Delpini: «Abbiamo la responsabilità di vivere in modo che la convivenza delle persone sia una ricchezza»
Mons. Mario Delpini all'incontro con il corpo consolare (foto Agenzia Fotogramma)
Mons. Mario Delpini all'incontro con il corpo consolare (foto Agenzia Fotogramma)Milano e le sue eccellenze materiali, spirituali, scientifiche famose nel mondo e il mondo che arriva a Milano. Milano con le sue ferite, ma anche la generosità, l’accoglienza, la speranza, la sua Chiesa.
Non poteva che avere un respiro internazionale, con al cuore la metropoli – la maledetta, benedetta città, crocevia di tante genti -, l’incontro dell’Arcivescovo con il Corpo consolare presente nel capoluogo, per i suoi “numeri” secondo solo a New York. Svoltosi presso la Sala conferenze della Curia, il dialogo ha visto riuniti molti rappresentanti diplomatici, dopo un primo appuntamento realizzatosi, un anno fa al Museo diocesano, rispondendo a una richiesta venuta proprio dai consoli. Un’occasione di approfondimento e di conoscenza reciproca, quindi anche quest’anno, alla quale hanno preso parte la decana per la Lombardia del Corpo consolare e console generale dell’Uruguay, Veronica Crego Porley e i consoli di Paesi come la Francia, il Brasile, la Croazia, ma anche le Seychelles, l’Egitto e l’Irlanda o la viceconsole del Bangladesh, per fare solo qualche nome. Dal saluto di benvenuto rivolto a tutti in inglese e dai tanti volti della città – 7 per l’esattezza e dalle altrettante immaginarie lettere che compongono la pubblicazione edita nel 2023 a conclusione sua della visita Pastorale appunto a Milano –, ha preso avvio l’intervento del vescovo Mario Delpini. Accanto a lui, il Moderator Curiae, monsignor Carlo Azzimonti e don Massimo Pavanello, incaricato diocesano per il Corpo consolare.
Milano, città delle ferite e della speranza
«Milano è la città dei flussi, la gente va e viene, qui lavora, ma vive altrove e questo pone la domanda su che comunità abiti. I flussi rischiamo di rendere più fragile l’appartenenza, più superficiali i rapporti. Certo», non si è nascosto l’Arcivescovo, «la ricchezza è un tratto caratteristico di Milano, ma questa ricchezza può diventare un principio di esclusione, per la sproporzione scandalosa tra le risorse di cui la gente semplice e povera dispone e le spese dei ricchi. Perciò la Chiesa ha anche il compito di proclamare il pericolo delle ricchezze e di incoraggiare l’impegno a una maggiore equità. C’è, però, anche la Milano della solidarietà che è una caratteristica ammirevole della città».

E, poi, c’è la Milano delle ferite, delle solitudini – degli anziani, di coloro che, sempre in maggior numero, ormai si calcola il 50% delle popolazione, vivono soli -, la metropoli che deve vincere la sua indifferenza. Ma anche la città «dove abita l’audacia del pensiero con le nostre università, i centri di ricerca, le biblioteche, i musei, gli intellettuali». Quella dove l’innovazione corre «con quel coraggio che guarda alla tecnologia come a un campo e a una sfida particolarmente importanti» ma che ha, comunque, bisogno di un’anima. Il riferimento non può che essere a Mind e al Monastero ambrosiano, attraverso cui «la Chiesa vorrebbe essere presente come un segno della trascendenza necessaria perché la tecnologia non diventi una catena ma una liberazione, accogliendo altre culture».
Infine, la città che è segnata dalla disperazione, che è l’assenza della speranza, «per cui motivare una visione di futuro che sia promettente».
La Chiesa dalle genti
Il pensiero, in tale orizzonte, va anche alla Chiesa dalle genti «fatta da tutti i cattolici da qualunque parte del mondo vengano. È un sogno che coltiviamo e che cerchiamo di realizzare, anche per il bene della società. Mi pare, infatti – dice ancora il vescovo Delpini -, che ciò abbia una rilevanza civile che riguarda anche coloro che non sono cattolici, perché abbiamo la responsabilità di vivere in modo che la convivenza delle persone sia una ricchezza: la Chiesa dalle genti vuole essere un incoraggiamento per quella società multietnica, multireligiosa e multiculturale che dovrebbe divenire ed essere una comunità».

Terzo richiamo, la Milano dell’eccellenza Made in Italy, capace di esportare prodotti e competenze, ma anche, nei secoli, tanti missionari promotori, non solo dell’annuncio del Vangelo, «ma di un umanesimo integrale che rispetti la dignità delle persone, costruendo scuole e ospedali».
Costruire ponti
Da qui la conclusione dell’Arcivescovo. «La Chiesa, credo, pur ridotta nei numeri, potrà essere un seme che custodisce la speranza. In una città come Milano spero che i cristiani siano il popolo della speranza che guarda al futuro non come a una minaccia, ma come a qualcosa di promettente da costruire. Il ruolo del Corpo consolare al servizio, ciascuno, dei propri cittadini è molto importante, non solo dal punto di vista amministrativo, ma anche specificamente culturale. Essere a servizio nella costruzione di ponti è qualcosa di cui vi ringrazio sentitamente, sperando in prossimi passi di condivisione».
Dopo un breve scambio ancora di osservazioni tra monsignor Delpini e qualche diplomatico proprio sulla metropoli e la Chiesa che cambiano e sulle sfide di oggi, la conclusione è affidata a monsignor Azzimonti che illustra le indicazioni che vengono fornite a tutti presenti su alcuni uffici di Curia, come il Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo e la Caritas ambrosiana, e relative ai principali luoghi celebrativi per i fedeli di differenti etnie. Basti pensare che, solo a Milano, ogni domenica si celebra Messa in 15 lingue diverse. Senza dimenticare la sottolineatura della modifica legislativa dello Stato che ha avuto un impatto significativo sulle ricerche genealogiche finalizzate al riconoscimento della cittadinanza italiana jure sanguinis, con ciò che questo comporta per l’Archivio storico diocesano e le richieste dei certificati di battesimo.
Infine, lo scambio degli omaggi: un’icona raffigurante la Sacra famiglia offerta dai diplomatici e una graziosa confezione di biscotti da parte del vescovo Delpini con una dedica alla pace come «dono dolce, sapiente, lieto, gentile come una ricetta antica e una festa condivisa».
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