Il governo Burnham alla prova del caro vita
Il nuovo governo britannico guidato da Andy Burnham nasce con una promessa tanto ambiziosa quanto delicata: restituire potere d’acquisto alle famiglie e affrontare quella che negli ultimi anni è diventata la principale preoccupazione dei cittadini del Regno Unito, il costo della vita. Dopo un lungo periodo caratterizzato da inflazione elevata, bollette energetiche record, salari cresciuti più lentamente dei prezzi e servizi pubblici sotto pressione, il nuovo Primo Ministro ha scelto di definire il proprio esecutivo come un “cost of living government”, un governo che farà della riduzione delle spese quotidiane la propria priorità politica.
La scelta rappresenta anche un cambio di impostazione rispetto ai governi precedenti. Se negli ultimi anni il dibattito era stato dominato da Brexit, pandemia, sicurezza internazionale e immigrazione, Burnham ha deciso di riportare al centro della politica il bilancio familiare. Le prime decisioni annunciate da Downing Street riguardano infatti le bollette elettriche, il trasporto pubblico e una riforma dell’assistenza sociale destinata a diventare uno dei dossier più importanti della legislatura. Allo stesso tempo, però, il nuovo esecutivo dovrà convincere mercati, imprese e contribuenti che tutte queste misure potranno essere finanziate senza compromettere la stabilità dei conti pubblici.
Un governo che mette il costo della vita al primo posto
L’insediamento di Andy Burnham a Downing Street è stato accompagnato da un messaggio molto chiaro rivolto ai propri ministri: ogni dipartimento dovrà contribuire, direttamente o indirettamente, ad abbassare il costo della vita nel Regno Unito. Durante la prima riunione del cabinet il Primo Ministro ha invitato tutti i membri del governo a individuare sia grandi riforme sia piccoli interventi capaci di alleggerire il peso economico che milioni di famiglie continuano a sopportare ogni mese. L’obiettivo dichiarato non è soltanto quello di rilanciare l’economia, ma soprattutto di offrire ai cittadini la percezione concreta che lo Stato sia nuovamente dalla loro parte.
Questa impostazione riflette un cambiamento anche nel linguaggio politico. Burnham non ha parlato soltanto di crescita economica, produttività o investimenti, termini spesso utilizzati nei discorsi dei governi britannici degli ultimi anni, ma ha scelto parole molto più vicine alla quotidianità delle persone: bollette, autobus, assistenza sociale, speranza e qualità della vita. È una strategia che punta a costruire consenso attraverso interventi immediatamente comprensibili dall’opinione pubblica, evitando almeno nella fase iniziale grandi riforme ideologiche.
Fra i primi annunci figura l’eliminazione dell’IVA sulle bollette elettriche domestiche, una misura che dovrebbe entrare in vigore dal 1° ottobre. Secondo le stime del governo, ogni famiglia potrebbe risparmiare in media circa 45 sterline all’anno. Non si tratta di una cifra in grado di rivoluzionare il bilancio familiare, ma rappresenta un segnale politico importante. Dopo gli enormi aumenti dei prezzi dell’energia registrati negli ultimi anni, qualsiasi riduzione della spesa energetica assume infatti un valore simbolico oltre che economico. La misura comporterebbe un costo per le finanze pubbliche di circa 850 milioni di sterline nel primo anno, cifra che Downing Street sostiene di poter coprire senza aumentare il deficit.
Parallelamente, il governo intende ridurre il tetto massimo della tariffa nazionale degli autobus da 3 a 2 sterline. Anche questa proposta guarda soprattutto alle fasce della popolazione che utilizzano quotidianamente i mezzi pubblici per raggiungere il posto di lavoro, la scuola o l’università. In molte aree del Paese, specialmente fuori Londra, l’autobus rappresenta ancora il principale mezzo di trasporto e una diminuzione del costo del biglietto potrebbe produrre un beneficio immediato per milioni di pendolari.
Dietro queste iniziative emerge una precisa filosofia politica: intervenire sulle spese inevitabili delle famiglie piuttosto che distribuire nuovi sussidi generalizzati. Burnham sembra voler evitare l’immagine di un governo che ricorre continuamente agli aiuti pubblici, preferendo invece ridurre direttamente alcuni costi fissi della vita quotidiana. È una strategia che punta a rafforzare il reddito disponibile senza modificare profondamente il sistema fiscale, almeno nella fase iniziale della legislatura.
