Hall of Fame vol. XV – Lothar Matthäus, il tedesco dei record: il campione che ha anticipato il futuro
“I record sono fatti per essere battuti” – Billie Jean King
È una delle leggi non scritte dello sport. Prima o poi arriverà sempre qualcuno capace di segnare più reti di te o di giocare più a lungo. Nel calcio è successo a tanti campioni. Anche a un grandissimo come Lothar Matthäus. Molti dei suoi primati, che sembravano destinati a durare per sempre, sono stati superati. Eppure, a distanza di decenni, basta pronunciare il suo nome per ritrovare l’immagine del mediano che non concedeva un istante di respiro ai fantasisti avversari, del centrocampista totale che incantava San Siro e il mondo, del destro al fulmicotone capace di impallinare qualsiasi portiere, del libero che guidava i compagni con autorevolezza e maestria. Perché Lothar Matthäus è stato tutto questo e molto di più: un capitano che ha attraversato due epoche, anticipando un calcio che, molti anni dopo, ne avrebbe esaltato la modernità.
Quando l’arbitro messicano Edgardo Codesal Méndez pose il fischietto tra le labbra e decretò la fine della finale del Mondiale del 1990, il tempo sembrò fermarsi per qualche secondo. Davanti a quasi 75 mila spettatori, allo stadio Olimpico di Roma, Lothar Matthäus rimase immobile. Non cercò la telecamera, non esplose in una corsa liberatoria. Abbassò lo sguardo, inspirò profondamente e soltanto allora si lasciò travolgere dal calore dei compagni. Pochi minuti dopo avrebbe sollevato la Coppa del Mondo da capitano della Germania Ovest. Era l’apice di una carriera straordinaria, ma soprattutto il momento in cui passato e futuro si incontravano.
Quella notte non vinse soltanto il miglior centrocampista del pianeta. Vinse un’idea di calcio. Il 10 che recuperava palloni da mediano, il regista che calciava con l'efficacia di un centravanti, il leader che correva per novanta minuti mantenendo una qualità assoluta. Il gioco di Matthäus era già proiettato verso il futuro. In anticipo su tutti.
IL RAGAZZO DELLA FRANCONIA
Per capire bene Matthäus bisogna tornare a Herzogenaurach, la cittadina della Franconia destinata a lasciare un'impronta indelebile nella storia dello sport. È qui che il 21 marzo 1961, nasce Lothar Herbert Matthäus. Il padre Heinz e la madre Katharina gestiscono un piccolo bar frequentato da operai, artigiani e appassionati. È un luogo semplice, dove il pallone entra nelle conversazioni quotidiane con la stessa naturalezza della politica o del lavoro. Prima ancora di imparare a giocarlo, Lothar impara ad ascoltarlo.
Il talento emerge presto, ma a colpire sono soprattutto la sua disciplina e la voglia quasi ossessiva di migliorarsi. Quando arriva al Borussia Mönchengladbach poco più che adolescente, a Berti Vogts bastano pochi allenamenti per capire chi ha davanti: «Fatelo firmare subito». Non aveva visto in lui soltanto la qualità tecnica. Aveva intuito qualcosa di ancora più raro: la mentalità.
Il Borussia diventa il laboratorio nel quale Matthäus costruisce il proprio gioco. Corre più degli altri, recupera palloni, accompagna l'azione e conclude. In un'epoca in cui ai centrocampisti viene chiesto soprattutto di scegliere un mestiere, lui prova a interpretarli tutti. Non vuole essere soltanto un interditore. Non gli basta essere un regista. Intuisce, prima di molti altri, che il futuro appartiene ai calciatori totali.
Nel 1980, a soli 19 anni, conquista il Campionato Europeo con la Germania Ovest, disputato proprio in Italia. È il primo grande trofeo della sua carriera, ma anche il primo assaggio di quella cultura della vittoria che accompagnerà tutta la sua vita sportiva. Pochi anni più tardi arrivano anche sconfitte destinate a segnarlo profondamente: il rigore fallito nella finale di Coppa di Germania del 1984 contro il Bayern Monaco e, soprattutto, una volta passato in Baviera, la finale di Coppa dei Campioni persa contro il Porto nel 1987. Due ferite che, anziché rallentarne la crescita, contribuiscono a forgiarne il carattere.
“Ho imparato molto più dalle sconfitte che dalle vittorie”, ammetterà molti anni dopo. Ed è forse proprio questa la caratteristica che lo distingue dai grandi calciatori della sua generazione. Non considera mai il talento un punto di arrivo. Lo vive come un punto di partenza.
Mentre il giovane tedesco sta costruendo la propria identità sul campo, dall'altra parte del mondo un ragazzo argentino sta riscrivendo il significato stesso della parola genio. Maradona incanta con il pallone tra i piedi. Matthäus si impone con il pallone e senza.
