Intervista con Federico Buffa, in scena al Castello Sforzesco di Milano con “Number 23. Vita e splendori di Michael Jordan”: “Scelgo le storie che io ascolterei volentieri”
“Michael Jordan ha portato se stesso al limite e ci ha fatto capire che si può andare oltre”. Voce autorevole del giornalismo sportivo italiano e maestro della narrazione contemporanea, una straordinaria capacità di raccontare storie in modo poetico, empatico e coinvolgente, unendo sport, musica e memoria collettiva, Federico Buffa porta in scena venerdì 26 giugno al Castello Sforzesco di Milano, nell’ambito del Festival della Bellezza, lo spettacolo “Number 23. Vita e splendori di Michael Jordan”.
Le prodezze dal 1984 al 2003 del leggendario campione di basket sono state linfa e traino della sua narrazione una volta diventato imprenditore, proprietario di uno dei marchi sportivi più riconoscibili al mondo. Quando arriva nella Lega riesce sin da subito a far capire a giocatori di spessore quali Magic Johnson e Larry Bird quale sia la sua pasta, nonostante la giovane età. Una cavalcata che lo porta a vincere sei titoli NBA e ad infrangere record individuali e di squadra. Una storia di orgoglio e di rivincita, di un’icona sportiva che ha insegnato che “i limiti, come le paure, sono solo delle illusioni”.
“Number 23. Vita e splendori di Michael Jordan” è scritto e interpretato da Federico Buffa, accompagnato in scena da Alessandro Nidi al pianoforte e prodotto da International Music and Arts.

Federico, il 26 giugno porta in scena al Castello Sforzesco di Milano “Number 23. Vita e splendori di Michael Jordan”. Com’è nato questo spettacolo?
“All’inizio doveva essere una rappresentazione intima e la nostra organizzazione che si chiama International Music aveva bloccato tre date in Sardegna. La prima era a Tempio Pausania, ma noi non avevamo uno spettacolo pronto e poche ore prima di andare in scena con il maestro Nidi abbiamo iniziato a lavorarci. Lui si è inventato tre canzoni, io ho pensato a come raccontare la storia di Michael Jordan. Quando è arrivato il pubblico ho visto che era quello che frequenta maggiormente il teatro, cioè persone grandi d’età, e io dovevo presentare una storia americana un po’ particolare. Così ho fermato una signora che non aveva idea di chi fossi, e le ho chiesto se sapesse cosa avrebbe visto quella sera. E lei ha risposto che si era documentata sulla storia del tennista Jordan (sorride). Quando invece siamo saliti sul palco abbiamo capito che lo spettacolo aveva una sua armonia, abbiamo fatto le altre due date sarde e poi, dato che parla di uno dei tre-quattro più grandi sportivi della storia, ha riscosso un grande successo ed è andato in scena al Vittoriale davanti a 1.500 spettatori, a Genova con un pubblico di 1.200 persone. Quella che faremo al Castello Sforzesco sarà la trentatreesima replica. Se ripenso alla prima data a Tempio Pausania non riesco ancora a credere a quello che è accaduto”.
Che cosa l’ha più affascinata della storia di quella che è un’icona globale dello sport?
“Ci sono degli sportivi immortali. Anche i ragazzi di oggi sanno chi erano Mohamed Alì, Pelé o Diego Armando Maradona. Sono dei personaggi che vedono quello che noi non vediamo e questo li fa stare in un piccolissimo percentile dell’umanità, cioè sono in grado di pensare mentre agiscono e lo fanno a un livello percettivo superiore. E sono accomunati dalla competitività. Se parli per tre minuti con Sinner, per esempio, hai la nettissima sensazione che mentre sta spostando la tazzina stia pensando a cosa potrebbe fare lì con un dritto. Michael Jordan ha vinto il titolo Nba dopo sei agoniche partite e sul tavolo dei segnapunti ha fatto un gesto per dire a uno tra quelli che stavano festeggiando sul campo che la mattina seguente alle nove voleva giocare 36 buche al golf. Questo perchè non riesce a stare senza la competizione. I campioni come Jordan devono consumare questo fuoco che arde dentro e questa voglia, alle volte, di annientamento dell’avversario”.
