie torture che ho subito, sono stato ristretto per 13 mesi consecutivi senza mai un'ora d'aria, in una cella di 35 metri quadri, con 45 persone e un solo bagno, privo di acqua coerente. Sono stato costretto a dormire per terra, ripetutamente picchiato con un bastone, tenuto affamato e costretto a bere acqua torbida e a pregare 5 volte al giorno. Sono stato inserito ripetutamente in una bara di ferro verticale per ore quando non rispondevo adeguatamente a Osama Najeen, Abdulraouf Karah il fondatore di Al-Rada e un altro ufficiale di Al-Rada".

- 17-10-2025: Giulio Lolli, 60 anni, ha ottenuto la semilibertà e potrà uscire dal carcere per andare a lavorare in un’azienda di logistica e marketing dalle 7 del mattino fino a fine giornata. L’uomo ha usufruito della decisione del tribunale di Sorveglianza di Bologna, la città in cui è detenuto nel carcere della Dozza. "La semilibertà – ha spiegato il suo avvocato, la legale Claudia Serafini – è meritatissima. Non solo per le decurtazioni relative alle pene, ma anche per la sua condotta. Si è laureato ha frequentato un corso di giornalismo, ha insegnato italiano agli stranieri all’interno del carcere e ha iniziato a lavorare".

 

 

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