Milano Pride, la polemica degli esercenti di Porta Venezia: “Non ci avete sostenuti contro le ordinanze del Comune”
Non è una contestazione al Pride, ma un segnale politico rivolto a chi lo organizza. Borgo delle Perse e LeccoMilano, due tra le realtà più conosciute della comunità LGBTQIA+ e del quartiere di Porta Venezia, quest’anno non porteranno il proprio carro alla parata che attraverserà Milano dalla stazione Centrale all’Arco della Pace. “Non lo facciamo con leggerezza e non lo facciamo contro il Pride”, spiegano gli esercenti, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. La scelta nasce dalla convinzione di essere rimasti senza sostegno di fronte alle nuove regole imposte dal Comune alla vita notturna del quartiere. “Lo facciamo perché ci sentiamo soli. E perché questa solitudine ha un nome preciso: il silenzio delle associazioni del coordinamento Pride di fronte all’inasprimento delle ordinanze sulla movida che colpisce il quartiere Lazzaretto-Melzo, il cuore della comunità lgbtq+ milanese“.
“Abbiamo costruito questo quartiere creando luoghi di incontro per la comunità”
La protesta rivendica anche il ruolo svolto negli anni dai locali nella trasformazione di Porta Venezia in uno dei principali luoghi di aggregazione LGBTQIA+ di Milano. “Siamo gli esercenti che hanno costruito questo quartiere. Non abbiamo solo aperto dei locali: abbiamo creato luoghi di aggregazione, di incontro, di cultura e di politica per la comunità milanese, quando quasi nessuno lo faceva”, affermano Borgo delle Perse e LeccoMilano. Il ragionamento è che l’identità arcobaleno del quartiere non sia nata spontaneamente, ma anche grazie agli investimenti, alle attività e alla presenza continuativa di imprenditori che hanno contribuito a farne un punto di riferimento riconosciuto in Italia e all’estero. Porta Venezia è diventata negli anni una destinazione legata alla comunità LGBTQIA+, è stata identificata con una fermata della metropolitana arcobaleno ed è entrata persino nell’immaginario promozionale cittadino. Ora chi ha partecipato a questa trasformazione sostiene di non essere stato ascoltato nel momento più difficile.
L’ordinanza sulla movida al centro dello scontro
La rottura riguarda soprattutto l’ordinanza comunale entrata in vigore l’11 giugno, che prevede il divieto di vendita da asporto dalle 22 e la chiusura dei dehors a mezzanotte. Secondo gli esercenti, il provvedimento sarebbe stato comunicato con un preavviso troppo breve, quando contratti stagionali e assunzioni erano già stati definiti. Le conseguenze, sostengono, non riguarderebbero soltanto gli incassi dei locali ma anche la tenuta occupazionale di attività che impiegano numerose persone appartenenti alla stessa comunità. “Un provvedimento calato dall’alto a 48 ore dalla pubblicazione, con contratti stagionali già firmati e personale già assunto. I posti di lavoro a rischio sono spesso di persone della nostra stessa comunità, che in questi locali hanno trovato non solo un impiego ma uno spazio in cui esistere liberamente. Siamo stati lasciati soli ad affrontarlo“. La rinuncia al carro diventa così una forma di pressione nei confronti delle associazioni del coordinamento, accusate di non aver preso posizione con sufficiente nettezza contro le restrizioni. Borgo delle Perse e LeccoMilano precisano tuttavia di non voler delegittimare la manifestazione. Il Pride viene definito un “atto politico e di libertà che va difeso e celebrato”.
Il confronto sul genocidio a Gaza
Alla tensione legata alla movida si aggiunge il confronto sul documento politico del Pride milanese, che collega le discriminazioni contro le persone LGBTQIA+ ad altre forme di violenza, razzismo e suprematismo. Nel testo si parla di “genocidio a Gaza”, di “pulizia etnica in Cisgiordania” e delle violazioni dei diritti umani in diversi conflitti internazionali. Una formulazione che aveva già provocato divergenze con una parte della comunità ebraica milanese. La presidente di Arcigay Milano Alice Redaelli aveva spiegato a La Stampa che la posizione del Pride sulla difesa dei diritti umani è sempre stata chiara, precisando che nessuna organizzazione ebraica aveva presentato una richiesta ufficiale di partecipazione alla manifestazione milanese.
Sul tema è intervenuto anche Klaus Davi, che si definisce “gay e sionista” e ha contestato duramente l’uso del termine genocidio nel documento politico. Davi ha chiesto agli organizzatori se la sua presenza sarà ancora gradita o se il Pride sia aperto soltanto a chi condivide quella lettura del conflitto israelo-palestinese. Una provocazione che aggiunge un ulteriore fronte di discussione.
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