Frange mania: il sistema nervoso del vestito
Ho una tovaglia con la frangia: la conosco da anni, ma le passo vicino con la crudeltà di chi dà per scontato l’arredo. Stamattina, mentre il caffè faceva il suo teatro povero, quel decoro mi è sembrato contemporaneo. Non perché sia cambiato lui, ma perché è cambiato il mondo: Milano si è riempita di ciuffetti come se gli orli avessero deciso di non stare più zitti. All’università dove insegno vedo tre studenti maschi con frangette aggettanti, così precise da sembrare una pensilina progettata da un architetto. Proteggono lo sguardo, ma soprattutto l’anima: con quei capelli lì nessuno può chiederti che cosa pensi davvero, perché è difficile capire dove guardi.
Due metri dopo, una ragazza con giacca western – frangiata – entra nel mio campo visivo e produce un fruscio da cetra domestica. A quel punto, mi chiedo che cosa può succedermi, se la città decide di frangiarsi. Che mi impigli al tornello della metro come una teoria troppo decorata? Che venga scambiato per un seguace di una frangia, nel senso figurato (gruppo laterale, minoritario, spesso convinto delle cose in cui crede molto più di quanto sia elegante)? La Treccani lo dice senza pietà: frangia è guarnizione, è capelli, ma è anche margine che si stacca e fa clan.
Poi arrivano loro, le passerelle primavera/estate 2026, che fanno sembrare questa mania un destino. Chanel, con Matthieu Blazy al debutto, lavora di materia e movimento: piume volanti, stelle filanti di rafia e tweed. Da Bottega Veneta, Louise Trotter fa sfilare una donna che potrebbe comprare il silenzio e invece sceglie il rumore: in un abito-cappa pensato per spazzare la strada, finge di fare lo struscio in centro. Balenciaga, con Pierpaolo Piccioli al timone, mette frange e piume dentro un rigore quasi religioso.
La frangia è la parte del capo che si comporta come una chiacchiera ben educata: non interrompe, vibra. E in questa stagione lo fa ovunque, con una faccia doppia come certi amici irresistibili: un po’ piuma, un po’ frusta, un po’ carezza, un po’ minaccia. Nel frattempo, capisci perché funziona: è il sistema nervoso del vestito. Registra ogni passo, amplifica l’esitazione, tradisce l’umore. Se stai ferma, muore. Se ti muovi, racconta. È un personal trainer cucito da una parte sola, un sismografo sentimentale portatile.
Tra gli attori c’è, però, una superstizione: troppe frange portano sfortuna. Sarà vero? Forse i teatranti, gente scaramantica, ricordano incidenti storici: immaginate un ballerino di tip tap intrappolato col piede nel sipario. O magari l’origine è più prosaica: nell’800 e nei primi del ’900, le frange erano costose e poco pratiche. In ogni caso, mai indossarle a un provino, non sia mai che il regista faccia gli scongiuri al posto dei complimenti.

Il tailleur con le frange della sfilata Haute Couture P/E 2026 di Chanel.
Però, se la moda fa il solletico, ci strappa un sorriso complice. Molte signore chic sdrammatizzano le frange con un atteggiamento leggero: indossano la giacca con striscioline di paillettes sui jeans. Questa è forse la lezione finale delle frange primaverili: divertirsi con stile. In un mondo che tende a prendersi troppo sul serio, frange e piume ci ricordano l’importanza del gioco e della leggerezza. Sono l’ornamento inutile per eccellenza, e per questo necessario: un filo che penzola diventa protagonista.
Coco Chanel diceva che l’eleganza è eliminare il superfluo, ma forse sta anche nell’aggiungere qualcosa che non serve a niente, se non a farci sognare mentre volteggiamo in salotto immaginandoci dal grande Gatsby. Un inciso a parte. Nel 2007, Frangetta de Il Deboscio era una canzone dedicata alla ventunenne-tipo meneghina che accumula libri, frequenta luoghi tipo l’attuale Fondazione Prada, abita dove conviene dirlo, sogna un loft come un concetto morale, passa dallo Ied alla Statale con la disinvoltura con cui oggi cambia filtro su Instagram. La sua frangetta non copre la fronte. Copre l’ansia di essere riconosciuta. Mentre la moda mette frange sugli orli per far parlare il corpo, Il Deboscio mette la frangetta sulla testa per far parlare il personaggio. Il risultato ti fa ridere e poi ti fa controllare, con un dito, se per caso anche tu hai la stessa frangia.
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