Il nuovo Primo Ministro ha però ribadito più volte che ogni decisione dovrà rispettare le fiscal rules, le regole di disciplina finanziaria che limitano il ricorso al debito pubblico. Questa posizione rappresenta uno degli aspetti più interessanti del nuovo esecutivo. Da una parte il governo promette nuovi investimenti e riduzioni di spesa per i cittadini; dall’altra esclude esplicitamente un aumento significativo dell’indebitamento. Sarà proprio questo equilibrio tra ambizione politica e prudenza finanziaria a rappresentare uno dei principali banchi di prova del governo Burnham nei prossimi mesi.
Nel frattempo, anche la struttura dello Stato si prepara a cambiare. Downing Street ha annunciato la nascita di un nuovo Office for the Prime Minister and the Cabinet, destinato a rafforzare il coordinamento tra i ministeri, e soprattutto del progetto No 10 North, una struttura governativa con sede a Manchester che dovrebbe contribuire a riequilibrare il tradizionale centralismo londinese. La decisione non ha soltanto un valore amministrativo, ma assume anche un forte significato politico: Burnham, ex sindaco della Greater Manchester, vuole dimostrare che il futuro del Regno Unito non può essere progettato esclusivamente da Westminster, ma deve coinvolgere maggiormente le grandi città del Nord dell’Inghilterra.
Le coperture economiche e il difficile equilibrio dei conti pubblici
Se gli annunci delle prime ore hanno ricevuto un’accoglienza generalmente favorevole tra i cittadini, molto più prudente è stata la reazione degli economisti e degli osservatori finanziari. La domanda che ha accompagnato praticamente ogni iniziativa del nuovo governo è una sola: dove troverà le risorse necessarie? Ridurre il costo delle bollette, abbassare il prezzo dei trasporti pubblici e preparare una profonda riforma dell’assistenza sociale richiede inevitabilmente miliardi di sterline, in un momento in cui il Regno Unito continua a fare i conti con una crescita economica ancora modesta e con un debito pubblico che limita fortemente i margini di manovra.
Il primo punto controverso riguarda proprio il finanziamento dell’abolizione dell’IVA sulle bollette elettriche. Downing Street ha spiegato che la misura verrà coperta attraverso la cancellazione del progetto nazionale di Digital ID, il sistema di identità digitale che avrebbe dovuto essere sviluppato nei prossimi anni. Tuttavia questa ricostruzione è stata subito contestata da Darren Jones, fino a poco tempo prima responsabile politico del programma, che ha ricordato come il progetto non disponesse ancora di finanziamenti effettivamente stanziati. In altre parole, secondo Jones, cancellare un programma che non aveva ancora ricevuto risorse non libererebbe automaticamente gli 850 milioni di sterline necessari per finanziare il taglio dell’IVA.
La polemica è tutt’altro che marginale perché tocca uno degli aspetti fondamentali della credibilità economica del nuovo governo. Negli ultimi anni, dopo le turbolenze finanziarie provocate dal cosiddetto mini-budget del governo Truss, i mercati internazionali osservano con particolare attenzione ogni decisione fiscale britannica. Qualunque misura percepita come priva di adeguate coperture rischierebbe infatti di aumentare la sfiducia degli investitori, con conseguenze sul costo del debito pubblico e sui tassi di interesse.
Consapevole di questo scenario, Burnham ha ripetuto più volte davanti ai propri ministri che il rispetto delle regole fiscalirappresenta un impegno imprescindibile. Il Primo Ministro ha parlato apertamente della necessità di dimostrare disciplina finanziaria, lasciando intendere che ogni nuova iniziativa dovrà essere compensata da risparmi, riallocazioni di spesa o maggiore efficienza della macchina statale. È un messaggio rivolto tanto agli elettori quanto ai mercati finanziari: il nuovo governo vuole presentarsi come riformista, ma senza essere percepito come fiscalmente irresponsabile.
