Davide di Malta: «Doveva essere una parentesi, sono passati ventitré anni»
Aveva trentun anni quando lasciò Milano per gli Stati Uniti. Doveva essere un’esperienza temporanea, e invece New York lo ha trattenuto. In questa intervista Davide Di Malta, responsabile delle sedi di Gava Group di New York e Miami, ripercorre il suo arrivo in America, i dubbi e il ritorno mancato in Italia.
Quando hai lasciato Milano per gli Stati Uniti avevi poco più di trent’anni. Se ripensi a quel momento, cosa vedi? Un ragazzo in cerca di un’opportunità o qualcuno che era già alla ricerca di una vita diversa?
Direi entrambe le cose. Dopo la laurea, nel 1999, volevo fare un’esperienza all’estero. Mio zio, fondatore di Gava Group, mi propose di entrare in azienda e mi disse che, se avessi fatto bene il mio percorso, prima o poi sarebbe arrivata un’opportunità internazionale. Così iniziai a lavorare a Milano, partendo letteralmente da zero. Ho fatto la gavetta in tutti i reparti, dall’operativo al commerciale, passando per l’amministrazione. Dopo tre anni si presentò la possibilità di trasferirmi negli Stati Uniti. Arrivai prima a Chicago, nel 2002, e l’anno successivo a New York. Avevo trentun anni e da lì è iniziata una nuova fase della mia vita.
Molti partono pensando di restare qualche anno e poi tornare. Tu era uno di quelli?
Assolutamente sì. Quando sono partito da Milano pensavo di fare qualche anno all’estero, imparare, crescere professionalmente e poi rientrare in Italia. Era questo il piano. La vita, però, ha deciso diversamente. Prima Chicago, poi New York. A un certo punto mi sono accorto che questa città era diventata casa.
Cosa ricordi del tuo arrivo negli Stati Uniti? C’è un’immagine che ancora oggi ti torna in mente?
L’impatto è stato forte. Chicago è stata una bellissima esperienza, ma era molto diversa da come me l’ero immaginata. Più chiusa, più difficile da vivere socialmente per uno straniero. Poi, nel 2003, sono arrivato a New York. Lì è cambiato tutto. Mi si è aperto un mondo. Ho trovato una città capace di offrirti continuamente occasioni di incontro, confronto e crescita. Mi sono sentito subito nel posto giusto.
New York viene spesso raccontata come una città che corre e pretende molto. Tu che percezione ha avuto?
Ho trovato una città che ti obbliga a migliorarti continuamente. Ti mette alla prova, ma allo stesso tempo ti offre opportunità straordinarie. Se sei disposto a impegnarti, a imparare e ad adattarti, ti restituisce moltissimo.
C’è qualcosa che New York ti ha insegnato e che difficilmente avresti imparato restando in Italia?
Probabilmente il valore della relazione con il cliente. È stata la prima grande differenza che ho percepito nel modo di fare impresa. Noi non vendiamo un prodotto, ma un servizio. E un servizio funziona soltanto se il cliente si sente seguito in ogni fase del processo. Negli Stati Uniti ho imparato quanto conti costruire rapporti duraturi. Se lavori bene e dimostri affidabilità, il cliente tende a restare con te. È una fiducia che si conquista nel tempo.
Da italiano arrivato negli Stati Uniti, quali aspetti del tuo carattere si sono rivelati più utili del previsto?
La capacità di costruire rapporti umani. Noi italiani siamo naturalmente portati a creare connessioni, ad ascoltare le persone, a farle sentire importanti. Può sembrare un dettaglio, ma in realtà è una qualità molto apprezzata anche in un contesto internazionale come New York.
A un certo punto, nel 2008, hai deciso di tornare in Italia. Che momento era della sua vita?
Era un periodo complicato dal punto di vista personale. Pensai che tornare in Italia fosse la scelta giusta. Lo feci davvero. Ma rimasi lì soltanto tre mesi.
E cosa ti hanno insegnato quei tre mesi lontano da New York?
Mi hanno fatto capire quanto questa città fosse diventata parte della mia vita. New York non è una città facile da amare. Ti mette continuamente alla prova, ti chiede molto e a volte sembra quasi respingerti. Però, se riesci a superare i primi anni, succede qualcosa. Cominci a sentirti parte della città. E quando accade, è difficile immaginarsi altrove.
Molti parlano di New York come di una città estremamente competitiva. Tu come la descriveresti?
Più che competitiva, meritocratica. Non significa che basti impegnarsi per ottenere tutto. Serve anche fortuna, come in ogni cosa. Però ho sempre avuto la sensazione che il lavoro, la preparazione e la volontà vengano riconosciuti. È un aspetto che mi ha sempre motivato.
Nel tuo lavoro si parla spesso di logistica e mercati globali. Quanto contano ancora i rapporti umani?
Contano moltissimo. Oggi la sfida più grande per un’azienda che vuole crescere mantenendo una visione internazionale è costruire una rete affidabile. Non bastano persone competenti all’interno dell’azienda. Servono partner e fornitori che condividano gli stessi standard e la stessa attenzione verso il cliente. Quando trovi questo equilibrio, hai costruito qualcosa di davvero solido.
Quando arrivati qui il tuo obiettivo era fare esperienza e poi tornare in Italia. Oggi che cosa ti motiva ad alzarti la mattina?
Oggi il mio obiettivo è diverso. All’inizio pensavo soprattutto a costruire il mio percorso professionale. Oggi penso alla continuità. Ho la fortuna di lavorare con persone giovani e motivate e mi piacerebbe che fossero loro a portare avanti ciò che abbiamo costruito in questi venticinque anni.
Se incontrassi oggi un ragazzo che sta per partire per New York con le stesse ambizioni che avevi tu nel 2002, quale consiglio gli daresti?
Gli direi di avere tanta forza di volontà e un obiettivo. La volontà è ciò che ti permette di andare avanti nei momenti difficili. L’obiettivo è ciò che ti dà una direzione. Come ho detto prima, negli Stati Uniti esiste ancora una forte cultura della meritocrazia. Certo, serve anche un po’ di fortuna. Ma se hai determinazione e competenze, le opportunità ci sono.
Dopo più di vent’anni negli Stati Uniti, c’è ancora qualcosa che riesce a sorprenderti di New York?
La curiosità che riesce a generare. Mi piace il fatto che ogni giorno ci sia qualcosa da imparare, da vedere o da scoprire. Mi piace la sua energia culturale, il teatro, la musica, la possibilità di incontrare persone provenienti da ogni parte del mondo. Dopo tutti questi anni continuo a svegliarmi con piacere e ad andare a lavoro con entusiasmo. Credo sia il segnale più chiaro che New York, alla fine, è stata la scelta giusta.
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