Franco Baresi, la struggente lettera di Beppe Bergomi

01 Agosto 2026 - 15:40
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Franco Baresi, la struggente lettera di Beppe Bergomi

Per anni si sono affrontati nei derby e per anni sono stati compagni di squadra in nazionale: Beppe Bergomi e Franco Baresi hanno fatto la storia del calcio italiano e milanese. La bandiera dell’Inter ha scritto una lettera aperta dedicata alla leggenda del Milan, scomparsa venerdì mattina a 66 anni dopo una malattia. L’ex capitano nerazzurro proprio con Baresi ha vissuto un’emozione unica nella cerimonia inaugurale di Milano-Cortina 2026 a San Siro, in veste di tedoforo: “Quella immagine è diventata storia, rimarrà per sempre tra le più belle delle nostre vite”, ha scritto con orgoglio Bergomi.

“Non è mai stato un tipo di tante parole, però lo vedevo emozionato. A un certo punto ci dissero che dovevano metterci l’auricolare, ma lui voleva che lo guidassi solo io: eravamo agganciati tutti e due, vicini in un momento bellissimo. Mi aveva chiesto di tenere la torcia come ricordo e gliel’ho consegnata a fine giugno, in un bar vicino a casa, un covo di interisti in cui si sentiva a casa. Purtroppo, è stata l’ultima volta in cui ci siamo visti”.

“Nel mio primo derby, 6 settembre 1981, 2-2 in Coppa Italia, segnai pure e c’era Franco dall’altro lato. Nelle battaglie sul campo, però, siamo stati sempre lontanissimi: potevamo concederci giusto una stretta di mano e un abbraccio all’inizio, soprattutto quando eravamo capitani, poi non ci si incrociava più, ognuno a difendere la propria area. Non dimenticherò mai, però, la sua partita di addio. Mi chiamò personalmente e mi disse: ”Tu vieni!”. Gli risposi scherzando: ”Mi farai prendere tanti di quei fischi…”. E lui: ”Fregatene…””.

L’esperienza insieme in nazionale: “Nell’82 siamo diventati campioni del mondo insieme. Ci siamo sostenuti a vicenda durante il torneo: eravamo i più giovani del gruppo, stavamo sempre insieme. Insieme abbiamo giocato l’Europeo ’88 e il Mondiale ’90: la fascia al braccio l’avevo io, ma giocando accanto a lui mi sentivo protetto”.

“Oggi penso che siamo sempre stati molto simili: entrambi discreti, educati, figli di un’altra epoca, legati da stima sincera. Mi piace una definizione: capitani senza retorica. E poi, pensate ai nostri soprannomi: lui, “Piscinin”, bambino per sempre; io, “Zio”, un ragazzo che sembrava già adulto. Insieme, due compagni di viaggio, con un pallone tra i piedi e una torcia tra le mani”.

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