Questa impostazione emerge anche dalle decisioni che l’esecutivo avrebbe scelto di non adottare. Durante la campagna interna al Partito Laburista si era discusso della possibilità di aumentare la soglia oltre la quale i lavoratori iniziano a pagare l’Income Tax, una misura che avrebbe alleggerito il carico fiscale su milioni di contribuenti. Tuttavia, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, il progetto sarebbe stato successivamente accantonato proprio a causa del suo costo eccessivo. Per finanziarlo sarebbe stato probabilmente necessario aumentare l’aliquota più alta dell’imposta sul reddito oppure individuare nuove entrate fiscali, soluzioni considerate incompatibili con gli impegni elettorali assunti dal Labour di non aumentare Income Tax, National Insurance e IVA.
Anche il tema della difesa evidenzia la ricerca di un difficile equilibrio. Il governo riconosce la necessità di incrementare progressivamente la spesa militare, soprattutto alla luce dell’instabilità internazionale e degli impegni assunti in ambito NATO, ma ha escluso l’ipotesi di ricorrere ai cosiddetti Defence Bonds, strumenti finanziari che avrebbero consentito di raccogliere risorse dedicate attraverso nuovo debito pubblico. Ancora una volta prevale la volontà di evitare un incremento dell’indebitamento, pur nella consapevolezza che alcune spese strategiche saranno inevitabili.
Dietro questa prudenza emerge una sfida politica molto delicata. Burnham deve infatti conciliare due esigenze apparentemente opposte: da un lato dimostrare che il cambiamento promesso durante la campagna elettorale è reale, dall’altro rassicurare imprese, investitori e istituzioni internazionali sulla solidità della politica economica britannica. È un equilibrio difficile da mantenere, soprattutto in una fase storica nella quale ogni decisione di bilancio viene scrutinata con estrema attenzione dai mercati.
Parallelamente continua anche la riorganizzazione dell’apparato statale. Oltre al rafforzamento della struttura centrale di Downing Street, il governo intende trasferire parte delle competenze dedicate alla crescita economica nella nuova sede di Manchester, offrendo persino incentivi economici ai funzionari pubblici disposti a trasferirsi. Si tratta di una scelta che riflette la convinzione di Burnham secondo cui lo sviluppo del Paese non possa più essere pianificato esclusivamente da Londra, ma debba valorizzare maggiormente il ruolo delle grandi città inglesi e delle amministrazioni locali. Anche questa decisione, apparentemente amministrativa, si inserisce nella più ampia strategia di ridefinizione del rapporto tra centro e periferia che il nuovo esecutivo intende perseguire durante la legislatura.
La riforma dell’assistenza sociale e il nuovo volto dello Stato
Se le prime misure economiche puntano a produrre effetti immediati sul bilancio delle famiglie, il progetto destinato ad avere l’impatto più profondo riguarda senza dubbio il sistema dell’assistenza sociale. Andy Burnham ha lasciato intendere fin dai primi giorni di governo che considera questo dossier una delle grandi riforme della legislatura, arrivando a dichiarare di essere disposto a investire parte del proprio capitale politico pur di affrontare un problema che Westminster, a suo giudizio, rimanda ormai da decenni. Il tema non è nuovo nella politica britannica: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento dell’aspettativa di vita e i costi sempre più elevati delle cure hanno reso evidente la necessità di ripensare un sistema che molti esperti ritengono ormai non più sostenibile.
L’idea è quella di accelerare la nascita di un vero National Care Service, una rete nazionale dedicata all’assistenza degli anziani e delle persone non autosufficienti. Il governo intende anticipare i lavori della commissione guidata da Louise Casey, funzionaria pubblica nota per aver coordinato importanti riforme sociali nel Regno Unito, il cui rapporto era inizialmente previsto per il 2028. L’obiettivo sarebbe invece quello di ricevere le prime proposte già nel corso del prossimo anno, così da iniziare rapidamente il percorso legislativo.
