Davide Cavallo, i minori che parteciparono all’accoltellamento in Corso Como: “Abbiamo seguito il gruppo, ci facciamo schifo”

04 Agosto 2026 - 23:25
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Davide Cavallo, i minori che parteciparono all’accoltellamento in Corso Como: “Abbiamo seguito il gruppo, ci facciamo schifo”

Mi facevo schifo per quanto accaduto“. A dirlo è uno dei ragazzi che hanno partecipato all’accoltellamento di Davide Simone Cavallo, aggredito in Corso Como l’ottobre scorso. Una testimonianza emersa nella trascrizione dell’udienza del 9 luglio. La giudice chiede ai ragazzi: “Se fossi libero di scegliere cosa chiederesti”: condanna per tentato omicidio o messa alla prova?”. È una delle particolarità dei processi ai minorenni: accertare la verità e, nel caso, sanzionare – certo – ma anche entrare nella testa degli imputati. Capire che cosa loro hanno compreso di ciò che è accaduto.

L’aggressione in corso Como e le condanne dei maggiorenni

Nella vicenda dei tre giovanissimi si tratta dell’accoltellamento del 22enne Davide Simone Cavallo, il 12 ottobre 2025 in corso Como a Milano, nel corso di una rapina per una banconota da 50 euro. Episodio in cui il giovane bocconiano è stato ridotto in fin di vita e reso disabile. Per quei fatti il gup di Milano, Alberto Carboni, ha condannato a 20 anni di reclusione il 19enne Alessandro Chiani – autore materiale della coltellata – e a 10 mesi per omissione di soccorso l’altro maggiorenne, Ahmed Atia, il ‘palo’ secondo l’accusa del pm Andrea Zanoncelli.

I racconti dei tre minorenni

Il ‘branco’ era composto anche dai tre adolescenti: chi ha colpito con “calci e pugni”, chi ha strappato la banconota dalle mani, chi ha deciso di trascorrere una serata di compleanno in trasferta dalla Brianza, dopo essere stati rimbalzati all’ingresso da due diverse discoteche “essendo tutti maschi”, di divertirsi dando “fastidio” a quel ragazzo accasciato ubriaco su un gradino e che, secondo il loro racconto, avrebbe subito una prima rapina da due sconosciuti in monopattino.

Gli stati d’animo – a 10 mesi dai fatti, dopo la carcerazione all’istituto per minori ‘Beccaria’ e i domiciliari in due diverse comunità – emergono dalle 52 pagine di trascrizione dell’udienza del 9 luglio. “Avrei dovuto interrompere in qualche modo l’aggressione, tirare via il mio amico, e invece ho fatto la cosa più facile, che era seguire il gruppo“, raccontano. In parte si giustificano: nessuno avrebbe visto con precisione Chiani estrarre e utilizzare un coltello. Solo uno di loro ha ammesso di essere a conoscenza della presenza dell’arma ma non certo che fosse stata usata. Allontanandosi è il maggiorenne che dice loro di averlo “forse” trapassato attraverso il giubbotto con la lama. Dopo 40 minuti tornano sotto i portici senza trovare il corpo della vittima, polizia o ambulanze. Per questo si sentono “rassicurati”. Della “gravità” si sarebbero resi conto solo con perquisizioni e convocazioni in Questura o dopo il primo giorno in carcere, leggendo gli atti e le intercettazioni. “Tornato a casa dalla Questura mi ricordo che ho iniziato a vomitare dal nervoso e mi facevo schifo per quanto accaduto – dice uno di loro -. Poi in carcere mi ricordo che sono stato male per i sensi di colpa che avevo, non riuscivo a dormire, a mangiare”. “Credevo che la mia responsabilità fosse limitata al solo fatto di avere tirato i due calci”, racconta un altro. “Gli psicologi” e “le educatrici mi provavano ad aiutare a capire che la mia responsabilità non era solo quella“.

Le scuse alla vittima e il rinvio a settembre

Tutti si scusano con la vittima, presente in aula e con la quale colloquiano separatamente, ma l’impressione della pm Elisa Salatino è che siano “scuse un po’ preparate e un po’ formali“. Che non si sposano con la lunga serie di “non ho visto, io non ricordo”, proferiti soprattutto in relazione alle responsabilità non proprie, che vengono ammesse, ma degli amici. Pubblica accusa e difesa si trovano d’accordo sul rinviare al 2 settembre per “rielaborare ulteriormente i fatti”. A quella data l’Ufficio di servizio sociale per i minori (USSM) potrebbe arrivare con un percorso strutturato di giustizia riparativa a cui tutti hanno chiesto di accedere trovando la disponibilità di Cavallo. Forse a quel punto sarà più facile rispondere alla domanda dei giudici De Simone-Mariani-Moyersoen: “Ancora non saresti in grado di chiedere un qualcosa di definito che sia una condanna, che sia una messa alla prova?”.

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