I “comunisti” di Trump: chi sono davvero i nuovi nemici del tycoon

27 Giugno 2026 - 15:22
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I “comunisti” di Trump: chi sono davvero i nuovi nemici del tycoon

L’ossessione di Trump per i comunisti americani: la sfida esistenziale a Zohran Mamdani

C’è un filo rosso, metaforicamente e non proprio, che attraversa gli ultimi discorsi di Donald Trump. Un “nuovo” nemico che ritorna costantemente in certi momenti della storia degli Stati Uniti, e l’ossessione numero 1 del presidente in questo mese di giugno: i comunisti. Questa volta, rispetto al secolo scorso, a preoccupare non sono i “rossi” di Mosca o di Pechino, ma quelli americani, che lo stesso Trump ha definito “probabilmente la minaccia più grande al giorno d’oggi per gli Stati Uniti”. 

Nell’ultimo discorso, Trump ci ha persino scherzato su, con quella sua ironia spiazzante: “Sarò onesto, penso che sarei il più grande comunista della storia. È molto facile essere comunisti, darei a tutti l’affitto gratis, il comunismo è molto facile da vendere ma distrugge tutto.” La battuta nasconde però un messaggio politico preciso, martellato con crescente insistenza: c’è un’America che vuole trasformare il Paese in qualcosa di irriconoscibile, e va fermata. Ma di chi sta parlando, concretamente?

La risposta è meno vaga di quanto sembri. Zohran Mamdani, sindaco socialista di New York, figlio del celebre storico ugandese Mahmood Mamdani, è diventato in pochi mesi il simbolo vivente di ciò che Trump chiama “comunismo”. La sua ascesa nella politica democratica newyorkese, con proposte come il controllo degli affitti, la sanità pubblica universale, il trasporto gratuito, è esattamente il tipo di piattaforma che il presidente descrive quando agita lo spettro rosso. Facile da vendere, dice Trump.

E in effetti Mamdani vende, eccome: la sua retorica appassionata, la sua capacità di intercettare il malcontento delle classi popolari urbane, lo hanno trasformato in una star della sinistra progressista americana. Al contempo, Trump dovrebbe essere il primo a vederlo, Mamdani si sta comportando a livello comunicativo in modo molto simile allo stesso tycoon: video provocativi, che puntano ad attirare l’attenzione di una precisa fascia di popolazione (Maga per Trump, Gen Z per Mamdani) e grandi promesse di una vita migliore per tutti. 

Attorno a lui, come con Trump si sta coagulando qualcosa di più grande. Una frangia democratica e socialista, per usare un’etichetta che suona quasi europea, sta prendendo forma all’interno del Partito democratico. Non è il socialismo delle bandiere rosse e delle nazionalizzazioni: è il socialismo dei servizi pubblici, della redistribuzione, della regolamentazione del mercato immobiliare. È il socialismo che funziona nelle grandi città, che parla ai giovani indebitati, agli affittuari strangolati, ai lavoratori dei servizi senza copertura sanitaria.

Trump lo sa. E sa anche che è un avversario più insidioso degli avversari tradizionali, proprio perché, come lui stesso ammette, “il comunismo è molto facile da vendere”. Non si combatte con i dazi o con il veto all’immigrazione. Si combatte sul terreno delle idee, delle emozioni, della narrazione identitaria. Ed è per questo che il presidente ha scelto di alzare il livello dello scontro, trasformando quella che era una disputa politica ordinaria in una battaglia esistenziale per l’anima del paese e, soprattutto, trasformando il socialismo dichiarato di Mamdani e della nuova fila di politici che hanno vinto le primarie a New York, nel “comunismo”. 

Il paradosso è che più Trump usa la parola “comunismo”, più la legittima come categoria del dibattito pubblico. Mamdani e i suoi non si offendono quando vengono chiamati socialisti, anzi, rivendicano l’etichetta con orgoglio. E ogni volta che il presidente li evoca come il nemico numero uno, regala loro visibilità nazionale, li proietta su un palcoscenico che altrimenti avrebbero forse faticato a raggiungere. La domanda vera, quella che le prossime settimane inizieranno a delineare, è se questa sinistra urbana e progressista sia davvero in grado di costruire una coalizione nazionale o se resti un fenomeno metropolitano, affascinante ma strutturalmente minoritario. Trump scommette sulla seconda ipotesi. Mamdani sulla prima.

Intanto, con le elezioni di metà mandato, questi nuovi democratici socialisti sembrano aver dato una nuova linfa vitale al partito che faticava a decollare con i giovani. Eppure, la questione 2028 rimane sempre presente. Una fonte interna ai democratici me lo ha detto chiaramente, mentre prendevamo un caffé al bar davanti al Congresso: “Alle primarie votano gli iscritti al partito, ma dubito che questa sinistra possa prendere troppi voti con gli ‘independent voters’ (tutti quegli elettori cruciali e moderati che poi vanno a decidere gli ‘swing states).  

Il ragionamento del funzionario non fa una piega: New York è una città costruita sui migranti e sul multiculturalismo, ma gli Stati Uniti sono altro.

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