House of the Dragon 3: fuoco, sangue e New York che diventa Westeros
A volte mi viene il sospetto che George R. R. Martin abbia deciso di smettere di scrivere romanzi e si sia reinventato come sceneggiatore occulto dei notiziari del mondo. Solo che, invece di titoli rassicuranti, ci regala matrimoni rossi, eredi impazziti e draghi che risolvono le crisi internazionali con un approccio molto poco diplomatico. E così eccoci di nuovo qui: House of the Dragon è tornata. Terza stagione. Otto episodi. E la sensazione, ormai, è sempre la stessa: non siamo davanti a una serie tv, ma a un esperimento sociale su quanto a lungo il pubblico possa affezionarsi a personaggi destinati statisticamente a una fine orrenda.
La Danza dei Draghi, per chi avesse ancora qualche speranza residua nell’umanità, entra finalmente nel vivo. Tradotto: smettiamo di fingere che questa sia una storia di politica e iniziamo a chiamarla per quello che è davvero, cioè una lunga e costosa catena di conseguenze disastrose con draghi inclusi nel prezzo.
La nuova stagione debutta oggi, 22 giugno, con distribuzione in contemporanea negli Stati Uniti e nel resto del mondo, Italia inclusa, su HBO e piattaforme partner.
La première americana non poteva che essere a Manhattan, città che ha un talento naturale nel trasformare qualunque cosa, anche la fine del mondo, in un evento con luci perfette e fotografi in fila.
Nel pomeriggio, dal lato del Seaport, è arrivato un veliero brandizzato House of the Dragon, con la vela decorata con il simbolo Targaryen che ha attraversato il porto di New York come fosse una creatura uscita direttamente da Westeros.
Al Pier 17, con lo skyline di Manhattan che sembrava progettato apposta per fare da sfondo a qualsiasi apocalisse elegante, HBO ha messo in scena la celebrazione ufficiale del ritorno di Westeros per la proiezione in anteprima del primo episodio. Red carpet, cast, produzione, giornalisti, e quella particolare energia da “stiamo assistendo a qualcosa di importante anche se in realtà è solo gente vestita molto bene che parla di draghi”. Il red carpet ha visto arrivare il cast principale della serie – tra cui Emma D’Arcy, Matt Smith, Olivia Cooke, Rhys Ifans, Steve Toussaint, Ewan Mitchell e Tom Glynn-Carney – insieme allo showrunner Ryan Condal e alla produzione HBO.
Nel pomeriggio, però, New York ha fatto New York. Perché prima ancora della première serale, la città ha regalato ai fan un momento che riassume perfettamente il nostro tempo: il Trono di Spade installato a Manhattan, diventato improvvisamente una macchina del tempo emotiva per chiunque abbia mai pensato “sarei sicuramente un Targaryen, non un contadino senza nome”.
Centinaia di persone in fila per sedersi su un simbolo di potere assoluto che, nell’universo della serie, porta sistematicamente a tradimenti, decapitazioni e scelte di vita discutibili. Ma per qualche minuto, tutto questo non importa: conta solo la foto, l’angolazione giusta, e la sensazione di aver “conquistato” Westeros senza uscire da Manhattan.
Dopo due stagioni di accumulo, la Danza dei Draghi è ormai pienamente in corso: i Neri e i Verdi non parlano più di legittimità, parlano di sopravvivenza. Ogni scelta è una perdita annunciata, ogni alleanza un contratto destinato a rompersi. La stagione apre direttamente sulla guerra navale del Gullet, segnale chiaro che il tempo delle esitazioni è finito. E forse è proprio questo il punto: House of the Dragon continua a essere una storia che funziona perché non promette salvezza, ma conseguenze.
Draghi, troni e dinastie sono solo la superficie. Sotto, resta sempre la stessa idea: nessuno ha davvero il controllo, e quando qualcuno pensa di averlo, è il momento in cui tutto peggiora.
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