Il postmoderno, Tartuffe, l’automa. Come trovarsi fra due epoche o tre

27 Giugno 2026 - 06:57
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Abito a cento metri da Angelo Bolaffi, filosofo e germanista che per anni è stato una colonna di MicroMega. E ogni volta che ci incontriamo non possiamo fare a meno di chiederci che cosa pensiamo, che facciamo, se vale ancora la pena di scrivere e che cosa è rimasto della nostra generazione. Con i nostri incontri, le passeggiate interrotte diventano brevi pause di autocoscienza, in cui pessimismo e scetticismo producono quasi sempre qualche divertente, conclusiva battuta satirica. In gioventù, all’Università di Roma, abbiamo seguito entrambi le lezioni di storia della filosofia di Guido Calogero, studioso di logica greca e di dialettica: e così il nostro bersaglio preferito è la metafisica, a cui la prestigiosa casa editrice Adelphi ha sempre offerto uno spazio privilegiato, se non esclusivo. Per questo lì non c’è mai stato posto per il pensiero di Leopardi, che la metafisica delle idee la definì “il sogno di Platone”, secondo il quale “le cose” che incontriamo nella nostra vita non sarebbero che le mutevoli ombre di una sostanziale realtà extrasensoriale, ultraterrena e immutabile. Eppure l’antimetafisico Leopardi, filosoficamente vicinissimo a Hume, l’ultimo e più radicale degli empiristi inglesi, fu apprezzato per il suo pessimismo da Schopenhauer e ammirato da Nietzsche per l’eccellenza della sua prosa di pensiero. Ma la prosa delle Operette morali, con cui Leopardi voleva dare alla letteratura italiana una vera, forte e adeguata prosa di pensiero, non è considerata propriamente filosofia dai filosofi professionali e accademici novecenteschi.

Leopardi è un saggista filosofico ma anche poetico e satirico. E’ un filosofo dell’esistenza e un moralista come Pascal, Kierkegaard e lo stesso Nietzsche.

L’ultima conversazione con Angelo Bolaffi mi ha ricordato che un quarto di secolo fa mi fu chiesto di scrivere un aggiornamento al Duemila del capitolo che Norberto Bobbio aveva pubblicato nel 1987 con il titolo “Profilo ideologico del Novecento”. Allora aprivo così il mio discorso: “Nel lungo dialogo o duello fra Norberto Bobbio e i marxisti, alla fine questi ultimi sono usciti sconfitti. Anche se Bobbio, uomo del dubbio metodico e della razionalità prudente, non ha mai avuto il temperamento del vincitore, né vincere era il suo scopo, è impossibile non riconoscere che con la crisi catastrofica del comunismo su scala planetaria egli è diventato non soltanto il più autorevole maestro di etica pubblica e di scienza politica in Italia, ma un ascoltato suggeritore e ispiratore (nonché difensore) degli stessi ex comunisti (...) Ci si potrebbe chiedere: cosa è avvenuto dopo la dissoluzione delle culture e subculture marxiste variamente mescolate con le scienze umane e le filosofie di impianto strutturalistico? Come hanno reagito gli intellettuali italiani al vuoto lasciato da questa crisi e all’avvento di un Postmoderno sempre più invasivo e suggestivo?”.

Questi due ultimi aggettivi, che usavo con leggerezza, prevedevano molte cose senza dare loro un nome, ma al cui centro c’era l’ambivalenza di un termine come Postmoderno: sia in quanto carnevale di nuove libertà effimere, sia come la constatazione che la modernità novecentesca era finita con il 1980 e il crollo di un marxismo rivoluzionario che era stato il sottofondo politico di tutte le avanguardie culturali del Novecento: “Semplificando le cose in uno schema binario, si potrebbe dire che i marxisti in fuga dal marxismo siano andati prevalentemente in due direzioni: a) verso il liberalismo, l’individualismo e una razionalità ragionevole, b) verso l’ontologia, la teologia, la mistica, il mito e altri sostituti dell’utopia rivoluzionaria”.

Eravamo davvero in un’altra epoca. Le idee e le culture contavano e quindi potevano essere discusse; anche se già allora i filosofi non dialogavano e i libri di filosofia raramente erano recensiti e sottoposti a giudizio critico. Comunque la saggistica di vario tipo cominciava a guadagnare spazio con Eco, Citati, Calvino, Magris, Calasso, Garboli e La Capria, tanto per citare i saggisti più noti a cui appartenevano anche Carlo Ginzburg, Giulio Bollati, Goffredo Fofi, Piergiorgio Bellocchio...

Ricordo che il problema con cui concludevo il mio panorama, più che essere “ideologico” (come quello precedente di Bobbio), era un panorama di “stili di pensiero” rappresentati dalla forma saggistica. Nella critica letteraria la sorprendente novità, fra il 1980 e il 2000, fu quella di Cesare Garboli, che spiccava per originalità nell’uso della biografia e dell’autobiografia. La sua era una critica letteraria in forma di ritratto degli autori dal vero e dal vivo. Se al di là e al di qua di questo c’era un’idea forte, era quella del personaggio di Tartuffe in Molière, che dal Seicento gesuitico allungava la sua ombra fino all’ultimo Novecento: non semplicemente un ipocrita ma, diceva Garboli, “un intellettuale dal sorriso accomodante e dai denti di lupo, uno di quei piccoli teologi della letteratura e della politica che fanno del terrorismo e praticano la cultura come un’arma, come uno strumento esoterico di minaccia”.

E ora dove siamo? Ci sono ancora dei Tartufi in giro. Ma ora al posto dell’ipocrita c’è l’automa.

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