Il caso Moretti e le derive di una giustizia moralizzatrice
Filippo Sgubbi è stato un grande giurista, ha scritto anni fa un formidabile pamphlet sul “Diritto penale totale” e proprio in quel saggio ha offerto una cornice utile per provare a spiegare cosa significa avere un paese dominato da un sistema giudiziario che ha scelto di autoattribuirsi una funzione speciale che va ben al di là della ricerca di semplici responsabilità personali e che si avvicina, come successo con il caso Moretti, a un obiettivo diverso, più ambizioso: la moralizzazione di un paese. Filippo Sgubbi sosteneva che in Italia, da tempo, il sistema penale tende a occuparsi non solo di chi è colpevole o innocente ma anche di chi è puro e di chi è impuro. E all’interno di questa linea di condotta, scriveva Sgubbi, può capitare che vi possano essere, agli occhi del sistema giudiziario, alcuni soggetti che per ruolo sociale, magari perché esercitano potere, autorità, decisioni, vengono considerati penalmente impuri. Nel racconto quotidiano delle derive del sistema giudiziario capita spesso di dover descrivere occasioni in cui la macchina della giustizia, esondando, tende a volte a criminalizzare la politica al punto da sostituirsi a essa e a volte a considerare la politica così impura da dover essere ridotta nel suo raggio d’azione. Le derive del sistema giudiziario, all’interno della corsa forsennata a punire non solo i colpevoli ma anche gli impuri, spesso raggiungono vette e apici diversi, e drammatici, e in un certo senso la vicenda della condanna definitiva di Mauro Moretti è uno di questi casi.
Moretti, lo sapete, da ieri si trova in carcere, a Orvieto, perché la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 5 anni per la strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009, quando deragliò un treno merci carico di Gpl, la cui esplosione uccise 32 persone: Moretti, da ex amministratore delegato di Ferrovie dello stato e di Rete ferroviaria italiana, è stato ritenuto responsabile per disastro ferroviario colposo. Filippo Sgubbi, nel suo pamphlet, ricorda che la giustizia dovrebbe accertare fatti, prove, nessi causali, dovrebbe occuparsi di una rigorosa ricerca di responsabilità individuali. Quando però la giustizia sceglie di attivare la modalità moralizzatrice capita di ritrovarsi di fronte a casi come quelli di Mauro Moretti in cui può accadere, per citare ancora Sgubbi, che a un soggetto possa essere riconosciuta una “responsabilità senza colpa legata a un mero status e a un ruolo sociale”, attraverso la quale restituire una colpa all’altezza del dolore dei famigliari delle vittime. La condanna di Moretti è sintomatica di una deriva moralizzatrice della giustizia perché l’ex numero uno di Ferrovie è stato condannato sulla base di un principio astratto: il vecchio “non poteva non sapere”. Moretti non poteva non sapere che le sue scelte di politica industriale avrebbero messo sotto stress la sua azienda, al punto da esporla a disastri mortali. Moretti non poteva non sapere che la sua politica finalizzata alla ricerca del profitto avrebbe messo sotto stress la sua azienda, al punto da rendere inevitabile un disastro come quello che è capitato a Viareggio, il cui incidente venne causato principalmente dalla rottura di un assile di un carro cisterna, non mantenuto correttamente dall’officina tedesca certificata.
Le tragedie, come è stato il caso di Viareggio, nascono spesso da errori individuali di alcuni soggetti ma una giustizia che non si accontenta di ricercare le responsabilità individuali è una giustizia che sceglie di fare un passo in più: colpire un capro espiatorio che sia più in alto possibile, con l’idea, forse, di far scontare una colpa sociale a chi rappresenta il potere in un’azienda. In un report accurato dedicato al caso Viareggio, Assonime ha notato che la responsabilità di Moretti viene legata a un’asserita politica d’impresa volta a limitare gli impegni di spesa nel settore merci. Si preferì l’uso di carri di terzi alla flotta proprietaria, ed è in questo passaggio che agli occhi della giustizia una scelta economica diventa indizio morale senza che vi siano evidenze empiriche che possano testimoniare come il disastro sia conseguenza diretta di quella scelta. Moretti, nell’intervista rilasciata ieri al Corriere prima di andare in carcere, ha ricordato che la sua condanna è avvenuta perché la giustizia, pur riconoscendogli di aver rispettato il diritto positivo, gli ha contestato il non aver applicato il principio del neminem laedere (fare di più per non causare danni, andando anche in deroga alle leggi e norme nazionali). Non poteva non sapere. Non poteva non prevedere. Non poteva non immaginare che il non compiere alcuni atti avrebbe portato a uccidere qualcuno.
Negli ultimi anni, in Italia, la magistratura ha mostrato due derive diverse. Una ha riguardato le esondazioni nell’ambito politico. L’altra ha riguardato le esondazioni nell’ambito del privato. In politica, la magistratura tende a criminalizzare la politica che prova a essere più efficiente, più decisionista. Nel privato, la magistratura tende a demonizzare la ricerca del profitto mossa dalla volontà di assecondare il tribunale del popolo con atti esemplari di giustizia sociale. La sentenza su Moretti, tra i mille drammatici spunti di riflessione che consegna, è la spia di una giustizia che non si limita a utilizzare la cultura del sospetto per dimostrare le sue tesi, ma che si sente investita di una missione culturale. Moralizzare il paese. In politica e nelle imprese. E quando la giustizia inizia a occuparsi un po’ meno del binomio innocenti e colpevoli e un po’ più del binomio puri e impuri il tribunale del popolo avrà colpevoli da esibire ma lo stato di diritto avrà ferite da rimarginare.
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