Secondo quanto anticipato, sul tavolo esistono diverse ipotesi di finanziamento. Una prevede un sistema sostenuto dalla fiscalità generale, mentre un’altra guarda a un modello assicurativo simile a quello adottato in alcuni Paesi europei, con un limite massimo alle spese che ogni cittadino dovrebbe sostenere nel corso della propria vita. In entrambi i casi si tratta di soluzioni destinate ad aprire un acceso dibattito politico, perché implicano inevitabilmente nuove modalità di finanziamento pubblico. Lo stesso Department of Health and Social Care, il ministero britannico responsabile del sistema sanitario e dell’assistenza sociale, sottolinea da tempo come l’aumento della domanda di servizi rappresenti una delle principali sfide per il futuro del welfare nel Regno Unito, come evidenziato nella documentazione disponibile sul sito ufficiale di Department of Health and Social Care.
Uno dei nodi più delicati riguarda il rischio di riaprire il dibattito sulla cosiddetta death tax, l’espressione con cui negli anni passati parte della stampa e dell’opposizione aveva definito alcune proposte che prevedevano il coinvolgimento del patrimonio personale nel finanziamento dell’assistenza agli anziani. È un tema estremamente sensibile, perché tocca direttamente il patrimonio familiare e l’eredità, due argomenti che nel Regno Unito hanno spesso alimentato campagne politiche molto accese. Burnham sembra esserne pienamente consapevole e proprio per questo ha preferito non anticipare alcun modello definitivo, limitandosi a ribadire che il problema non può più essere rinviato.
La riforma dell’assistenza sociale si inserisce però in un progetto più ampio di trasformazione dello Stato. Fin dalle prime ore di governo è stata annunciata la creazione dell’Office for the Prime Minister and the Cabinet, una struttura destinata a rafforzare il coordinamento dell’azione governativa, riducendo le tradizionali frammentazioni tra ministeri. Ancora più significativa è la nascita di No 10 North, il nuovo polo strategico che opererà da Manchester e che dovrebbe diventare il centro delle politiche dedicate alla crescita economica delle regioni settentrionali. Per Burnham, che ha costruito buona parte della propria carriera politica proprio alla guida della Greater Manchester, questa scelta rappresenta anche un messaggio simbolico: il Regno Unito non può continuare a concentrare ogni decisione strategica esclusivamente su Londra.
Il tema della devolution, cioè del progressivo trasferimento di competenze e responsabilità ai governi locali, è destinato quindi a tornare al centro del dibattito nazionale. Negli ultimi vent’anni il Regno Unito ha già sperimentato forme sempre più avanzate di autonomia amministrativa in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, mentre in Inghilterra sono state create diverse combined authorities guidate da sindaci metropolitani. Burnham è stato uno dei principali sostenitori di questo modello e ora sembra intenzionato a rafforzarlo ulteriormente, nella convinzione che molte decisioni economiche possano essere prese con maggiore efficacia vicino ai territori anziché esclusivamente a Westminster. Sul tema della devolution e dell’organizzazione istituzionale britannica, un utile punto di riferimento è rappresentato dall’Institute for Government, uno dei più autorevoli think tank indipendenti dedicati allo studio delle istituzioni pubbliche del Regno Unito.
Resta naturalmente da capire se questa visione riuscirà a tradursi in risultati concreti. Il nuovo governo dispone di un forte mandato politico, ma dovrà dimostrare rapidamente che la riorganizzazione della macchina statale non rappresenta soltanto un cambiamento amministrativo. Le famiglie britanniche attendono soprattutto risposte sul costo della vita, sulle liste d’attesa del sistema sanitario, sulla qualità dei servizi pubblici e sulla crescita dei salari. Sarà quindi la capacità di collegare le grandi riforme istituzionali con benefici tangibili nella vita quotidiana a determinare il successo o meno del progetto politico di Andy Burnham.
Tra consenso politico e tensioni nel Partito Laburista
Ogni nuovo governo deve affrontare una fase iniziale nella quale le aspettative sono altissime e il margine di errore estremamente ridotto. Per Andy Burnham questa fase appare ancora più delicata perché, oltre alle difficoltà economiche, deve gestire anche gli equilibri interni di un Partito Laburista uscito profondamente trasformato dal cambio di leadership. Le prime nomine ministeriali hanno infatti suscitato reazioni contrastanti, alimentando un dibattito che va ben oltre la semplice composizione del cabinet e riguarda la direzione politica che il Labour intende prendere nei prossimi anni.
