Gli alleati di Meloni affossano le preferenze e fanno ballare il governo

14 Luglio 2026 - 21:15
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Quasi lo presagiva, il ministro Lollobrigida, colloquiando col viceministro Rixi prima di entrare in Aula: “I prossimi lavori parlamentari? Prima vediamo come va oggi...”. E’ andata che nel voto segreto il centrodestra ha affossato le preferenze che tanto voleva Giorgia Meloni (188 contrari a 187 favorevoli). Con la premier delusa: “Ci abbiamo provato. Ha vinto la palude. Serve una riflessione in maggioranza”. E pensare che Lega e FI ieri s’erano dette favorevoli. I meloniani puntano il dito contro i franchi tiratori. “Hanno avuto paura ma non si rendono conto che così non saranno rieletti”, rimugina un colonnello di FdI. E ora maggioranza e governo come si tengono?

Giorgia Meloni sa che la sconfitta è grave, la definisce così, anche se non del tutto inaspettata. La premier nel primo pomeriggio di oggi, forse subodorando la fregatura, con un messaggio su Facebook torna ad attaccare le opposizioni per aver chiesto il voto a scrutinio segreto, prima grande trovata del centrosinistra dall’inizio della legislatura. “Chiedo loro che l’emendamento sulle preferenze venga votato a scrutinio palese. Ognuno si assuma la propria responsabilità”. Prima di lei c’aveva provato Giovanni Donzelli, uno dei padri della legge elettorale, a dare al campo largo dei “vigliacchi” manifestando qualche primo dubbio sulla tenuta del centrodestra: “Spero che la legge passi, anche con le preferenze”. E invece alle 19 e 12 l’emendamento Bignami, in mezzo a cori da stadio quali “elezioni” e “dimissioni” scanditi da Schlein, Conte e Co., viene bocciato per un solo voto. Il centrodestra deve fare i conti con una débâcle che scuote il rapporto tra alleati. Dopo la conta i ministri di Fratelli d’Italia, mobilitati per partecipare al voto, appaiono storditi, rimangono nell’emiciclo. Nelle file della Lega, per il governo, c’è il solo Rixi. I sospetti si addensano soprattutto sul Carroccio perché nell’Aula si produce un’immagine che da FdI non si spiegano: quasi in contemporanea alla nomina in Cdm di Guido Stazi alla guida della Consob dopo mesi di stallo, Federico Freni, il leghista bocciato dai veti degli alleati, entra in Aula per partecipare al voto. “Ma si è proprio visto che non ha votato. Così come la Gava”, riferiscono dai banchi di FdI. In realtà dai resoconti ufficiali risulterà che non hanno partecipato al voto quattro deputati della Lega e due di Forza Italia. Tra gli azzurri è mancato il “sì” di Deborah Bergamini e Francesco Cannizzaro, mentre tra gli esponenti del partito di Salvini mancavano Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi, Vannia Gava e Valeria Sudano. Erano cinque i parlamentari di FdI considerati in missione (tra cui la premier Meloni). Laura Ravetto, neo vannacciana, in Transatlantico ferma i cronisti per dire: “Leghisti e forzisti stavano lì a farsi i video. E poi sono stati i primi ad affossare le preferenze”. Futuro nazionale, almeno ufficialmente, dice di aver apportato alla causa preferenze almeno sette voti, nonostante il generale da Pescara continui a chiamare questa legge “un inciucio”.

Il colpo non è indolore. E anche se dentro alla maggioranza si cerca, come si può, di minimizzare, insistendo sulla prosecuzione dell’iter, è evidente quanto l’incidente sulle preferenze possa produrre strascichi pesanti. Anche perché l’affossamento delle preferenze dopo che tutto il centrodestra s’era detto a favore potrebbe ora portare a un “regolamento dei conti” anche sulla votazione finale della legge, prevista tra giovedì sera e venerdì mattina. “C’è chi tra i nostri alleati ha avuto paura di adottare le preferenze, non capendo che però adesso rischia di non essere ricandidato”, sintetizza un alto dirigente di FdI. Convinto che però si debba provare a portare a casa la legge, anche dopo la scottatura. Ieri i lavori sono poi proseguiti fino a tarda notte. Lo svolgimento del pomeriggio alla Camera era stata una lunga attesa. E anche se le dichiarazioni ufficiali dicevano altro, si sapeva sarebbe potuta degenerare. Il portavoce di Forza Italia Raffaele Nevi faceva appello alla ragion pratica: “I franchi tiratori si manifestano quando c’è un vantaggio, in questo caso non ce l’hanno”. Anche un decano del Parlamento come Gianfranco Rotondi ostentava una ragguardevole sicumera: “La vedo liscia come l’olio. Quando ci sono tanti voti a scrutinio palese, non ci sono tradimenti che tengano”. E invece alla conta la destra s’è sfrangiata. “Sul fatto che Fratelli d’Italia abbia sostenuto le preferenze, credo si possa mettere la mano sul fuoco. Non è mio mestiere guardare in casa di Lega e FI”, dice sibillino il capogruppo meloniano alla Camera Galeazzo Bignami. Si torna a ventilare il voto di fiducia. Tajani uscendo dalla Camera predica calma: “Non influenzerà la tenuta del governo”. Poi la premier in serata esterna la sua delusione: “Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude. Sono mancati diversi voti in maggioranza, serve una riflessione”.

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