Due modi opposti di interpretare il calcio. Due fuoriclasse che il destino ha già deciso di far incontrare.
CAMPIONE IN DIVENIRE
Per molti calciatori il Bayern Monaco rappresenta il punto d'arrivo. Per Lothar Matthäus è l'inizio di una nuova trasformazione.
Quando approda a Monaco nell'estate del 1984, il talento non è più in discussione. Con il Borussia Mönchengladbach ha già disputato 200 partite ufficiali, realizzato 51 gol e raggiunto una finale di Coppa UEFA. Resta da dimostrare, semmai, la capacità di imporsi con continuità ai massimi livelli.
Affina la lettura della partita, impara a gestire i ritmi e migliora nella costruzione del gioco, senza perdere la feroce intensità che lo aveva reso uno dei giovani più promettenti della Germania. Recupera palloni, detta i tempi, accompagna l'azione e conclude con un destro potente e preciso. Non è più soltanto un mediano moderno: sta diventando un calciatore totale.
I risultati seguono la sua crescita. Nella prima esperienza con il Bayern conquista tre Bundesliga, una Coppa e una Supercoppa di Germania, contribuendo a riportare il club ai vertici del calcio tedesco ed europeo.
Anche le sconfitte, però, insegnano. Nel maggio del 1987 il Bayern arriva a Vienna per giocarsi la Coppa dei Campioni contro il Porto. I tedeschi passano in vantaggio e sembrano avere il controllo del match. Poi, in pochi minuti, il tacco di Madjer e il gol di Juary ribaltano la partita. È una delle delusioni più amare della sua carriera, ma anziché abbatterlo, lo spinge a migliorarsi ancora. Quella notte, più che una ferita, diventa così una lezione. L’ultima tappa del suo percorso iniziale in Germania, mentre la sfida più importante della sua vita sta per cominciare.
L’INTER E LO SCUDETTO DEI RECORD
A portarlo in Italia è Giovanni Trapattoni. “So che non sei Platini. Ma io non voglio Platini. Voglio Lothar Matthäus”, gli dice per convincerlo.
Dentro quelle poche parole c’è l’essenza del progetto nerazzurro. Il Trap non cerca un fantasista da copertina: vuole un trascinatore capace di tenere insieme l'intero gruppo. Il primo a difendere, il primo a costruire, il primo ad assumersi le responsabilità quando il pallone scotta.
L’impatto con la Serie A è immediato. Alla fine degli anni Ottanta il campionato italiano è il più bello al Mondo. A San Siro sfilano i più grandi campioni del pianeta. Il Milan degli olandesi di Arrigo Sacchi, il Napoli di Maradona, la Sampdoria di Vialli e Mancini, la Juventus di Zoff, con Rui Barros e Zavarov, la Fiorentina di Roberto Baggio. Vincere lo Scudetto significa conquistare il torneo più competitivo in assoluto.
Milano impiega poco tempo ad adottarlo. Lothar segna, recupera, imposta. Trascina i compagni con una naturalezza sorprendente. I suoi calci piazzati diventano un marchio di fabbrica, le conclusioni dalla distanza mandano in estasi San Siro. Ma il contributo più profondo si misura nella fiducia che riesce a infondere a chi gli sta accanto.
Accanto a lui arrivano Andreas Brehme e, l’anno seguente, Jürgen Klinsmann. I “tre tedeschi” entrano rapidamente nel cuore del popolo nerazzurro. Ma è Matthäus il leader tecnico e carismatico della squadra.
Alla fine della stagione arriva il titolo più importante. Lo Scudetto 1988/89 resta uno dei più straordinari della storia dell’Inter. Cinquantotto punti nell’epoca dei due punti a vittoria, undici di vantaggio sul Napoli campione in carica, fotografano un dominio totale.
Il filo del destino continua a intrecciarsi con quello di Diego Armando Maradona. Inter-Napoli diventa molto più di una sfida di vertice, il confronto tra due filosofie opposte. Da una parte l’estro e il genio del numero 10 argentino. Dall’altra la completezza e la forza mentale del centrocampista tedesco. Maradona sembra piegare il pallone alla propria fantasia. Matthäus piega le partite alla propria volontà.
Quando, a San Siro, il 28 maggio 1989 la sua punizione supera la barriera e si infila alle spalle di Giuliani, firmando il 2-1 definitivo, il suo non è soltanto il gol che assegna lo Scudetto ai nerazzurri. È il simbolo di un’Inter che ha finalmente trovato il proprio leader assoluto.
Con il passare degli anni la rivalità lascia spazio alla stima. Maradona lo definirà il rivale più forte della sua carriera. Matthäus continuerà a indicare Diego come il giocatore più geniale mai affrontato.
