Intervista con Fausto Russo Alesi, al cinema con “La bolla delle acque matte”: “Non si può costruire niente se non si parte dalla condivisione”

Maggio 13, 2026 - 15:44
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Intervista con Fausto Russo Alesi, al cinema con “La bolla delle acque matte”: “Non si può costruire niente se non si parte dalla condivisione”

“Ci sono luoghi, a volte anche difficili, in cui le persone dedicano il loro tempo perchè qualcosa cambi davvero, perché gli invisibili diventino visibili”. Attore dall’innata capacità di entrare in profondità nei personaggi che interpreta, indagandone l’anima con empatia e cura dei dettagli, Fausto Russo Alesi è l’intenso protagonista de “La bolla delle acque matte” di Anna Di Francisca, distribuito nei cinema da Incipit Film in collaborazione con Kio Film, in cui veste i panni di Lorenzo, sindaco di un piccolo borgo dell’Umbria devastato dal terremoto, che sogna di aprire un ristorante i cui sapori inebrianti, misteriosi ed evocativi possano trasformare un grigio presente in un domani colorato come i fiori della piana di Castelluccio.

Un vigile del fuoco-gourmet africano, assistito da un giovane pakistano, contaminerà con spezie e sapienza i piatti locali, convertendo persino Elsa, la cuoca di sempre, a creare ricette umbro-senegalesi-pakistane. Una piccola rivoluzione che segnerà l’inizio di una nuova era.

Partendo da “La bolla delle acque matte” e dai tanti spunti di riflessione che il film regala, l’intervista con Fausto Russo Alesi è stata l’occasione per parlare di temi importanti, quali l’accoglienza, il mettersi in dialogo con gli altri e sognare insieme, per arrivare al teatro e alla bellezza di raccontare anche le fragilità dell’essere umano.

Fausto, nel film “La bolla delle acque matte” di Anna Di Francisca, che racconta la rinascita post-sisma di un piccolo paese, interpreta Lorenzo. Com’è entrato in questo personaggio?

“E’ stato un processo creativo veramente bello, Anna Di Francisca ha una sensibilità rara e traspare da questo film che è delicato, onesto. Sono entrato innanzitutto nel progetto perché ho pensato che questa storia fosse poetica, necessaria da raccontare, in quanto si muove con sincerità e al contempo con leggerezza, nonostante si parli di tematiche importantissime, come la necessità di ricostruire lì dove tutto sembra scoraggiare una ripartenza. Era un ruolo che sentivo vicino, che avrei voluto proprio interpretare perché ha una specificità. Lorenzo è un leader, un riferimento importante all’interno di questa piccola comunità, ma non vuole lasciare indietro nessuno e porta tutti insieme a lui dentro questa avventura, questo sogno, in quanto crede che nulla si possa fare da soli ma solo in collaborazione, mettendosi in dialogo con le persone per comprendere chi sono, come possono dare il meglio in questo paese, come possono coesistere anche differenti culture e storie. Questo incontro può generare bellezza e una nuova strada per lottare contro il pregiudizio quotidiano che arriva dall’esterno o che invece a volte serpeggia internamente. Lorenzo prova a realizzare con tutte le sue forze, nonostante le difficoltà, questo suo progetto molto semplice, cioè costruire un ristorante multietnico in mezzo al nulla che possa accogliere le storie di tutti e generare nuovi piatti, nuove possibilità partendo dal principio di accoglienza. Abbiamo girato in un luogo meraviglioso che diventa esso stesso protagonista della storia, che ha una forza e una bellezza incredibili, ma allo stesso tempo è devastato dal sisma e non ancora rifiorito. E’ un film estremamente politico e umano che afferma in modo energico che non si può costruire niente se non si parte dalla condivisione”.

Nel film si dice che “se si sogna da soli è un sogno, ma se si sogna insieme da là comincia la realtà”. Un importante messaggio se pensiamo alla società individualistica in cui viviamo …

“Quando le solitudini si uniscono diventano una forza, perché vuol dire che si pensa al bene condiviso, al bene comune, a creare un luogo dove tutti possano sentirsi rispettati nei propri diritti, possano costruire e poter sperare quello che desiderano ed essere quello che sono. Questo può accadere soltanto se si guarda negli occhi degli altri, se si prova empatia. E’ un discorso importantissimo in tempi brutti come quelli che viviamo. Questa piccola bolla diventa quindi un luogo metaforico per raccontare qualcosa di universale, ossia un bisogno di incontro ma anche l’incapacità dell’essere umano a volte di relazionarsi, di ascoltare, di saper dialogare. Non bisogna sempre vincere ma dare una mano al prossimo per riuscire a convivere insieme”.

