The Greatest, gli anni in cui Cassius Clay diventò Muhammad Ali

08 Ottobre 2026 - 16:30
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The Greatest, gli anni in cui Cassius Clay diventò Muhammad Ali

Arriva su Prime Video il 4 novembre The Greatest, la prima serie autorizzata sulla vita di Muhammad Ali, creata da Ben Watkins con la collaborazione della vedova del campione, Lonnie Ali. Otto episodi, di cui il primo presentato in anteprima a Roma, per raccontare uno degli uomini più celebri del Novecento. E soprattutto uno dei più contraddittori, amati, detestati e politicamente scomodi. Perché Muhammad Ali non è stato soltanto un pugile. È stato un uomo che ha costretto l’America a guardarsi allo specchio, rifiutando di essere ciò che il suo paese pretendeva da lui.

Ma come raccontare oggi Muhammad Ali, quando la sua immagine è ormai diventata un patrimonio collettivo, riprodotta su magliette, manifesti e fotografie, trasformata in un simbolo universale di coraggio e ribellione? E come evitare che una serie autorizzata dalla famiglia finisca per trasformarsi nell’ennesima celebrazione di una leggenda?

Ben Watkins sceglie di cominciare da prima. Dal 1960, quando Muhammad Ali si chiama ancora Cassius Marcellus Clay, ha diciotto anni e arriva a Roma per partecipare alle Olimpiadi. È un ragazzo nero di Louisville, nel Kentucky, cresciuto nell’America della segregazione razziale. È bello, arrogante, velocissimo, convinto di essere il migliore. E soprattutto parla. Parla continuamente, provoca, scherza, si vanta, sfida gli avversari prima ancora di salire sul ring. Non ha ancora conquistato il mondo, ma si comporta come se gli appartenesse già.

Watkins la definisce «la storia di un ragazzo che diventa un uomo», ma anche di qualcuno cresciuto in un mondo in cui sono gli altri a dirgli chi deve essere. La svolta arriva quando Cassius smette di accettare quella definizione imposta e decide da solo quale uomo diventare.

Cassius Clay è un giovane che può vincere una medaglia d’oro per gli Stati Uniti, ma che nel suo paese continua a essere considerato un cittadino di seconda classe. Può rappresentare la grandezza americana davanti al mondo, ma non può godere degli stessi diritti degli americani bianchi. Una contraddizione che attraversa tutto il racconto e che rende la sua storia molto più interessante di una semplice successione di incontri di pugilato.

Roma diventa allora qualcosa di più di uno scenario. È il luogo in cui Cassius scopre una realtà diversa da quella che conosce. Watkins ha raccontato che proprio l’esperienza olimpica gli permette di entrare in contatto con atleti e persone provenienti da paesi diversi, in un ambiente molto più aperto rispetto a quello della segregazione statunitense. Per la prima volta Cassius vede concretamente che un altro modo di vivere insieme è possibile e che il mondo nel quale è cresciuto non è necessariamente l’unico.

L’immagine del giovane Clay nel Colosseo è naturalmente carica di simbolismo. Il Colosseo, i gladiatori, il combattimento, la folla. E un ragazzo nero americano che si prepara a diventare il più grande pugile del mondo. C’è qualcosa di inevitabilmente spettacolare in questa sovrapposizione, ma anche il rischio di rendere troppo solenne una vicenda che, almeno all’inizio, funziona soprattutto per la sua vitalità.

A sostenere quasi interamente questa prima parte è Jaalen Best. L’errore più facile sarebbe stato imitare Ali: la voce, le smorfie, il gioco di gambe, quella sicurezza quasi musicale con cui parlava di sé. Best cerca invece qualcosa di precedente alla posa pubblica. Il suo Cassius è ancora irregolare, impulsivo, persino ingenuo. Ha già l’ego smisurato del campione, ma non possiede ancora pienamente il personaggio che diventerà.

Best ha raccontato a Roma di aver studiato a lungo immagini, incontri, interviste e movimenti di Ali. Ha scherzato dicendo che «YouTube è stato il mio migliore amico», ma la preparazione è stata tutt’altro che superficiale: ha dovuto modificare profondamente il proprio corpo per seguire la crescita fisica del personaggio, partendo dal diciottenne delle Olimpiadi fino al giovane peso massimo.

Ma il punto non è stata la trasformazione fisica. «Era una grande responsabilità», ha spiegato Best, soprattutto perché non si trattava di interpretare un personaggio immaginario, ma qualcuno che appartiene ancora alla memoria di milioni di persone. La presenza di Lonnie Ali sul progetto ha avuto un peso decisivo: Best ha raccontato come, dopo alcune scene, lei gli confermasse che certi gesti o certe reazioni erano davvero proprie di Ali.

The Greatest vuole guardare oltre i combattimenti. Watkins lo ha spiegato chiaramente: “Non volevo limitarmi a rifare ciò che documentari e immagini d’archivio hanno già raccontato molte volte. Il centro della serie dovevano essere l’identità, la famiglia, la fede, le relazioni, il razzismo e il prezzo pagato da Ali per diventare sé stesso”.

È una direzione inevitabile ma anche rischiosa. Il biopic contemporaneo tende spesso a trasformare ogni dettaglio della giovinezza in un presagio del futuro: ogni frase deve spiegare l’uomo che verrà, ogni incontro diventare “quello che cambierà tutto”. Quando The Greatest cede a questa logica, la scrittura si fa più convenzionale.

Quando invece permette a Cassius di essere semplicemente Cassius, la serie trova una vitalità diversa. Non c’è ancora l’uomo che nel 1967 rifiuterà l’arruolamento per il Vietnam e perderà titolo e licenza; non c’è ancora l’Ali che diventerà uno dei simboli più potenti dell’America nera. Ci sono però già i primi segnali di qualcuno che rifiuta di accettare il posto che gli altri hanno preparato per lui.

Giovanni Ribisi interpreta Angelo Dundee, storico allenatore di Muhammad Ali e uno degli uomini che ne hanno seguito più a lungo la carriera. Nato a Philadelphia da una famiglia di origine italiana, Dundee ha lavorato con alcuni dei più importanti pugili del Novecento ed è stato nell’angolo di Ali dal 1960 fino agli ultimi anni sul ring. Non era l’allenatore autoritario che imponeva un metodo rigido: con Ali costruì soprattutto un rapporto di fiducia, lasciandogli una libertà che con un altro pugile sarebbe stata probabilmente ingestibile.

The Greatest evita di costruire un Ali già perfettamente consapevole del proprio ruolo storico. Cassius Clay è ancora un ragazzo arrogante, provocatorio, pieno di contraddizioni. La serie insiste piuttosto sul processo attraverso cui comincia a decidere da solo chi essere, anche quando questa scelta entra in conflitto con ciò che gli altri si aspettano da lui.

Watkins descrive Ali come qualcuno disposto, a un certo punto, a mettere in discussione perfino la propria carriera pur di non rinunciare alle proprie convinzioni. È questo passaggio, più che la celebrazione del campione, a dare alla serie una direzione precisa.

L'articolo <i>The Greatest</i>, gli anni in cui Cassius Clay diventò Muhammad Ali proviene da IlNewyorkese.

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