Nello spettacolo racconta che per Jordan il carburante emozionale dell‘esistenza è opporsi a chi non lo ha rispettato, a cominciare dall’allenatore Clifton “Pop” Herring che non lo ha selezionato al liceo per giocare nella prima squadra …
“Fin dalla prima data dello spettacolo a Tempio Pausania ho trovato l’espediente del diario, non so se Jordan ne avesse uno nella realtà ma è evidente che concettualmente lo possedesse e che fin da piccolo lo utilizzasse per segnare chi gli faceva un torto, seppur minuscolo. Lui ha bisogno di questo combustibile perché gli dà una maggiore motivazione. Quando è stato premiato con l’induzione all’interno della Hall of Fame, cioè l’arca della gloria del basket che si trova nella città in cui questo sport è stato inventato ossia Springfield, in Massachusetts, Michael Jordan ha invitato tanta gente e ha tenuto un discorso memorabile. Ha anche dichiarato che sarebbe potuto tornare a giocare a quasi cinquant’anni dicendo al pubblico di non ridere perché ne sarebbe stato capace per davvero. Alla cerimonia ha invitato anche il suo allenatore che non lo aveva selezionato per la prima squadra al liceo e il giocatore che gli era stato preferito e ha insultato entrambi. E tu pensi: sei il più grande giocatore della storia, perché hai bisogno di umiliare così queste due persone che in realtà ti hanno aiutato tanto? Il coach lo portava avanti e indietro da casa sua alla palestra, lo ha schierato nella posizione in cui ha giocato per tutta la carriera … Coloro che conoscono intimamente Jordan hanno detto che in quel momento era il vero Michael, non stava cercando di fare il fenomeno, semplicemente non si stava trattenendo”.
Lei ha portato in scena anche un altro spettacolo, “Otto infinito”, dedicato a un indimenticabile gigante del basket contemporaneo, Kobe Bryant …
“Quello su Kobe Bryant è un omaggio ad uno dei migliori giocatori nella storia della Nba, è una sorta di messa cantata, un’elaborazione del lutto attraverso il teatro dove la gente viene vestita come l’indimenticabile campione. “Number 23″ invece vede protagonista una leggenda ancora vivente, con la metà del pubblico che possiede le scarpe di Michael Jordan, che incredibilmente sono le seconde più vendute ancora adesso. E’ veramente pazzesca la potenza di questo uomo”.

Come sceglie le storie da raccontare negli spettacoli?
“Scelgo le storie che io ascolterei volentieri ed è un privilegio che non ha eguali poterlo fare ed essere pagato per raccontare a teatro le proprie passioni”.
Com‘è nata questa passione per il teatro?
“E’ nata fin da piccolo, quando avevo 14-15 anni mio padre mi portava spesso a teatro, durante l’adolescenza avrò visto almeno 70-80 spettacoli. Ricordo in particolare di aver assistito nel 1983 a Milano, al Teatro CRT di Piazzale Abbiategrasso, a “L’istruttoria” di Peter Weiss, in cui il maestro Alessandro Nidi aveva musicato lo spettacolo e la sua futura moglie recitava. E la cosa incredibile è che pochi giorni fa eravamo a cena a casa loro e quella stessa attrice ci ha preparato da mangiare”.
Sarà in scena con “Number 23” al Castello Sforzesco all’interno del Festival della Bellezza, che porta delle riflessioni e degli spettacoli in luoghi simbolo della cultura italiana. Cos’è per lei oggi la bellezza?
“Ho letto un pezzo il cui titolo è “Non ho l’età per il digitale”, contesto in cui mi ritrovo assolutamente, dato che tra qualche mese compirò 67 anni e sono quindi nel girone di quelli che potrebbero fare quell’affermazione. Avendo una formazione classica, sono ancora legato all’idea greca del καλὸς καὶ ἀγαθός (bello e buono). Ho fatto uno spettacolo all’Arena Shakespeare di Parma recentemente e ho citato Pindaro e gli epinici, il suo legame con l’idea di effimero, cioè dell’uomo effimero che vive per un giorno opposto a come lui descriveva gli atleti, all’interno del contesto di καλὸς καὶ ἀγαθός, cioè di questa idea di bellezza legata all’armonia del corpo. Io sono ancora tutto sommato legato a questo spirito originario della bellezza. Mi incanto a vedere il corpo dell’atleta in tensione. Un tempo le sculture rappresentavano questa idea di plasticità, dal Novecento in avanti i corpi sono stati deformati, ripensati e questo è eccitante dal punto di vista artistico, ma io continuo a preferire la visione classica”.