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, oltre la metà dei ministri appartenenti al precedente esecutivo guidato da Keir Starmer è stata rimossa oppure destinata a incarichi di minore rilievo. Una scelta che alcuni esponenti del partito hanno interpretato come una normale conseguenza del cambio di leadership, mentre altri l’hanno considerata una vera e propria rottura con il recente passato. Il rischio, per Burnham, è quello di dover dedicare energie preziose alla gestione delle dinamiche interne proprio mentre il Paese si aspetta risposte rapide sui problemi economici più urgenti.
Il nuovo Primo Ministro ha cercato fin dall’inizio di ridimensionare queste polemiche, ribadendo che il criterio utilizzato per formare il governo non sarebbe stato quello dell’appartenenza a una corrente, ma della capacità di contribuire agli obiettivi fissati per la legislatura. È un messaggio che punta a trasmettere l’immagine di un esecutivo pragmatico, orientato ai risultati più che alle appartenenze politiche. Resta però evidente come il nuovo corso rappresenti anche una redistribuzione degli equilibri all’interno del Labour, con l’ingresso di figure che negli ultimi anni avevano espresso posizioni differenti rispetto alla precedente leadership.
In questo quadro assume particolare rilievo la scelta di rafforzare il ruolo di Manchester e, più in generale, delle grandi aree urbane del Nord dell’Inghilterra. Burnham ha costruito una parte significativa della propria carriera amministrativa come sindaco della Greater Manchester e continua a sostenere che molte delle politiche pubbliche possano essere gestite in modo più efficace a livello locale. Non sorprende quindi che uno dei primi impegni della nuova amministrazione sia proprio quello di trasferire una parte delle funzioni dedicate alla crescita economica nella nuova struttura No 10 North, destinata a operare stabilmente da Manchester.
Questa impostazione si inserisce in una riflessione più ampia sul modello di sviluppo britannico. Da molti anni economisti e amministratori locali sostengono che il forte accentramento decisionale su Londra abbia contribuito ad ampliare il divario economico tra la capitale e numerose aree del Paese. Lo stesso Institute for Government, uno dei principali think tank indipendenti che studiano il funzionamento delle istituzioni britanniche, ha più volte evidenziato come una devolution efficace possa migliorare la capacità delle amministrazioni locali di rispondere alle esigenze dei cittadini e favorire uno sviluppo economico più equilibrato.
Anche il trasferimento di funzionari pubblici verso Manchester rappresenta molto più di una semplice riorganizzazione amministrativa. L’idea è quella di creare un centro decisionale stabile capace di dialogare quotidianamente con le realtà produttive del Nord, riducendo la distanza tra chi elabora le politiche economiche e chi ne subisce direttamente gli effetti. Una strategia che richiama, almeno nelle intenzioni, il concetto di levelling up, cioè la riduzione delle disuguaglianze territoriali che ha caratterizzato gran parte del dibattito politico britannico degli ultimi anni.
Naturalmente tutto questo dovrà confrontarsi con la realtà dei numeri. Le promesse sul costo della vita, le riforme dell’assistenza sociale, il rafforzamento delle autonomie locali e il miglioramento dei servizi pubblici richiedono risorse economiche considerevoli. Per questo Burnham continua a ribadire che il rispetto delle regole fiscali rappresenta una condizione imprescindibile. Lo stesso HM Treasury, il ministero dell’Economia e delle Finanze del Regno Unito, sarà chiamato nei prossimi mesi a individuare le coperture necessarie per tradurre gli annunci politici in provvedimenti concreti, mantenendo al tempo stesso la fiducia dei mercati finanziari.
La vera sfida del nuovo governo sarà quindi quella di dimostrare che è possibile conciliare ambizione riformatrice e prudenza finanziaria. Nei primi giorni di mandato Burnham ha costruito un messaggio politico semplice e facilmente comprensibile: ridurre le spese quotidiane dei cittadini, riformare i servizi pubblici e riequilibrare il rapporto tra Londra e il resto del Paese. Nei prossimi mesi, però, saranno le leggi approvate, il bilancio autunnale e i risultati economici a stabilire se quella promessa di diventare un autentico “cost of living government” riuscirà davvero a trasformarsi in una nuova fase della politica britannica.
