Il dibattito italiano è fissato con la domanda sbagliata sull’Ucraina
Nel dibattito pubblico italiano sulla guerra in Ucraina esiste una costante che attraversa ormai oltre un decennio di conflitto: l’idea che la pace possa essere raggiunta attraverso la cessione di territori ucraini alla Russia. È una discussione iniziata nel 2014, dopo l’annessione illegale della Crimea e l’aggressione russa nel Donbas, e riemersa con ancora maggiore forza dopo l’invasione su larga scala del febbraio 2022. A distanza di anni, ciò che colpisce non è soltanto la persistenza di questa narrativa, ma soprattutto la sua quasi totale assenza di contestualizzazione storica, giuridica e strategica.
Le motivazioni di chi sostiene questa posizione sono diverse. Una parte degli opinionisti italiani, apertamente favorevoli alle narrazioni del Cremlino, ha sostenuto fin dall’inizio che Kyiv avrebbe dovuto riconoscere l’annessione della Crimea e accettarne la perdita definitiva. Gli stessi ambienti hanno spesso accusato l’Ucraina di non aver applicato gli Accordi di Minsk, che riguardavano esclusivamente le cosiddette Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, presentando tale presunta inadempienza come una delle principali cause della guerra.
Questa ricostruzione, però, ha sempre omesso un elemento essenziale. Gli Accordi di Minsk non prevedevano soltanto obblighi per Kyiv. Al contrario, imponevano precisi doveri anche alla Federazione russa. Prima di qualsiasi discussione sullo status speciale delle aree occupate del Donbas, era previsto il ritiro delle forze russe e dei gruppi armati da esse sostenuti, la smilitarizzazione dell’area e l’organizzazione di elezioni locali sotto supervisione internazionale. Solo dopo l’elezione di autorità legittimate da un voto libero sarebbe stato possibile aprire un confronto con il governo ucraino sul futuro assetto istituzionale della regione. Nulla di tutto questo è mai avvenuto. La Russia non ha ritirato le proprie forze, ha continuato ad armare le milizie separatiste e ha consolidato il controllo militare sui territori occupati. Eppure, questo aspetto fondamentale degli Accordi di Minsk raramente trova spazio nel dibattito italiano.
Un’altra parte degli osservatori si presenta invece come più equilibrata. Inizia quasi sempre con un doveroso riconoscimento del coraggio degli ucraini, dell’eroismo della loro resistenza e del diritto del paese a difendersi. Ma immancabilmente arriva quel “però” che ribalta il ragionamento: l’Ucraina dovrebbe essere realista, accettare la perdita di parte del proprio territorio, perché contro una grande potenza nucleare non può vincere.
Dietro questa posizione si cela una precisa concezione dell’ordine internazionale. Formalmente si richiama il diritto internazionale, ma nella sostanza prevale una visione rigidamente “realista”, secondo cui il mondo sarebbe inevitabilmente governato dalle grandi potenze e dalle loro sfere di influenza. In questa prospettiva, gli stati medi e piccoli sarebbero destinati ad adattarsi alle esigenze strategiche delle potenze maggiori. Gli ex paesi sovietici, implicitamente, continuerebbero ad appartenere alla sfera d’influenza russa.
Questa impostazione presenta almeno due limiti. Il primo è di natura storica. L’idea secondo cui una potenza nucleare non possa essere sconfitta in guerra non trova conferma nei fatti. L’Unione Sovietica fu costretta a ritirarsi dall’Afghanistan nel 1989, una sconfitta che contribuì ad accelerare la crisi culminata con il crollo dell’Urss. Anche gli Stati Uniti, altra potenza nucleare, hanno subìto sconfitte militari o non sono riusciti a raggiungere gli obiettivi politici prefissati in diversi conflitti. Anche oggi la guerra in medio oriente dimostra che il possesso dell’arma nucleare non garantisce automaticamente né il successo sul piano convenzionale né la capacità di imporre una soluzione politica favorevole.