La storia di Michael Jordan rappresenta anche una rivincita, ci insegna che i limiti si possono superare …
“E’ l’ultima frase dello spettacolo, “le nostre paure, come i nostri limiti, sono spesso solamente delle illusioni” ed è ciò che Jordan ha sempre pensato e che dice durante il discorso in occasione del suo ingresso nella Hall of Fame. E’ il lascito di un uomo che ha portato se stesso al limite e ci ha fatto capire che può essere superato. Noi pensiamo di avere dei limiti e li riconosciamo oggettivamente, ma potenzialmente li hanno anche Jordan, Sinner o Federica Brignone che ha vissuto in uno stato mentalmente opposto alla sua condizione fisica e che è durato cinque giorni, nei quali ha vinto due ori olimpici a Milano Cortina 2026. In quel periodo di tempo ha detto al suo corpo che metteva in pausa il limite fisico, ha scritto la più grande impresa della storia dello sci e quando si è risvegliata da questo stato ha detto che non avrebbe corso altre gare per questa stagione. Jordan lavorando col suo mental coach aveva la capacità di far sopraccedere alla sua intelligenza razionale quella di natura istintiva ed era come se lui vedesse la partita scorrere a rallentatore e avesse un’idea di quello che gli altri avrebbero fatto. Vedendolo giocare avevi la sensazione che tenesse sotto scacco nove giocatori, tra cui quattro suoi compagni, tre arbitri e ventimila spettatori. Nello spettacolo mostro una fotografia del pubblico di Salt Lake City che stava aspettando che Jordan vincesse la partita, c’era gente che pregava, che aveva le mani nei capelli, perché sapeva che lui avrebbe vinto. Era una situazione quasi spiritica. Ricordo che ero veramente estasiato nel pensare che un essere umano potesse tenere in pugno tutte quelle persone”.

Quest’estate porterà in scena tanti interessanti spettacoli …
“Oltre a “Number 23” di cui faremo ancora una trentina di repliche, porterò in scena “Olimpiadi tra guerra e pace” che mostra come l’idea di unire i popoli attraverso lo sport si sia spesso scontrata con tensioni politiche e conflitti internazionali. Ci sono poi “Il futuro è tra mezz’ora. Le ultime 48 ore di Lucio Dalla”, un omaggio al grande cantautore, “Otto infinito” e “Italia Mundial” sulla Nazionale Italiana campione del mondo nel 1982, che nel periodo dei Mondiali è un tentativo di consolazione vista la terza non qualificazione consecutiva degli Azzurri”.
Secondo lei che cosa andrebbe cambiato nel sistema calcistico italiano per rilanciare la Nazionale?
“Fino ai 17 anni i nostri ragazzi vincono, pensiamo ad esempio all’Italia Under 17 campione d’Europa, perché sono tatticamente molto più avanti dei loro coetanei, sanno organizzare bene la fase difensiva e scalare le posizioni. Ricordo che Cesare Prandelli, che è una persona che stimo tantissimo, tra l’altro un rarissimo caso di ct della Nazionale Italiana che si è dimesso dopo l’eliminazione al Mondiale 2014, l’ultimo che gli azzurri hanno giocato, per via della doppia sconfitta nel girone eliminatorio contro Costa Rica e Uruguay, due anni fa al Premio Fair Play Menarini a Firenze, ha detto che forse sarebbe il caso di cominciare a riallenare un po’ i giocatori e un po’ meno le squadre. Ed io concordo con lui. La differenza tra l’Italia e la Spagna o la Francia risiede nel fatto che loro fanno un maggiore lavoro tecnico sui giocatori e solo dopo si preoccupano di organizzare tatticamente il modo di giocare. Possono perdere a 17 anni, a condizione che poi, quando andranno a giocare eventualmente nella Nazionale maggiore, siano preparati tatticamente e tecnicamente. Se pensiamo al campionato di Serie A notiamo ad esempio che i primi dribblatori, a parte Orsolini del Bologna, sono tutti stranieri”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Vittoria di Studio Sottocorno
credit foto ufficio stampa
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