Le prospettive del governo Burnham e le domande che attendono risposta
I primi giorni di un nuovo esecutivo sono spesso caratterizzati da annunci e dichiarazioni d’intenti, ma è nelle settimane successive che inizia il vero confronto con la realtà. Andy Burnham sembra esserne perfettamente consapevole e, proprio per questo, ha evitato di presentare il proprio programma come una rivoluzione immediata. Il messaggio che arriva da Downing Street è quello di un governo intenzionato a procedere per tappe, affrontando prima le emergenze più sentite dall’opinione pubblica e costruendo successivamente le riforme strutturali destinate a incidere sul futuro del Paese.
Il primo banco di prova sarà rappresentato dalla legge di bilancio che il governo presenterà nei prossimi mesi. Sarà in quella sede che cittadini, imprese e opposizione potranno valutare se le promesse formulate durante i primi giorni di mandato saranno accompagnate da coperture finanziarie solide oppure se alcune misure dovranno essere ridimensionate. È qui che emergerà anche la reale capacità del nuovo esecutivo di conciliare due obiettivi che sembrano procedere su binari paralleli: aumentare il sostegno alle famiglie senza compromettere la stabilità dei conti pubblici.
Un altro elemento destinato a influenzare il successo del governo riguarda il rapporto con gli enti locali. Burnham arriva a Downing Street dopo aver guidato per diversi anni la Greater Manchester e ha sempre sostenuto che molte politiche pubbliche funzionano meglio quando vengono progettate e gestite vicino ai cittadini. Questa esperienza amministrativa potrebbe rappresentare uno dei principali elementi distintivi del suo mandato. Se il progetto No 10 North riuscirà davvero a rafforzare il peso decisionale delle grandi città inglesi, il Regno Unito potrebbe assistere a uno dei cambiamenti istituzionali più significativi degli ultimi decenni, con effetti destinati a riflettersi non soltanto sull’economia ma anche sul funzionamento stesso dello Stato.
Anche il rapporto con il mondo produttivo sarà determinante. Le imprese britanniche chiedono da tempo maggiore stabilità normativa, investimenti nelle infrastrutture e una strategia economica prevedibile. Allo stesso tempo, lavoratori e famiglie chiedono salari capaci di recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, servizi pubblici più efficienti e una riduzione delle spese essenziali. Burnham dovrà quindi trovare un punto di equilibrio tra esigenze spesso differenti, evitando che le misure adottate per sostenere i consumi compromettano la competitività dell’economia nazionale.
Sul piano internazionale il nuovo Primo Ministro eredita inoltre un contesto particolarmente complesso. Le tensioni geopolitiche, la necessità di incrementare gli investimenti nella difesa e le incertezze dell’economia globale limitano inevitabilmente i margini di manovra di qualsiasi governo britannico. Non è un caso che Burnham abbia ribadito più volte la volontà di rispettare rigorosamente le regole fiscali, consapevole che la credibilità economica del Regno Unito rappresenta oggi uno degli asset più importanti per attrarre investimenti e mantenere bassi i costi di finanziamento del debito pubblico.
Per gli italiani che vivono nel Regno Unito, o che guardano con interesse alla politica britannica, l’evoluzione di questo nuovo esecutivo merita un’attenzione particolare. Le decisioni sul costo dell’energia, sul trasporto pubblico, sulla sanità e sull’assistenza sociale incidono infatti direttamente sulla qualità della vita di milioni di residenti, indipendentemente dalla loro nazionalità. Allo stesso modo, eventuali cambiamenti nella strategia economica del governo potrebbero influenzare il mercato del lavoro, gli investimenti e le prospettive di crescita del Paese nei prossimi anni.
Resta infine una considerazione politica più generale. Burnham ha scelto di definire il proprio esecutivo come il governo del costo della vita, assumendosi implicitamente una responsabilità molto precisa: essere giudicato non tanto sulle dichiarazioni o sulle intenzioni, quanto sulla capacità di migliorare concretamente la situazione economica delle famiglie britanniche. È una promessa ambiziosa, soprattutto in un periodo segnato da forti vincoli di bilancio e da un’economia internazionale ancora instabile. Proprio per questo motivo, i prossimi mesi saranno decisivi per capire se il nuovo Primo Ministro riuscirà a trasformare gli annunci delle prime settimane in una strategia capace di produrre risultati misurabili e duraturi.
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