Global Innosystem Index, Italia 31ma: il report TEHA fotografa le poche eccellenze e i tanti ritardi
INNOVAZIONE
Global Innosystem Index, Italia 31ma: il report TEHA fotografa le poche eccellenze e i tanti ritardi
Il TEHA Global Innosystem Index 2026 posiziona l’Italia al 31° posto su 49 Paesi, stabile rispetto al 2023. Punteggi alti per ricerca scientifica, export e supercalcolo; ritardi profondi su investimenti in R&S, laureati STEM e competenze digitali. Dieci proposte per invertire la rotta.
![[TEHA] TEHA Innosystem Index 2026](https://img.innovationpost.it/wp-content/uploads/2026/05/TEHA-TEHA-Innosystem-Index-2026.jpg)
L’Italia resta al 31° posto nella classifica globale della capacità di innovazione, su un totale di 49 Paesi analizzati, ultima tra le economie dell’Europa occidentale, dietro Spagna e Portogallo. È il verdetto del TEHA Global Innosystem Index 2026, presentato a Stresa il 21 e 22 maggio in occasione della 15ª edizione del Technology Forum di TEHA Group. Un posizionamento stabile rispetto all’edizione 2023, che nasconde dinamiche molto diverse a seconda dei parametri considerati: eccellenze solide in alcuni (pochi per la verità) ambiti – ricerca accademica, export manifatturiero, infrastrutture HPC – e altri importanti ritardi strutturali che si confermano tali, soprattutto sul fronte del capitale umano e degli investimenti privati in ricerca e sviluppo.
Singapore resta leader
L’indice misura la capacità di innovazione attraverso cinque macro-dimensioni: Capitale Umano, Risorse finanziarie a supporto dell’innovazione, Innovatività dell’ecosistema, Attrattività dell’ecosistema ed Efficacia dell’ecosistema innovativo.
In testa alla classifica si confermano Singapore, Israele e Regno Unito.
Tra i movimenti più significativi rispetto alla rilevazione precedente spiccano i progressi di Australia e India.
Dove l’Italia tiene: ricerca, export e supercalcolo
I segnali positivi arrivano dall’efficacia dell’ecosistema innovativo, dove l’Italia ottiene un punteggio di 4,53 che la colloca al 6° posto mondiale, davanti a Germania, Francia e Cina. La classifica in questo ambito è guidata da Singapore (4,85), Estonia (4,68) e Israele (4,64). Sul fronte della ricerca scientifica il Paese è quinto per numero di pubblicazioni – circa 814.000 – e citazioni (circa 4.365), indicatori che misurano l’impatto internazionale della produzione accademica.
Rilevante anche la posizione sulla bilancia commerciale dei servizi R&S: l’Italia occupa il 6° posto mondiale con un saldo attivo di 3,71 miliardi di dollari, dietro Stati Uniti (16,55 miliardi), Canada (8,28), Israele (8,24), India (6,80) e Regno Unito (5,94). Un dato che segnala competitività nell’offerta di servizi di ricerca avanzata a livello internazionale.
Buone anche le performance legate alla capacità computazionale: grazie alle infrastrutture HPC presenti sul territorio, l’Italia è 7ª al mondo per potenza di calcolo dei supercomputer, con un punteggio di 15,08 ogni mille abitanti – la Finlandia guida con 69,64, seguita da Svizzera (50) e Stati Uniti (20,47).
Sul fronte dell’attrattività internazionale (Global Attractiveness Index), il Paese si colloca al 15° posto con un punteggio di 60,30, su una classifica dominata da Stati Uniti, Cina e Germania.
I ritardi che frenano: lauree STEM, R&S privata, startup
Il quadro si deteriora non appena si analizzano gli investimenti e il capitale umano. Nella macro-area “Human Capital” l’Italia è 33ª con un punteggio di 3,35 – in lieve miglioramento rispetto al 2023 ma lontanissima dalla vetta, guidata da Svezia (8,07), Danimarca (7,25) e Corea del Sud (7,01). Il nodo principale è la spesa pubblica in istruzione: l’Italia è 37ª per investimenti pubblici in educazione in rapporto al PIL, con il 4,07% contro il 7,32% della Svezia, il 7,29% dell’Islanda e il 6,38% della Finlandia.
Sul fronte universitario la situazione è altrettanto critica: solo il 31,58% della popolazione tra 25 e 34 anni risulta laureata, dato che colloca il Paese al 35° posto mondiale – ben distante dalla Corea del Sud (70,55%), dal Canada (68,86%) e dal Regno Unito (60,32%). Per quanto riguarda i laureati STEM l’Italia è 21ª, con una quota del 23,55% sul totale dei laureati: la Germania arriva al 35,5%, la Corea del Sud al 30,95%, l’Austria al 30,52%. Solo il 6,98% degli atenei italiani è classificato tra i migliori 200 al mondo (35° posto), contro il 69,23% dei Paesi Bassi e il 62,5% della Svezia.