Nel film c’è una sorta di parallelismo tra chi ha perso tutto a causa del terremoto e le persone che hanno lasciato la loro terra, fuggendo dalla guerra in cerca di un futuro migliore …

“E’ un tema molto attuale, penso che chi fugge dalla violenza, da luoghi dove già ha patito delle ingiustizie, degli orrori, debba trovare pace e accoglienza nel Paese in cui arriva, non può essere diversamente”.

Un’altra frase del film che suscita delle riflessioni è “la gente non vuole vedere l’infelicità degli altri ma neanche la felicità”, secondo lei perché danno così fastidio sia l’infelicità che la felicità degli altri?

“L’infelicità degli altri diventa un problema perché ostacola i progetti in quanto richiede attenzione, tempo, cura, sacrificio. Anche la felicità crea dei problemi perché bisogna sempre mantenere una posizione di superiorità rispetto agli altri per poter dettare legge in qualche modo, per indicare qual è la strada. Lorenzo invece per restituire veramente questo senso di comunità si immerge dentro tutto ciò che le questioni richiedono. Ci sono luoghi in cui le persone dedicano il loro tempo perchè qualcosa cambi davvero, perché gli invisibili diventino visibili. Non bisogna aggirare gli ostacoli, allontanarli, cacciarli via, ma accoglierli. In quei luoghi, a volte anche difficili, possono invece nascere dei fiori bellissimi”.

Tra le tematiche che emergono dal film ci sono anche l’importanza della memoria e il rispetto per la natura …

“Ci sono diverse tematiche che affiorano dalla sceneggiatura, dai personaggi, dall’obiettivo di riuscire a mettere insieme le radici, le tradizioni, l’identità di ognuno di noi con il presente per pensare delle nuove strade per vivere meglio. Lorenzo fa tutto ciò sognando ad occhi aperti e connettendosi con una dimensione anche più alta, e con un luogo misterioso, dove ognuno può leggere come vuole queste sibille che rappresentano il mistero della natura, che sa essere meravigliosa e violenta allo stesso tempo, ma bisogna saperla ascoltare, senza giudicarla, senza il pregiudizio. Le sibille ci danno una serie di segnali che dobbiamo accogliere per connetterci a una parte più evoluta di noi, che ancora dobbiamo scoprire. I personaggi come Lorenzo non hanno un soffitto sopra la testa, ma hanno un cielo molto alto che vuole guardare oltre i propri confini, oltre quel perimetro quotidiano che per una serie di ragioni creiamo, che non vogliamo superare, perché è più comodo restare nei propri confini, anche politicamente e socialmente è qualcosa di cui non vogliamo occuparci, invece è necessario farlo”.

Fausto Russo Alesi e Valeria Bruni Tedeschi nel film “Duse” – credit foto Erika Kuenka

Nel film “Duse” di Pietro Marcello ha invece interpretato Gabriele D’Annunzio, ruolo per il quale ha ricevuto la candidatura come miglior attore non protagonista ai David di Donatello 2026

“E’ stato un viaggio molto bello, insieme a Pietro Marcello e Valeria Bruni Tedeschi. Lavorare su questo personaggio così sfaccettato è stato interessante. E’ un film sulla Duse, ma anche sulla dirompenza dell’arte, sul bisogno che abbiamo di raccontarci e di poterci specchiare nell’arte, soprattutto nelle nostre brutture. “Duse” racconta un momento di grande crisi, pericoloso e violento della nostra storia, in cui l’uomo perde il lume della ragione e andiamo verso una degenerazione generale. In quell’istante si avverte il bisogno di emozionarsi, di poesia. Eleonora Duse ad esempio dice a D’annunzio che nella sua rivoluzione doveva considerare le sue armi migliori, quelle della poesia. Sono due personaggi simbiotici e nel film li vediamo in una fase di declino, al tramonto della loro vita, quando ad un certo punto perdiamo di vista il nostro talento principale e lo lasciamo in qualche modo fagocitare da qualcos’altro che magari ci gratifica da un certo punto di vista, ma che dall’altro ci fa morire. L’arte secondo me ci aiuta moltissimo a far sì che questo non accada. In questo senso la dirompenza della Duse è qualcosa di fondamentale nel rapporto con D’Annunzio. Nonostante questa storia d’amore così meravigliosa e conflittuale allo stesso tempo, la Duse riesce a emanciparsi da questo rapporto in virtù del suo bisogno di arte. La storia è raccontata attraverso le imperfezioni dei personaggi e questo aspetto ci permette di sentirli vicini a noi”.

