Eni Nigeria, tutti i magistrati assolti tranne Davigo (che ormai non conta più nulla…)

19 Giugno 2026 - 17:04
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La decisione della Cassazione che ha assolto i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro ribaltando le condanne di primo e secondo grado a Brescia dice una cosa fondamentale: nell’intricatissima vicenda Eni Nigeria di tutti i magistrati indagati per varie presunte irregolarità e diversi reati c’è stato un solo condannato Piercamillo Davigo ma quando era ormai in pensione e del tutto fuori dai giochi. L’assoluzione decisa dalla Cassazione significa che i supremi giudici si sono adeguati alla realtà o meglio all’andazzo. I pm vogliono vincere i processi e depositano solo gli atti che convengono all’ipotesi di accusa non anche quelli favorevoli alla difesa.

De Pasquale e Spadaro non avevano messo a disposizione le carte che rendevano inattendibile il teste (e anche imputato) Armanna. La loro “sfortuna” è che un altro pm della stessa procura Paolo Storari li chiamava in causa all’indomani della sentenza in cui tutti gli imputati dell’Eni erano stati assolti dall’accusa di aver pagato una maxitangente. Da qui partiva una storia di toghe contro toghe su cui la Cassazione ora pare aver messo un punto fermo. Erano già stati assolti l’ex procuratore Francesco Greco, il pm Laura Pedio e lo stesso Paolo Storari in un fascicolo collegato. Nelle condanne di Brescia aveva pesato un fatto che non era nel capo di imputazione: il tentativo della procura di Milano allora retta da Greco di “liberarsi” del presidente del processo Eni Nigeria Marco Tremolada valorizzando le parole di Piero Amara secondo cui il giudice sarebbe stato “avvicinabile” da due avvocati delle difese. Una bufala colossale. La Cassazione ha qui giustamente sorvolato.

Resta solo la condanna a 15 mesi di Davigo per rivelazione di atti segreti. A Davigo gli atti li aveva consegnati Storari poi assolto sia nel penale sia nel disciplinare. A pensare male si fa peccato diceva uno che di giochi di poteri qualcosa capiva. Cane non mangia cane a meno che il cane non sia diventato nel frattempo un po’ randagio? Così finisce la storia di un gruppo di magistrati che avevano litigato in privato e in pubblico dicendosene di tutti i colori per fino in aula ma restando a far parte dello stesso ufficio. È la giustizia bellezza!

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