L’ANNO PERFETTO, IL KAISER E IL SUO CAPITANO
Il 1990 è l'anno in cui tutti i pezzi trovano finalmente il loro posto. Matthäus arriva al Mondiale italiano come una delle stelle più attese. Il Pallone d'Oro a dicembre sarà soltanto una logica conseguenza del suo percorso di crescita. Per vincerlo gli manca però ancora il tassello decisivo: la Coppa del Mondo.
Franz Beckenbauer conosce bene il peso di quell'appuntamento. Da capitano ha sollevato il trofeo nel 1974. Da Ct. vuole riportarlo in Germania sedici anni dopo. Per riuscirci affida la squadra al proprio uomo simbolo. Lothar Matthäus.
Il loro rapporto va oltre quello tra allenatore e capitano. Beckenbauer vede in lui il naturale interprete della propria idea di calcio. Un leader capace di guidare la squadra con l'esempio prima ancora che con le parole. Non è un caso se, negli anni, il Kaiser arriverà a definirlo “il miglior giocatore che la Germania abbia mai avuto”.
La Germania Ovest attraversa il torneo con l'autorevolezza delle grandi squadre e Matthäus ne è il leader assoluto. Segna quattro reti, detta i tempi, recupera palloni e trascina i compagni nei momenti più delicati. Ancora una volta interpreta il gioco senza accettare etichette: difende, costruisce, attacca.
All'esordio contro la Jugoslavia firma una doppietta da applausi che diventa subito una delle immagini simbolo di Italia '90. Prima sblocca la partita con un sinistro a giro, poi firma un capolavoro da antologia. Matthäus parte palla al piede dalla propria metà campo, supera con decisione Jozic e, arrivato ai venticinque metri, lascia partire un destro rasoterra violentissimo che non lascia scampo a Ivkovic. In quella progressione c’è l’essenza del suo calcio: forza, tecnica, personalità e intelligenza tattica. È il manifesto del centrocampista totale, il prototipo del giocatore moderno nato con trent'anni d'anticipo.
In finale, all'Olimpico di Roma, ritrova l'avversario che ha segnato le tappe più importanti della sua vita sportiva: Diego Armando Maradona. Quattro anni dopo Città del Messico, il mondo assiste di nuovo a Germania Ovest-Argentina, la sfida tra i due numeri dieci più influenti della loro epoca. Da una parte il genio argentino chiamato a difendere il titolo mondiale, dall'altra il leader tedesco deciso a completare la propria consacrazione.
La partita è tesa, dura, bloccata. A risolverla un episodio a pochi minuti dalla fine: l’arbitro messicano Codesal, tra le proteste dei sudamericani, assegna un calcio di rigore ai tedeschi per un’entrata di Sensini su Rudi Völler. Sul dischetto dovrebbe andarci il capitano. Non sarà così.
Il suo scarpino destro si è danneggiato nel primo tempo. Lo ha sostituito durante l’intervallo, ma con la scarpa nuova non si sente del tutto sicuro nell’appoggio. Allora si volta verso lo scudiero Andreas Brehme e gli dice semplicemente: “Io non me la sento. Vai tu e segna”. Brehme obbedisce e non sbaglia.
Dietro quella scelta c’è un principio che Franz Beckenbauer gli ha trasmesso fin dai primi anni in Nazionale: “Non chiedere a me quando in campo vedi qualcosa. Fai quello che ritieni sia meglio”. Più che una consegna tattica, una filosofia. Essere capitano significa assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, anche quando comportano la rinuncia al gesto destinato a finire sulle copertine.
Dopo il fischio finale, il numero 10 tedesco resta immobile per qualche istante. Poi alza lo sguardo verso il cielo di Roma e si lascia abbracciare dai compagni. Qualche minuto più tardi sarà lui, con la fascia al braccio, a sollevare la Coppa del Mondo.
È l'immagine che entra nella storia. Il ragazzo della Franconia, il campione cresciuto tra Gladbach e Monaco, il leader dell'Inter e della Germania Ovest trovano finalmente la loro sintesi in una calda notte romana. Matthäus tiene tra le mani la Coppa del Mondo.
IL CAMPIONE CHE HA ANTICIPATO IL FUTURO
Nel dicembre del 1990 Lothar riceve il Pallone d’Oro. È il riconoscimento individuale più prestigioso, il naturale epilogo di un anno irripetibile. Nella motivazione del premio, il direttore di France Football, Jacques Thibert, scrive: “Matthäus non eccelle in un solo fondamentale, ma è bravo in tutto, e questo gli permette di essere a suo agio in ogni zona del campo”. Non è il migliore in una singola qualità. È il più completo nell’insieme.
