Il fango riversato contro Roccella e il problema dei guardiani digitali

29 Giugno 2026 - 19:41
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L’onda di fango riversata sui social contro Eugenia Roccella, colpita nelle ore più amare per la scomparsa del marito nel Lago di Vico, ha un solo nome: sciacallaggio. La condanna è stata pressoché unanime, e così doveva essere. Augurare la morte a una persona, irridere il suo dolore privato per punirne le idee, non è “dissenso”: è abiezione, e in molti casi reato. La Polizia postale ha già aperto un’indagine d’ufficio, acquisendo i messaggi e ricorrendo a strumenti di intelligence per identificarne gli autori. È’ esattamente così che una democrazia liberale risponde all’odio: perseguendo chi lo produce, individuo per individuo, davanti a un giudice terzo, ex post. Non ex ante.

Eppure, a ogni caso odioso, riaffiora puntuale la stessa pulsione: chiudere il rubinetto a monte, trasformare le piattaforme digitali in editori veri e propri, garanti finali della civiltà del discorso. E’ questa pulsione, più di una singola proposta, che conviene esaminare. Perché pare ovvia e invece smonta proprio ciò che vorrebbe difendere.

La retorica dell’emergenza tende a rimuovere un fatto: i doveri delle piattaforme sono già scritti. Il Digital Services Act, in vigore dal 2024, impone alle grandissime piattaforme valutazioni dei rischi sistemici, meccanismi di segnalazione e rimozione, motivazione delle decisioni, audit indipendenti, controllo dei sistemi di raccomandazione e sanzioni fino al sei per cento del fatturato globale. Ma all’articolo 8 vieta l’obbligo di sorveglianza generalizzata, in continuità con la giurisprudenza europea che già nel caso SABAM/Netlog aveva escluso il filtraggio preventivo. Non è una svista del legislatore: è una scelta. Il modello europeo è deliberatamente ibrido: responsabilità procedurale e sistemica, non responsabilità editoriale piena per ogni singola frase. La differenza è sottile e decisiva, e chi invoca “più responsabilità” quasi sempre la ignora.

Qui l’argomento economico diventa dirimente. Se una piattaforma risponde civilmente e penalmente di ogni parola scritta dai suoi utenti, la sua razionalità d’impresa la spinge in una sola direzione: rimuovere in eccesso. Posta di fronte all’alternativa fra una sanzione miliardaria e la cancellazione di un contenuto borderline, qualunque amministratore sceglie la cancellazione, perché il costo dell’eccesso di zelo è inferiore a quello di un’indagine. Il calcolo costi-benefici produce meccanicamente over-censorship: cade non solo l’insulto illecito, ma l’ironia, la satira, l’opinione scomoda, la notizia divisiva. E’ il cosiddetto chilling effect, l’effetto di raffreddamento che sterilizza il dibattito non per malizia, ma per prudenza contabile. E la materia su cui si eserciterebbe – odio, disinformazione, contenuto dannoso – è fatta di categorie fluide, che non coincidono con fattispecie penali precise: un’opinione può essere sbagliata e tuttavia protetta.

C’è poi un secondo costo, più insidioso, e un terzo, paradossale. Attribuire alle piattaforme uno specifico dovere di filtro editoriale preventivo significa conferire loro il potere corrispondente: decidere, in ultima istanza, che cosa può entrare nella piazza pubblica digitale. I confini effettivi della parola non sarebbero più tracciati da norme generali e giudici indipendenti, ma da policy aziendali e algoritmi proprietari sottratti al controllo del giudice. Si esce dal perimetro liberale, dove ognuno risponde delle proprie parole ex post, per entrare in un regime di censura privata ed ex ante. E il paradosso è che una regolazione concepita per contenere il potere dei colossi finirebbe per consolidarlo: i costi di compliance (moderatori, intelligenza artificiale, audit, revisione legale multilingue) sono sostenibili per gli incumbent, proibitivi per i piccoli operatori e i nuovi entranti. Si alzano le barriere all’ingresso e si cementa l’oligopolio che si dichiarava di voler limitare.

La via liberale non è l’indifferenza, ma la divisione del lavoro fra pubblico e privato. Lo stato definisce per legge i confini dell’illecito – diffamazione, minaccia, istigazione – e li fa rispettare colpendo gli autori, cooperando con le piattaforme nella rimozione dei contenuti illegali una volta segnalati. Le piattaforme moderano dentro il quadro già fissato dal DSA, con trasparenza, motivazione e diritto di ricorso, senza diventare tribunali della parola. Le alternative dal basso, come le Community Notes, possono correggere un fatto falso, ma non risolvono l’insulto puro o l’augurio di morte, che non sono “falsi”: sono abusivi, e vanno trattati come tali dall’autorità, non da un arbitro privato della verità.

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