“Il bar sotto il mare” apre al Menotti: Benni rivive tra parole, musica e follia ragionata

Ci sono libri che, a un certo punto, smettono di essere libri e diventano luoghi: stanze mentali in cui si torna come si torna in un porto sicuro, presidi dell’immaginario collettivo. ‘Il bar sotto il mare’, capolavoro di Stefano Benni, è uno di questi. E ora, grazie al magistrale adattamento di Emilio Russo, scendere quelle scale che conducono sotto il mare di Brigantes, sedersi a uno dei tavoli del locale e lasciarsi raccontare storie impossibili è finalmente un’esperienza fisica, teatrale, condivisa.
Ne siamo certi: sarebbe piaciuta moltissimo allo scrittore da poco scomparso, questa pièce. E forse, chissà, ne avrebbe anche voluto far parte, seduto al bancone, ordinando l’ennesimo bicchiere di nebbia. Il Teatro Menotti, per due ore, si trasforma in un porto franco dell’immaginazione, dove ogni avventore porta con sé una storia, e ogni storia è una piccola crepa attraverso cui filtra la luce obliqua della meraviglia. Portare Benni in scena non è impresa da poco: significa misurarsi con un immaginario che generazioni di lettori custodiscono con affetto quasi geloso, ed esporre quel mondo alla prova impietosa della scena, dove la parola scritta deve farsi corpo, voce, respiro. La sfida che Russo accoglie, firmando regia e dramaturgia, non è casuale, in un momento in cui il teatro italiano si interroga con sempre maggiore urgenza sul rapporto tra letteratura e palcoscenico, tra pagina e presenza viva.
Il bar come soglia
Il bar di Benni è, prima di tutto, un dispositivo scenico ante litteram: un luogo sospeso dove il tempo si sfalda e il reale slitta di un grado verso il sogno. Vi si incontrano il barista enigmatico, l’uomo col cappello, il vecchio con la gardenia, la sirena ammaliatrice, il marinaio solitario, l’uomo invisibile, la bionda misteriosa, la pulce del cane nero. Ogni figura porta con sé un racconto, ogni racconto è una piccola epifania comica, malinconica, a volte entrambe le cose cadenzate dalla distanza di un respiro. La scenografia è volutamente essenziale, quasi sottratta: tavoli e bancone in tinte neutre, un’insegna minima, ‘Bar’ e poco altro. Lo stesso vale per i costumi, essenziali. Una scelta giusta, anzi necessaria: la mente di ogni lettore ha già tratteggiato quei luoghi con le proprie emozioni visive, e qualunque eccesso scenografico avrebbe rischiato di tradirle. A fare il lavoro pesante è il disegno luci, finissimo, capace di scolpire il fuoco scenico e di accompagnare con precisione gli sbalzi di registro delle singole narrazioni: dal grottesco al lirico, dal cabaret all’elegia.
Tre attori, un musicista, infinite maschere
Sul palco, Fabrizio Checcacci, Roberto Andrioli e Lorenzo Degl’Innocenti si dividono la galleria umana benniana con un lavoro di trasformismo che chiede recitazione di altissimo livello, abbinata a doti vocali e di movimento scenico fuori dal comune. La formula del trio versatile; voce, corpo, canto, affonda le radici in una tradizione consolidata del teatro di narrazione italiano, e qui trova una declinazione propria, calibrata sulla prosodia inconfondibile di Benni. Poi c’è la partitura musicale, che percorre una via precisa almeno quanto coraggiosa: trasformare in canzoni originali alcune delle poesie di Benni; Dormi Liù, Hooligan Love, Quello che non voglio, Ma che notte è, Little Red Hood, grazie alle musiche composte da Fabrizio Checcacci e all’esecuzione dal vivo di Cosimo Zannelli, che con la sua chitarra scandisce i momenti più alti della pièce. Operazione delicata, quasi temeraria: tradurre in note la prosodia di Benni significa accettare che certe parole sfuggono naturalmente alla gabbia di un pentagramma. Eppure la scelta tiene, e moltiplica la forza evocativa della prosa. A queste si aggiunge un brano originale composto da Zannelli, L’Airone, dedicato a Fausto Coppi: intenso, surreale, perfetto innesto nello spettacolo.
Una follia ragionata
Il bar sotto il mare, a quasi quarant’anni dalla pubblicazione, è oggi anche un’elegia non dichiarata: il pianto sommesso per una forma di comunità narrativa che i social hanno frammentato, smontato, ridotto a frammenti di attenzione. Lo spettacolo ce lo ricorda con dolcezza, senza didascalismi: c’è ancora bisogno di raccontare storie con il tempo dilatato della scena, c’è ancora bisogno di quel patto antichissimo tra chi parla e chi ascolta, lo stesso patto che si rinnova ogni sera quando le luci si abbassano e la quarta parete diventa una porta socchiusa. La follia ragionata di Benni è uno strumento, non un contenuto datato. Oggi è più affilata che mai, perché il reale è diventato più assurdo di allora, e meno prevedibile. Le sue storie restano in larga parte adattabili ai nostri giorni: alcune senza toccare una virgola, altre con un semplice slittamento di riferimenti. Quello che non si può replicare è il bar. Ed è proprio per questo che vale la pena rileggerlo e, adesso, andare a vederlo. Uno spettacolo che si rivolge a tutti, anche e soprattutto ai più giovani, presenti numerosissimi nella sera della prima, e che dal Menotti sono usciti con qualcosa addosso: l’esperienza intensa, e rara, di una storia ascoltata davvero.
Teatro Menotti – Milano
dal 26.05.2026 al 07.06.202
https://www.teatromenotti.org/evento/il-bar-sotto-il-mare_941.aspx
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