Pochi mesi più tardi conquista anche il World Player of the Year, appena istituito dalla FIFA. Nessuno, in quel momento, rappresenta meglio di lui l’evoluzione del calcio moderno.
Per Matthäus i premi non sono un punto d'arrivo, ma la certificazione di una crescita costruita anno dopo anno, partita dopo partita. Vinta la Coppa del Mondo da capitano, il mondo lo celebra come il numero uno in assoluto.
Nella primavera del 1991 arriva anche un altro successo europeo: l’Inter conquista la Coppa UEFA superando la Roma nella doppia finale. Per Lothar è il terzo e ultimo trofeo in maglia nerazzurra, la degna conclusione del ciclo costruito da Giovanni Trapattoni e la conferma di un gruppo che, per diverse stagioni, aveva saputo competere ai massimi livelli in Italia e in Europa.
Il campo, però, non concede molto tempo per celebrare le vittorie. La stagione successiva segna una brusca inversione di rotta. Sulla panchina dell’Inter approda Corrado Orrico, chiamato a raccogliere l'eredità del tecnico di Cusano Milanino. Il nuovo progetto fa fatica a decollare e anche Matthäus attraversa l’anno più difficile della sua esperienza in nerazzurro.
Come se non bastasse, per Lothar ecco il colpo più duro. Il grave infortunio al ginocchio mette improvvisamente in discussione tutto ciò che sembrava acquisito. Per un calciatore che aveva costruito la propria grandezza sulla completezza fisica e tecnica, il rischio di non tornare più lo stesso è concreto.
Ancora una volta, però, Matthäus reagisce. Non si arrende. Si adatta. Si reinventa. Nel 1992 chiude la sua avventura all'Inter. Lascia Milano dopo quattro stagioni intense scandite da 154 partite, 53 gol e 13 assist, nelle quali ha conquistato lo Scudetto dei record, una Supercoppa italiana e la Coppa UEFA e contribuito a cambiare il modo di interpretare il ruolo di centrocampista.
Il ritorno a Monaco non ha il sapore della nostalgia. Matthäus va al Bayern per vincere ancora. Con la fascia al braccio guida una nuova generazione di calciatori e completa la sua epopea con 410 presenze ufficiali, 100 reti e 15 trofei (7 Bundesliga, 3 Coppe di Germania, 3 Coppe di Lega tedesche, una Supercoppa di Germania e la Coppa UEFA 1995/96). Dati straordinari, che raccontano però soltanto una parte della sua storia.
Intanto il tempo continua a scorrere. Le gambe non hanno più l'esplosività degli anni migliori, ma la lettura delle situazioni è persino più raffinata. Matthäus arretra progressivamente il proprio raggio d'azione e diventa uno dei primi liberi moderni del calcio europeo. Imposta da dietro, guida la linea difensiva, detta i tempi della manovra. Cambia posizione senza cambiare identità: anticipa, di nuovo, l'evoluzione del gioco.
Il 26 maggio 1999, al Camp Nou di Barcellona, il Bayern accarezza la Champions League contro il Manchester United. Matthäus esce nel finale con i tedeschi ancora in vantaggio. Nel recupero Sheringham e Solskjær ribaltano tutto. È una delle sconfitte più crudeli: svanisce il sogno di Lothar di alzare al cielo la Coppa europea più importante.
Saluta il calcio tedesco dopo 464 partite in Bundesliga, ma prima di appendere definitivamente gli scarpini al chiodo si concede una parentesi negli Stati Uniti con i New York MetroStars (gli attuali Red Bulls), diventando il primo Pallone d'Oro a giocare nella Major League Soccer. È l'ultimo capitolo di una carriera che ha attraversato due continenti e quasi un quarto di secolo.
Con la Nazionale gioca cinque Mondiali consecutivi, dal 1982 al 1998, rappresentando prima la Germania Ovest e poi quella unificata. Chiude dopo Euro 2000 con 150 presenze, un primato nazionale tuttora imbattuto. Altri record, invece, il tempo li ha erosi: quello di calciatore con più partite nella Coppa del Mondo e quello relativo alle partecipazioni totali alla fase finale.
Ma se i numeri appartengono agli almanacchi, l'eredità di Lothar Matthäus resta straordinariamente attuale. Oggi siamo abituati ai centrocampisti in grado di recuperare palla davanti alla difesa e, pochi secondi dopo, di presentarsi al limite dell'area avversaria. A campioni capaci di interpretare più ruoli, leggere lo spazio, guidare i compagni e incidere in entrambe le fasi. Li abbiamo definiti universali, box-to-box, tuttocampisti.
Matthäus faceva tutto questo in un calcio molto diverso da quello attuale. I numeri sono stati in parte superati, il suo modo di interpretare il gioco no. Perché prima ancora di scrivere la storia, Lothar era già il futuro.
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