In Disclosure Day ecco la fantascienza che parla di Fede
Emily Blunt in una scena del film Disclosure DayÈ difficile credere nelle immagini al giorno d’oggi. Viviamo guerre e stermini quasi in diretta, abbiamo accesso a informazioni infinite. Eppure le fotografie e le notizie shoccanti che i media propongono non sembrano più in grado di suscitare una ribellione morale. Più la realtà viene mostrata nella sua durezza, più ci si sente spettatori anestetizzati, impotenti e passivi.
La trama
Con Disclosure Day Steven Spielberg torna ai suoi amati alieni (che nel suo cinema equivalgono all’altro, al mistero, allo stupore). Da più di 70 anni l’uomo ha le prove della loro esistenza. Un’agenzia segreta cerca di tenerle nascoste ad un mondo sull’orlo del baratro per via di una guerra imminente.
Daniel (Josh O’Connor, il migliore in un film mal recitato), è un ex hacker che intende divulgare i video della loro esistenza e delle torture che hanno subito. Nel frattempo, Margareth Fairchild, un’annunciatrice meteo, parla una lingua misteriosa in diretta e sviene. Cosa le sta succedendo?

La cosa migliore del film arriva subito. Disclosure Day parte in medias res come se fosse già trascorsa un’ora. Da lì si diramano tantissime trame, tenute insieme da un’idea già nota nel cinema spielberghiano: le immagini sono fonte di empatia. Tramite l’empatia si può salvare il mondo. Tutto il film ha questo ottimismo che esplode in un finale di gran lunga la parte più efficace.
Una storia che poteva andare ancora più oltre
È un peccato però che la sceneggiatura di David Koepp sembri una prima bozza che avrebbe meritato più revisioni. Alcuni dialoghi appaiono sbrigativi, come quando un personaggio dichiara ad un altro che, da lì a poco, gli chiederà di fare un lungo “spiegone”, cosa che effettivamente accade. È impossibile non vedere Disclosure Day senza mangiarsi le mani di fronte a un potenziale clamoroso, ma inespresso.
Basterebbe la domanda centrale a sorreggere il film: sapere che gli alieni esistono, come cambia il tuo credo? Ma questa viene affrontata senza ispirazione filosofica. Vuole mettere i punti di domanda alla religione mentre si applica una Fede cieca nelle immagini e nelle notizie.
Questa ingenuità lo rende una simpatica fiaba. Può far uscire di sala con dell’ottimismo in questi tempi bui, ma solo a chi pensa che, per cambiare le cose, serva un “alienus ex machina” e non un’umanità riformata.
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