Il secondo limite riguarda il dopoguerra. Chi sostiene che Kyiv debba semplicemente cedere territori raramente spiega quale ordine europeo dovrebbe emergere da questa scelta. Ancora meno si interroga sulle conseguenze che essa avrebbe per il regime internazionale di non proliferazione nucleare. L’Ucraina rinunciò nel 1994 al terzo arsenale nucleare del mondo in cambio di garanzie sulla propria sicurezza e integrità territoriale, sancite dal Memorandum di Budapest. Se uno stato che ha volontariamente rinunciato alle armi nucleari finisse per perdere de jure parte del proprio territorio in seguito a un’aggressione, quale incentivo avrebbero altri paesi a non dotarsi di un’arma nucleare? Il messaggio sarebbe esattamente opposto a quello che la comunità internazionale ha cercato di affermare negli ultimi decenni, che la sicurezza può essere garantita anche senza il possesso dell’arma atomica.
A ciò si aggiunge un’altra domanda, quasi sempre elusa. Si immagina davvero una pace stabile con Vladimir Putin ancora al potere? Si ritiene che la Russia rinuncerebbe definitivamente a ulteriori rivendicazioni territoriali? La storia recente suggerisce il contrario. Ogni concessione ottenuta con la forza ha incoraggiato nuove pretese, non una stabilizzazione.
Emblematica, in questo senso, è stata una recente audizione al Senato italiano, durante la quale il senatore Alessandro Alfieri, del Partito democratico, dopo aver elogiato la resistenza del popolo ucraino, ha chiesto all’ambasciatore dell’Ucraina se all'interno della società ucraina esistesse un dibattito sull’eventualità che Kyiv fosse disposta a cedere parte del proprio territorio in cambio della pace e di garanzie di sicurezza.
Al di là delle intenzioni, quella domanda rivela un equivoco profondo. E’ quantomeno insolito chiedere pubblicamente al rappresentante di un paese in guerra di indicare quali parti del proprio territorio siano negoziabili. In qualsiasi trattativa internazionale, le possibili concessioni costituiscono il cuore del negoziato e vengono discusse nelle sedi riservate, non davanti alle telecamere. Dichiarare preventivamente ciò a cui si è disposti a rinunciare significa soltanto rafforzare la posizione della controparte, che sarà inevitabilmente portata a chiedere di più.
Lo stesso errore è stato commesso negli anni scorsi da numerosi politici occidentali, quando hanno escluso preventivamente l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Quella che avrebbe potuto rappresentare una carta negoziale è stata eliminata dal tavolo ancora prima dell’avvio di qualsiasi trattativa. Oggi, dopo oltre quattro anni di guerra convenzionale ad alta intensità, quella discussione appare comunque superata. Se fino al 2022 ci si domandava se fosse opportuno far entrare l’Ucraina nell’Alleanza, oggi la domanda potrebbe essere opposta: non è forse la Nato ad avere bisogno dell’Ucraina? Nessun esercito europeo possiede infatti l’esperienza operativa accumulata dalle forze armate ucraine in questi anni.
Resta però la questione centrale: che cosa significa realmente “cedere i territori”?
Volodymyr Zelensky ha già indicato più volte quale potrebbe essere il compromesso realistico da parte ucraina. Kyiv potrebbe accettare, nell’ambito di un cessate il fuoco, che la Russia continui a controllare de facto i territori occupati, rinviando la soluzione definitiva della questione territoriale. Accettare una situazione di fatto, tuttavia, non significa riconoscere un diritto.
La differenza è sostanziale. Riconoscere un controllo de facto significa prendere atto di una realtà militare temporanea. Riconoscere de jure un’annessione significa invece legittimare l’uso della forza come strumento di modifica dei confini internazionali. Due concetti profondamente diversi che nel dibattito pubblico vengono troppo spesso confusi.
Eppure, esiste un’ampia esperienza nello spazio post sovietico che dimostra come il riconoscimento giuridico dell’occupazione non sia mai stato considerato una condizione necessaria per interrompere un conflitto. La Georgia non ha mai riconosciuto l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud. Nonostante la presenza militare russa e il controllo effettivo esercitato da Mosca, il diritto internazionale continua a considerare entrambe le regioni parte integrante dello stato georgiano.
