Immigrazione, evasione, Europa. I successi che Meloni non può rivendicare

2 Giugnoe 2026 - 06:19
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Tra le molte difficoltà di fronte alle quali si trova la nave guidata da Giorgia Meloni ce n’è una poco raccontata che rende la rotta difficile da seguire. Giorgia Meloni, come è naturale che sia, sta cercando da settimane, da dopo la batosta referendaria, una qualche via per tornare a presentarsi agli elettori con un elenco minimo di provvedimenti, riforme, risultati raggiunti in questi anni di governo, mossa dall’obiettivo di potersi rivolgere agli elettori dicendo: il referendum è andato come è andato, d’accordo, ma vogliamo parlare del resto, di quello che il governo ha portato a casa? La teoria dell’esecutivo che in quattro anni non ha fatto nulla, che si è mosso solo sbattendo le ali restando fermo, ha una sua forza e una sua suggestione ma fotografa una mezza verità. Ci sono molte cose che il governo avrebbe potuto fare e che purtroppo non ha fatto. Ci sono molte cose che il governo ha fatto e non avrebbe dovuto fare. Ma ci sono anche molte cose che il governo ha fatto, e ha fatto bene a fare, ma che non può in nessun modo rivendicare, perché non sempre ciò che il centrodestra deve fare quando si trova al governo lo aiuta a entrare in perfetta sintonia con i propri elettori.

E dunque, da questo punto di vista, il problema del governo, fra i tanti, non è che non ha fatto nulla, finora, ma è che quel che ha fatto, in molti casi, pur non essendo sbagliato, non può essere facilmente rivenduto ai propri elettori. L’ultimo caso, di una lunga sequela, si è manifestato pochi giorni fa, quando l’Agenzia delle entrate ha comunicato risultati da record nella lotta al sommerso, con cinque miliardi in più di imponibile emersi negli ultimi cinque mesi grazie a un sistema di incroci più efficace tra emissione degli scontrini e pagamenti elettronici. Problema: un governo che ha educato gli elettori a considerare l’approccio muscolare contro l’evasione fiscale come la spia di un paese autoritario e non di un paese efficiente come fa a spiegare ai propri elettori che il successo di oggi coincide con le balle di ieri? I record sullo spread, dove per spread si intende quel mix di prudenza, accortezza e stabilità che nel bene e nel male hanno guidato il governo in questi anni, hanno prodotto svariati miliardi di risparmi sugli interessi dei titoli di stato ma anche qui il governo non ha grandi leve per trasformare questo risultato in un veicolo di consenso elettorale: se i tuoi elettori nel passato sono stati abituati comunque a diffidare dello spread, spacciato per anni come un indicatore non della stabilità sana di un paese ma della sua dipendenza dagli speculatori, difficilmente oggi attraverso lo spread basso si possono mobilitare gli elettori della propria parte.

Sulla crescita, stesso discorso. L’Italia in questi anni è riuscita a galleggiare grazie a un Pnrr, che Meloni non voleva nel 2022, e grazie a una serie di comparti, la robotica e la farmaceutica, che la destra non ha mai considerato come proprio patrimonio culturale, e se un paese cresce grazie a ciò che non hai mai amato è difficile avere lo sguardo di chi può rivendicare un risultato spendibile di fronte ai propri elettori. Stessa storia sulla politica estera: l’Italia, nonostante tutto, è riuscita a tenere la barra dritta, nelle partite che contano, sull’Ucraina, nella difesa di Kyiv, sul fronte europeo, nella lotta contro gli euroscettici di professione, sull’allontanamento progressivo da Trump

Sono tre temi reali, che esistono nell’identità di governo, ma non sono temi facilmente spendibili di fronte ai propri elettori. L’europeismo del governo è nei fatti: è vero che Meloni non ha ancora fatto quel passo in avanti necessario in Europa per superare l’unanimità nelle decisioni che contano ma è anche vero che da due anni sostiene, con un vicepresidente del suo partito, Raffaele Fitto, una Commissione larga, che va dai socialisti ai macroniani fino al Ppe, ed è anche grazie a questa coalizione se Kyiv in questi anni è riuscita a difendere i suoi confini dall’aggressione della Russia.

Problema: ma se un pezzo del tuo elettorato è stato educato a essere diffidente nei confronti dell’Europa, come potrai trasformare il tuo europeismo pragmatico in un motore di consenso? Meglio evitare. Stessa storia, in fondo, per un altro tema tabù: l’immigrazione. Da quando Meloni è a Palazzo Chigi, gli sbarchi hanno avuto prima un picco e poi un forte calo: 105.131 nel 2022, 157.651 nel 2023, 66.617 nel 2024, 66.316 nel 2025 e 9.110 al 15 maggio 2026. Il dato politico è evidente: il governo può rivendicare la discesa dopo il 2023, senza dubbio, ma non può rivendicare fino in fondo gli strumenti utilizzati per ottenere questa inversione di tendenza, ovvero accordi, diplomazia, cooperazione, triangolazioni europee, e per poter dimostrare di essere sempre la stessa destra di un tempo è costretto a inventarsi soluzioni creative e poco efficaci e politicamente autolesionistiche come l’Albania.

Dunque: i risultati ci sono, ma rivendicarli non è semplice. Allo stesso modo, rispetto all’altro grande tema di questi anni, la carenza di manodopera, il governo più identitario degli ultimi anni è anche quello che ha programmato quasi un milione di ingressi regolari in sei anni. E sempre sul fronte dell’immigrazione, incredibile a dirsi, l’Italia nel 2025 ha raggiunto un risultato sorprendente, anche se politicamente non spendibile. Il saldo naturale tra nascite e decessi, nel 2025, è stato di meno 296 mila persone. Ma grazie al saldo migratorio con l’estero, più 296 mila persone, è stato compensato, ha scritto l’Istat, pressoché integralmente dagli stranieri. Risultato importante per l’Italia. Ma provateci voi a essere di destra e a dire: nel 2025 l’Italia non è sprofondata demograficamente non perché sono nati più italiani, ma perché sono arrivati più stranieri.

Anche sulle rinnovabili il governo ha fatto molto più di quanto possa rivendicare. Nel 2025 l’Italia ha aggiunto 7,2 GW di nuova potenza verde, quasi tutta fotovoltaica, e il solare ha prodotto 44,3 TWh, record storico, il 25 per cento in più del 2024 (il governo di centrodestra tra l’altro ha anche combattuto l’approccio anti rinnovabili di Todde, governatrice del M5s, sostenuta dal Pd, impugnando la moratoria sarda su eolico e fotovoltaico). Tradotto: meno gas, più autonomia, più energia pulita. Ma per dirlo bisognerebbe ammettere che la transizione non è una fissazione della sinistra. Il paradosso del governo Meloni è dunque facile da mettere a fuoco. I suoi risultati migliori vengono da strumenti che la destra ha spesso demonizzato: mercati, immigrati, Europa, diplomazia, tracciabilità fiscale, tecnologia, alleanze, interdipendenza. Il problema del governo, dunque, non è che non ha ottenuto risultati. Li ha ottenuti, in alcuni casi, ma le cose più importanti che ha conquistato non può rivendicarle perché rivendicarle significherebbe ammettere di fronte ai propri elettori che l’unico modo per governare in Italia, quando si viene da una destra sovranista, è provare a crescere indicando ai propri elettori quello che la destra non riesce a fare: non una nostalgia del passato ma una visione del futuro. 

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