Delio Rossi: "Di Canio non si allenava coi coni giallorossi. La scazzottata con Ljajic alla Fiorentina? Sono scivolato"

31 Maggio 2026 - 12:23
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Tutta la schiettezza del tecnico ex Lazio e Fiorentina, tra le tante altre

Delio Rossi, esperto allenatore italiano fermo dopo l'ultima esperienza al Foggia nel 2025, ha parlato a La Gazzetta dello Sport tra ricordi e aneddoti:

"Di certo non mi posso riciclare! Non è che ora posso mettermi a fare l’elettricista, non so nemmeno cambiare una lampadina. Sarò sempre un allenatore di calcio. L’ultima esperienza, quella al Foggia nel 2025, l’ho fatta perché penso che quando hai avuto qualcosa da un territorio e quella piazza ti chiama, indipendentemente dalla categoria tu devi essere presente. Altrimenti la Serie C non l’avrei mai fatta. La mia aspirazione è sempre stata un’altra: volevo allenare i bambini, poi il destino ha voluto altro. Però se qualcuno ora dovesse interessarsi alla mia figura mi renderei disponibile, perché no".

IL TUFFO NEL FONTANONE E SUOR PAOLA

"Ogni giovedì sera andavamo tutti a cena da Suor Paola. Fu lì che mi disse del suo voto: 'Se domenica vincete il derby mi tuffo in una fontana'. Le ho risposto che se lo avesse fatto lei, lo avrei fatto anche io. Quel derby lo vincemmo 3-0, era il dicembre del 2006. Dopo la partita tornai in hotel con Maurizio Manzini, il team manager, al quale arrivò una telefonata proprio di Suor Paola. Si chiedeva dove fossi e gli disse che lei mi aspettava al Fontanone del Gianicolo. 'Una promessa fatta a un’ecclesiastica è una promessa fatta a Dio', ci disse. Allora io presi il costume che avevo con me e andai in città per fare il mio tuffo. Non c’era Suor Paola! Lei questi scherzi li faceva… però io mi sono tuffato lo stesso. Era una promessa privata, ma a quanto pare fu lei a dire a tutti i giornalisti che avevamo fatto questo patto: già dopo il derby in sala stampa non mi chiesero altro…".

DI CANIO E I CONI GIALLOROSSI

"Ricordo con piacere un episodio con Paolo Di Canio. Lui era sempre il primo quando facevamo gli esercizi in allenamento. Un giorno facemmo un esercizio con dei paletti, un circuito. Paolo si avvicina e mi dice: 'Mister, io questo esercizio non lo faccio'. Ho risposto: 'Ma che sei matto? Dietro c’è tutta la fila, perché non vuoi farlo?'. Mi ha risposto così: 'Se lei non cambia i colori degli ostacoli, io non lo faccio'. Avevo messo, involontariamente, i coni gialli e rossi in sequenza e per questo non voleva cominciare. Vuol dire essere laziali fino al midollo".

L'EPISODIO CON LJAJIC

"Le dico questo proverbio, a cui sono molto legato: per dare un giudizio su una persona, una situazione, devi camminare, due giorni, due notti, con i suoi stessi mocassini. È facile fare le persone perbeniste, oppure le persone ipercritiche, stando seduti sul divano. Le situazioni le devi vivere sulla tua pelle. In quell’episodio si sono verificate una serie di condizioni sfavorevoli: io ho capito subito che cosa mi ha detto quando l’ho sostituito, e ho avuto la sfortuna di scivolare in quel momento perché avevo le scarpe da tennis e lui l’ha presa come un’aggressione. Da lì siamo partiti a inveire. Un altro più democristiano avrebbe aspettato la fine del primo tempo, si sarebbe fatto passare la cosa sopra e avrebbe parlato con il giocatore lontano dalle telecamere, ma io non sono così: io quando sento di dover agire, agisco. Ma è stata una cosa più scenica che effettiva, nonostante sia stata subito molto giudicata. Io poi ho chiesto scusa al ragazzo e a tutti e il rapporto con la Fiorentina è rimasto integro: sarò anche presente a Firenze per il centenario; tuttavia, credo che – per l’immagine che l’opinione comune si fece di me – da quel momento la mia carriera sia cambiata".

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