La Moldova non ha mai riconosciuto l’indipendenza della Transnistria, che continua a essere giuridicamente territorio moldavo nonostante oltre trent’anni di separazione de facto e la presenza delle truppe russe.
Nemmeno l’Azerbaigian ha mai riconosciuto l’indipendenza del Nagorno-Karabakh né l’occupazione dei sette distretti circostanti conquistati dall’Armenia nei primi anni Novanta. Per oltre trent’anni Baku ha mantenuto immutata la propria posizione giuridica e diplomatica, sostenuta dal diritto internazionale. Quando gli equilibri geopolitici sono cambiati e la Russia si è trovata progressivamente indebolita, l’Azerbaigian è riuscito a riconquistare i territori persi. Il diritto internazionale, nel frattempo, non aveva mai modificato la propria posizione: il Nagorno-Karabakh ha continuato a essere considerato parte integrante dell’Azerbaigian.
Perché, allora, all’Ucraina dovrebbe essere richiesto ciò che non è mai stato richiesto né alla Georgia, né alla Moldova, né all’Azerbaigian?
Non esiste alcun precedente nello spazio post sovietico che imponga allo stato aggredito di riconoscere formalmente la perdita dei propri territori come condizione per la pace. Tutti i precedenti indicano esattamente il contrario: la comunità internazionale ha sempre mantenuto fermo il principio della sovranità territoriale anche quando non era in grado di ripristinarla sul piano militare.
Questa distinzione non è un dettaglio giuridico. E’ uno dei pilastri dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. Se si accettasse il principio secondo cui una conquista militare produce automaticamente nuovi confini riconosciuti, verrebbe meno il divieto dell’acquisizione territoriale mediante la forza sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
Vi è infine una considerazione quasi assente nel dibattito italiano. Molti ragionano come se la Russia fosse destinata a rimanere immutabile nei prossimi decenni. La storia insegna invece che tutte le grandi potenze attraversano cicli di ascesa e declino. La guerra voluta da Vladimir Putin ha già prodotto enormi costi economici, demografici, tecnologici e politici. Qualunque sia il suo esito, la Federazione russa dovrà convivere a lungo con queste conseguenze.
Se è ragionevole ipotizzare che Mosca entri in una fase di progressivo indebolimento relativo, perché Kyiv dovrebbe trasformare un’occupazione militare, per sua natura contingente, in una rinuncia giuridicamente definitiva? Perché dovrebbe privarsi della possibilità di recuperare in futuro i propri territori proprio mentre gli equilibri geopolitici potrebbero cambiare?
La vera domanda, dunque, non è quali territori l’Ucraina sia disposta a cedere. La vera domanda è perché una parte del dibattito italiano continui a dare per scontato che sia la vittima dell’aggressione a dover legittimare le conquiste territoriali dell’aggressore.
È una domanda che dice molto non solo del modo in cui guardiamo alla guerra in Ucraina, ma anche di come concepiamo l’ordine internazionale. Se il principio che finisce per prevalere è quello secondo cui il più forte detta le condizioni e il più debole deve semplicemente adattarsi, allora il diritto internazionale smette di essere una regola condivisa e torna a essere una semplice espressione dei rapporti di forza. E se oggi si accettasse che un’aggressione armata possa essere premiata con il riconoscimento delle conquiste territoriali, il precedente non si fermerebbe ai confini del Dnipro. Ogni potenza revisionista ne trarrebbe una lezione semplice: la forza paga, purché si sia disposti a usarla abbastanza a lungo.
La storia europea dopo la Seconda guerra mondiale è nata proprio per smentire questa logica. Per questo sorprende che, nel dibattito italiano, ci si chieda così spesso quali territori dovrebbe cedere l’Ucraina e così raramente quale prezzo sarebbe disposto a pagare l’ordine internazionale se quella cessione venisse trasformata in un principio.
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