Fazzolari: “Meloni primo premier della Terza Repubblica”. E chiarisce: “Nessuna differenza tra Vannacci e Conte, sono come i Barbapapà che cambiano forma per convenienza”

08 Ottobre 2026 - 16:25
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Fazzolari: “Meloni primo premier della Terza Repubblica”. E chiarisce: “Nessuna differenza tra Vannacci e Conte, sono come i Barbapapà che cambiano forma per convenienza”

Fazzolari: “Meloni primo premier della Terza Repubblica”. E chiarisce: “Nessuna differenza tra Vannacci e Conte, sono come i Barbapapà che cambiano forma per convenienza”

Giorgia Meloni “primo presidente del Consiglio della Terza Repubblica”: è questo secondo Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio il ruolo che Giorgia Meloni ha conquistato, oltre a quello di primo presidente del Consiglio donna della storia della Nazione e di capo del governo più duraturo della storia della Repubblica. Primati che consentono alla leader di Fratelli d’Italia non solo di entrare nella storia ma di fare la storia. In una intervista al Foglio, Giovanbattista Fazzolari spiega che “Oggi Palazzo Chigi conta di più di prima e coordina meglio le decisioni dei singoli ministri. Meloni con la sua autorevolezza ha costituito un premierato di fatto, e per questo dico che è il primo presidente del Consiglio della Terza Repubblica”.

La suggestione Quirinale e la realtà

Al giornalista che gli chiede delle voci sul futuro di Meloni alla Presidenza della Repubblica dopo il secondo mandato di Sergio Mattarella, risponde con realismo e una battuta: “Non credo che sia nelle sue ambizioni” e “non penso proprio nel 2028 ma, visto che è così giovane, in futuro chissà…” in ogni caso per il Colle e il futuro Capo dello Stato per Fazzolari non è “scandaloso” immaginare “una personalità di estrazione conservatrice, alla quale gli italiani riconoscano equilibrio e capacità di seguire l’interesse generale della nazione”.

Vannacci come Conte: due Barbapapà che cambiano per convenzienza

E’ invece netto quando il discorso vira sull’eurodeputato Roberto Vannacci: “Non vedo alcuna differenza tra Vannacci e Giuseppe Conte. Sono come i Barbapapà, per dirla come Giorgia, perché cambiano forma in base alla convenienza. E noi non ci alleiamo con chi fa così”.
Poi ricorda la storia recente “Il passato offre conforto, non è la prima volta che qualcuno cerca di fare un’operazione per sfasciare da destra il centrodestra. Angelino Alfano, all’inizio, quando fece il suo partito, era stimato al 10 e poi non ebbe successo. Fini, quando ruppe con il Pdl, era stimato all’8,5 per cento e poi prese lo 0,4 Collocarsi alla nostra destra è complicato, per il semplice motivo che molti di noi provengono dal Fronte della Gioventù”.

Nessun rimpianto dopo 4 anni di governo ma le finanze pesano

In ogni caso dopo quattro anni di governo, che ricorreranno il prossimo 22 ottobre, il sottosegretario responsabile dell’attuazione del programma non ha rimpianti, se non quello di “Non aver potuto mettere in atto una serie di misure a causa dello stato delle finanze pubbliche che ci hanno lasciato i nostri predecessori”.

Nel futuro la speranza di un nuovo mandato dagli italiani

Sul suo futuro personale segue la linea della coerenza e al giornalista che gli chiede di un possibile ministero nel governo Meloni che verrà risponde: “Siamo una squadra affiatata da lunghissimo tempo. Farò ciò che sarà utile, anche se detesto i ruoli di grande visibilità. Di sicuro, la qualità della vita di chi non ha incarichi di governo è nettamente migliore”.

Voto, due ipotesi in campo

E sulla data del voto su cui tutti stanno intervenendo dice la sua: “Se passa la legge elettorale, se insomma non votiamo subito perché cade il governo, le opzioni sono due: settembre, alla scadenza naturale, oppure giugno. La seconda ipotesi consentirebbe di tornare alla normalità del ciclo elettorale e permettere al nuovo Governo di fare la legge di bilancio con un minimo di serenità”. Votare in autunno “vorrebbe dire ripetere quello che questo governo si è trovato a dover fare nel 2022, con la prima manovra scritta in pochissimi giorni e senza dare al Parlamento i tempi consueti per valutarla”. Entrambe le ipotesi restano in piedi, dipendono dalla tenuta della maggioranza, e la decisione, precisa e conclude, “non compete a noi”.

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