Qual è la sua opinione riguardo l’attuale situazione del cinema italiano di cui si è parlato sia nel corso dell’incontro al Quirinale con il Presidente Mattarella sia durante la cerimonia di premiazione dei David di Donatello?

“E’ da tempo che il cinema è in crisi, ha bisogno di sostegno e di cura veri, perché l’arte in tutte le sue forme va sostenuta, necessita di garanzie, non la si può confezionare prima ma si deve scoprire, esperire, non si può scrivere già una vita predefinita, un’opera artistica, ma bisogna lasciarla nascere, crescere. Se si fa tutto questo, se viene alimentata, ci sostiene e ci cura. Il settore cinematografico è stato bloccato per troppo tempo, quindi bisogna risolvere diverse questioni. Le parole del Presidente Mattarella durante l’incontro al Quirinale sono state rincuoranti, ci auguriamo che effettivamente venga avviato questo dialogo. Ci sono veramente tanti maestri e tante menti illuminate che possono fornire un significativo apporto in questo confronto per riuscire a risolvere gli ostacoli, affinché l’arte sia libera di esistere nelle nostre vite e possano nascere i progetti”.

credit foto ©Gaetano Del Mauro

A proposito della fallibilità dell’uomo, delle fragilità, recentemente ha portato a teatro uno spettacolo, “Mumù” di Turgenev, in cui ha interpretato Gerasim, un servitore sordomuto che cerca il riscatto dalla futilità umana. Quanto è interessante per un attore andare a scandagliare l’animo di questi personaggi?

“Nello spettacolo viene indagato il rapporto di Gerasim con il cane Mumù ma anche con tutto il contesto in cui vive, in un periodo storico ben preciso, la fine dell’Ottocento, dove c’era ancora la servitù della gleba. E’ un uomo che fa parte dei cosiddetti “ultimi” della società e mi piace che il teatro, l’arte, il cinema possano essere uno spazio anche per raccontare l’invisibile, ciò che fa fatica ad emergere, che è più nascosto, in quanto si conoscono storie e luoghi inaspettati. Entrare nelle fragilità, nelle crepe dei personaggi, credo che sia l’aspetto che più ci interessa anche come spettatori. Quando andiamo al cinema sicuramente vogliamo poter sognare di essere migliori, di essere altrove, di essere in posti che ci tolgono dall’ordinario che magari è un po’ noioso, ma anche e soprattutto poterci riconoscere nei difetti, nella vulnerabilità, nei dolori, nelle emozioni, nelle difficoltà. Avendo una formazione teatrale, ho incontrato grandi autori che si sono occupati in maniera magistrale di queste tematiche attraverso testi che sono ancora attuali e che continuano a essere rappresentati in quanto universali. Ovviamente come attori dobbiamo implicarci il più possibile, per riuscire a restituire qualcosa delle emozioni che proviamo”.

Nel 1996 si è diplomato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano iniziando una carriera meravigliosa, dove ha interpretato tanti ruoli diversi, portando in scena anche ad esempio Natale in casa Cupiello e L’arte della commedia di Eduardo De Filippo. Dopo trenta anni quali parole userebbe per definire cosa rappresenta per lei oggi il teatro?

“Il teatro rappresenta quel luogo dove si cerca di far accadere qualche cosa ogni sera, mettendo tutte le energie in quello che stai raccontando, nell’incontro con i compagni di scena, con il testo e soprattutto con lo spettatore. Il teatro ha una dimensione unica, intima, è un rito collettivo, e ancora oggi è una scelta forte decidere di dedicare del tempo, tra tanti impegni, per scegliere uno spettacolo, ritrovarsi insieme ad altre persone e condividere quel momento. Quando andiamo a teatro ne usciamo in qualche modo in maniera diversa da come siamo entrati e poi abbiamo la possibilità di continuare a far vivere quello spettacolo in noi, nella nostra vita. Per me ha ancora oggi un valore potentissimo. E’ anche un’arte in cui non si corre il rischio dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, della tecnologia invasiva in quanto ha bisogno principalmente dell’essere umano. Nonostante ci siano uno spettacolo costruito, una regia, è mutevole ogni sera nella ripetizione, non è statico”.

A quali altri progetti sta lavorando?

“Ci sono diversi progetti per il cinema che usciranno nei prossimi mesi. E poi l’anno venturo tornerò anche a teatro, perché è un’arte di cui non posso fare a meno”.

di Francesca Monti

credit foto copertina Fabrizio Cestari

Si ringrazia Cristiana Zoni

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