Don Cozzi sull’enciclica: «La Chiesa compagna di strada dell’umanità»

29 Maggio 2026 - 08:29
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Don Cozzi sull’enciclica: «La Chiesa compagna di strada dell’umanità»
Leone XIV all'atto della firma dell'enciclica (Vatican Media / Sir)

È un sostanziale apprezzamento per l’umanità quello che il Papa, pur nelle tante complessità del presente, esprime nella sua Enciclica Magnifica Humanitas. Ma quali sono gli aspetti di questo giudizio espresso da Leone XIV? A rispondere è don Alberto Cozzi, teologo, docente presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e membro della Commissione Teologica Internazionale che ha stilato il recentissimo documento Quo vadis humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari futuri dell’umano. Una voce particolarmente significativa, quindi, per l’analisi delle tematiche affrontate dal Pontefice nella sua prima Enciclica. «Indubbiamente un aspetto che domina nel pronunciamento – spiega don Cozzi – è proprio la capacità dell’uomo, legata allo sviluppo tecnologico, di migliorare continuamente la sua condizione. Dunque, vi è un aspetto di valutazione positiva dell’umanità che è chiamata a grandi cose».

Un’umanità vista in modo positivo che, tuttavia, oggi pare davanti a un bivio, proprio per i grandi progressi della tecnologia…
La sfida è capire quale sia la radice di questa grandezza, cioè la sua condizione di immagine e somiglianza di Dio con un’attrazione che viene dall’alto. Se, al contrario, l’idea della grandezza rimane una pretesa dell’uomo di superare se stesso, i rischi sono evidenti. Lo stupore che genera questa Enciclica risiede precisamente nella presentazione di tale novità che si lega anche allo sviluppo tecnologico e, quindi, alle grandi capacità dell’intelligenza umana.

Don Alberto Cozzi
Don Alberto Cozzi

La data stessa in cui il documento è stata firmato, il 15 maggio, esprime il chiaro riferimento alla Rerum Novarum di Leone XIII promulgata 135 anni fa. Quale è il filo ininterrotto che lega l’Enciclica sulla questione operaia nella prima rivoluzione industriale all’Intelligenza artificiale che viene citata nel sottotitolo dell’attuale pronunciamento?
Il legame che papa Leone intercetta – secondo me molto interessante – è la percezione che la Chiesa non è contro il progresso dell’umanità e non intende dare un giudizio negativo sullo sviluppo tecnologico industriale. Anzi, sembra dire Leone, il filo rosso che annoda le due Encicliche consiste proprio in questo: la Chiesa ha sempre accompagnato le fasi dello sviluppo dell’umanità, nei diversi tempi, con l’esigenza di un discernimento riguardo alla capacità del progresso di custodire o meno l’umano e, in specifico, l’umano integrale. È interessante qui il criterio di fondo: il Papa e la Chiesa non vogliono essere delle entità che, dall’esterno, giudicano la storia dell’umanità, ma i compagni di un cammino su cui procedere insieme. La pazienza con cui papa Leone ci invita a riprendere la lezione dei suoi predecessori è peculiare di chi è consapevole che la Chiesa ha da offrire strumenti per leggere ciò che sta accadendo e ha qualcosa di profondamente umano da dire.

Uno degli aspetti centrali che percorre l’intero pronunciamento di papa Prevost è il richiamo alla Dottrina sociale della Chiesa e al Concilio…
Sì, il richiamo al discernimento conciliare, come un metodo per accompagnare e leggere i fenomeni umani e ai grandi principi della dottrina sociale della Chiesa, definisce l’orizzonte in cui situare la riflessione attraverso criteri valoriali che tutelano la qualità umana. Per esempio, il principio del bene comune applicato all’idea della verità e non delle polarizzazioni – la verità è il bene comune e il bene comune ha a che fare con la verità – è molto interessante e, insieme, semplice per valutare la qualità umana e il progresso recente. Nel sottotitolo si sottolinea l’importanza di porre al centro, comunque, il rispetto della persona umana per cui Leone XIV osserva anche che l’Intelligenza artificiale va disarmata dai suoi contenuti, diciamo così, tossici che portano il falso.

L’Enciclica non può non affrontare anche la questione delle guerre – o meglio, del concetto della guerra in sé -, ma offre anche un’inedita tematizzazione di realtà come la schiavitù nel lavoro collegata al rispetto dell’ambiente. Contesti dove “tutto si tiene”, appunto perché la dignità e l’integrità della persona umana non vi sono tutelati?
Ci sono due grandi temi nei quali ritorna l’idea della dignità della persona umana: quello del lavoro e della sua trasformazione e quello della libertà. Noi abbiamo intensificato una tecnologia e una comunicazione che manipolano, una polarizzazione che crea una percezione distorta della realtà, ma questo non è un servizio alla libertà e domanda di vigilare. In tutti questi casi ciò che emerge, nella diagnosi del Pontefice, non è il problema della tecnologia in quanto tale, ma del gesto con cui l’uomo vive questa stessa tecnologia e che, oggi, in gran parte è un gesto dominato da logiche di potere e di profitto. Sorge, allora, l’interrogativo: come lavorare insieme per il bene comune e lo vogliamo davvero?

Infatti le due icone bibliche che il Papa pone all’inizio dell’Enciclica simboleggiano appunto questo e rivelano la formazione agostiniana di Leone, nel riferimento che si potrebbe definire alla città dell’uomo e alla città di Dio…
Senza dubbio. Le due icone scelte (da Genesi 11, 1-9 e Neemia 2-6) mi piacciono particolarmente perché dicono proprio dell’alternativa offerta dal discernimento. La logica della torre di Babele nella Genesi è l’affermazione di sé, delle dinamiche di potere, delle divisioni, della negazione di Dio. Qui è interessante notare il ricondurre l’ideologia del progresso al post-umanesimo al trans-umanesimo, cioè a quelle forme di pensiero che dicono che il progresso serve a migliorare e potenziare l’umano (trans-umanesimo) o addirittura a superare l’umano (post-umanesimo). Sono due ideologie del progresso che partono da una valutazione negativa dell’umano e dei suoi limiti. Questa è una logica di Babele, dice il Papa, il cui esito è l’individualismo. La logica invece, della ricostruzione delle mura di Gerusalemme, nel Libro di Neemia, afferma la costruzione comunitaria di una città, secondo le possibilità di ciascuno, per custodire un popolo secondo una dinamica veramente umana. 

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