Le risorse finanziarie a supporto dell’innovazione confermano il problema: l’Italia è 30ª, con un punteggio di 1,15 in peggioramento rispetto all’1,62 del 2023 – contro i 6,47 di Israele, 4,96 della Corea del Sud e 4,44 degli Stati Uniti. Gli investimenti privati in R&S (BERD) valgono appena lo 0,79% del PIL e quelli complessivi (GERD) l’1,38%, mentre il venture capital si ferma allo 0,03%. Il ritardo si riflette anche sulla crescita delle startup: l’Italia è 34ª per numero di unicorni tecnologici, con appena 0,05 unicorni per milione di abitanti, contro i 2,65 di Singapore, i 2,21 di Israele e i 2,11 degli Stati Uniti.
Particolarmente preoccupante il dato sugli sviluppatori software: l’Italia è 42ª con 28,79 developer ogni mille abitanti, meno di un decimo di Singapore (297,19), e molto distante da Paesi Bassi (102,76) e Islanda (98,86). Sul versante dell’export tecnologico il Paese occupa il 35° posto per quota di esportazioni high-tech e il 33° per bilancia commerciale dei prodotti ad alta tecnologia, con saldo negativo – segnale di una dipendenza dall’estero ancora significativa.
“Nel 2026 i dati del TEHA Global Innosystem Index confermano che i Paesi più competitivi sul terreno dell’innovazione sono quelli che puntano sul capitale umano e su ricerca e sviluppo”, dichiara Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti e TEHA Group.

“L’Italia purtroppo – prosegue De Molli – continua a scontare un ritardo strutturale proprio su questi fronti. Il nostro Paese destina all’istruzione il 4,07% del PIL, contro il 7,3% della Svezia, che guida la classifica mondiale per capitale umano. Anche sul fronte della formazione universitaria il gap resta ampio: in Corea del Sud circa il 71% dei giovani è laureato, mentre in Italia siamo poco sopra il 31%”.
De Molli aggiunge che l’Italia dispone comunque di asset strategici su cui costruire la crescita: qualità della ricerca scientifica, forza dell’export manifatturiero e infrastrutture tecnologiche d’eccellenza. “Per consentire al nostro Paese di tornare a competere con i principali ecosistemi globali sarà essenziale creare condizioni favorevoli allo sviluppo di talenti, imprese innovative e capitale privato”.
Le 10 proposte di TEHA per cambiare rotta
A partire da questa analisi TEHA ha elaborato dieci proposte operative. La prima è la definizione di una Politica Tecnologica Nazionale che identifichi un numero limitato di tecnologie di frontiera – AI, manifattura avanzata, energia pulita, biotecnologie – su cui costruire posizioni di leadership, in complemento all’attuale Legge sul Made in Italy.
La seconda prevede l’istituzione di Zone d’Innovazione Speciali (ZIS) per concentrare e accelerare l’eccellenza tecnologica, sia accelerando cluster esistenti sia costruendo da zero nuovi poli in settori come il nucleare di nuova generazione o il calcolo quantistico.
Sul piano europeo TEHA propone che l’Italia contribuisca attivamente alla definizione del quadro EU.inc per prevenire fenomeni di arbitraggio normativo tra Paesi membri, promuovendo la convergenza fiscale minima e l’armonizzazione del contenzioso societario.
Viene poi proposta l’elaborazione di una Strategia Nazionale STEM che, partendo dal dato degli attuali 4,5 milioni di lavoratori specializzati mancanti – potenzialmente 10 milioni entro il 2030 -, punti su un modello “STEAM” che integri competenze tecniche e sensibilità umanistica, rafforzando anche gli Istituti Tecnici Superiori.
Tra le altre misure indicate: l’integrazione del “coding for all” con un quadro di alfabetizzazione digitale strutturato; il lancio di un Talent Attraction Package per attrarre fondatori di startup, ricercatori e professionisti STEM con canali fast-track e incentivi fiscali integrati; uno sportello unico (One-Stop Shop) per semplificare le autorizzazioni alle sperimentazioni tecnologiche, richiesto dal 66,7% delle aziende che indicano nella burocrazia il principale ostacolo agli investimenti in R&S.
TEHA propone inoltre di aumentare la retribuzione dei ricercatori di dottorato – oggi in media 36.000 euro lordi contro i 55.000 della Germania – e di rafforzare la collaborazione tra industria e accademia.
Chiudono le dieci proposte un Pacchetto Attrazione R&S per garantire stabilità e certezza agli investitori privati, il cui contributo alla spesa totale in R&S si ferma al 57% contro il 68% della Germania e il 94% di Israele, e un programma per rafforzare il trasferimento tecnologico: oggi l’Italia converte in brevetti solo il 3% delle pubblicazioni scientifiche, contro il 14% della Germania.
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