Intervista con Valeria Solarino, all’Andaras Traveling Film Festival con “La solidarietà non è reato”: “Incontrare persone come Sean Binder mi permette di mantenere la fiducia nel genere umano”

29 Giugno 2026 - 18:57
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Intervista con Valeria Solarino, all’Andaras Traveling Film Festival con “La solidarietà non è reato”: “Incontrare persone come Sean Binder mi permette di mantenere la fiducia nel genere umano”

“Se vedi qualcuno annegare lo salvi, sembra un messaggio molto semplice, ma in realtà in un’epoca in cui domina l’individualismo non è così scontato”. Attrice di grande sensibilità artistica, Valeria Solarino è soprattutto una persona che non ha paura di far sentire la propria voce e di mettere a disposizione la propria arte per aiutare chi ha bisogno e difendere i diritti umani, senza fermarsi alla superficie delle vicende ma scendendo in profondità per carpirne il senso più profondo.

“La solidarietà non è reato”, cortometraggio da lei diretto, realizzato in collaborazione con Amnesty International Italia, racconta infatti la storia di Sean Binder, giovane attivista tedesco accusato in Grecia di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e altri gravi reati per aver prestato soccorso ai migranti nel Mar Egeo.

Sotto indagine dal 2018, Binder è stato recentemente assolto da tutte le accuse in quello che è stato definito uno dei più importanti processi legati alla criminalizzazione della solidarietà.

“La solidarietà non è reato” sarà presentato sabato 4 luglio alle ore 21.45 a Portixeddu (Fluminimaggiore) nell’ambito dell’Andaras Traveling Film Festival, dedicato al cinema breve di viaggio in programma dal 30 giugno al 5 luglio in Sardegna, lungo la Costa delle Miniere.

Valeria, nell’ambito di Andaras Traveling Film Festival, ci sarà una serata dedicata a “La solidarietà non è reato”, cortometraggio da lei diretto che racconta la storia dell’attivista Sean Binder, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e recentemente assolto. Perchè la solidarietà in Europa viene ancora “criminalizzata” dai governi?

“Ho una mia idea a riguardo, non so se corrisponda al vero però penso che la solidarietà, quindi tutto quello che viene fatto attraverso associazioni non governative, come la ONG di cui faceva parte Sean Binder, generi rumore. Sappiamo che la percentuale dei salvataggi effettuati dagli organismi governativi o istituzionali, come la Guardia Costiera, è di gran lunga maggiore rispetto a quella delle ONG, che soccorrono l’11% delle persone, però compiono anche un lavoro di informazione e sono testimoni di quello che succede. Io credo che ci sia la volontà di non dare questa notizia, perché sennò cominceremmo a pensare che non è un’emergenza, che non è un’invasione, ma che quello dell’immigrazione è un fenomeno che c’è sempre stato e sempre ci sarà. Le persone si spostano per cercare di avere una vita e un futuro migliori. Credo che il punto fondamentale della criminalizzazione della solidarietà sia questo”.

Nel corto, Sean Binder afferma giustamente che “se vedi qualcuno annegare lo salvi”. Un messaggio forte e importante in una società in cui invece sembra imperare l’individualismo e l’indifferenza …

“Sembra un messaggio molto semplice, ma in realtà in un’epoca in cui domina l’individualismo non è così scontato. Viviamo in una società, in quest’era di globalizzazione, in cui in generale sembriamo tutti connessi l’uno con l’altro, ma siamo sempre più chiusi nella nostra individualità. Quello che fa Sean in questo momento è qualcosa di rivoluzionario, di straordinario, cioè uscire da casa sua e andare in questa piccola isola della Grecia per prestare soccorso, per mettere a disposizione le sue competenze, ma come riflettevamo durante questa intervista una società non si può reggere soltanto sulla solidarietà”.

In “La solidarietà non è reato” Binder afferma anche che “ciò che accade nei nostri confini, le morti ai confini, accade nel nostro nome”. All’inizio degli anni 2000 è stato creato lo slogan “Not in my name” per dichiarare il proprio dissenso rispetto ad azioni o decisioni prese da un governo o da un’istituzione e viene tuttora utilizzato per diverse iniziative. Quanto è importante scendere in piazza e manifestare?

“Noi siamo responsabili di quello che accade, del cambiamento climatico che spesso è la causa delle migrazioni, e di molte guerre. Quanto è importante scendere in piazza a manifestare? Io sono fedele al motto “bisogna combattere anche senza speranza”. Non che non serva manifestare, ma è proprio importante il fatto in sé, innanzitutto perché è un diritto ma è anche un dovere. In un paese democratico la sovranità comunque appartiene al popolo che deve esercitarla e non si esaurisce col voto, ma deve tutelare e monitorare quello che avviene. Se ci sono delle decisioni, delle scelte che vengono prese e che io non condivido sento l’urgenza, la necessità, ma anche il dovere di manifestare. Il giorno in cui smetteremo di farlo penso che finiremo di credere anche nel cambiamento. Tante trasformazioni sono avvenute grazie alle grandi manifestazioni, alle ondate che smuovono le coscienze e creano consapevolezza, quindi credo che siano fondamentali per influenzare l’opinione pubblica, soprattutto in questo momento storico”.

credit foto Ivana Noto

Com’è nata la sua collaborazione con Amnesty International?

“La collaborazione con Amnesty International nasce qualche anno fa, quando sono stata coinvolta per la prima volta in occasione dell’anniversario della strage di Lampedusa e poi insieme abbiamo cominciato a realizzare delle interviste, la prima a Maysoon Majidi e poi quella a Sean Binder. A Crotone ho assistito anche ad una delle udienze del processo per la strage di Cutro. Tendenzialmente sono tematiche riguardanti le migrazioni”.

Cosa le hanno lasciato a livello umano ed emozionale gli incontri con l’attivista curdo iraniana Maysoon Majidi e con Sean Binder?

“La storia di Maysoon mi ha molto colpita, perché fino a qualche mese prima stavamo tutte e tutti in piazza a gridare “donna vita libertà” in solidarietà con le donne iraniane e poi quando una giovane come Maysoon è arrivata in Italia ed è stata accusata di essere la scafista di quell’imbarcazione non c’è stata quella vicinanza che mi sarei aspettata dato che era tra l’altro un’attivista, aveva fatto parte di quel movimento che noi guardavamo da lontano ma con il quale avevamo empatizzato. Grazie ad Amnesty, che mi ha fatto conoscere questa storia, ho sentito l’urgenza di incontrarla e di cercare di far risuonare questa vicenda incredibile. Fortunatamente Maysoon è stata poi assolta, però ha passato diversi mesi in carcere, per tanto tempo è stata senza un interprete, non sapeva nemmeno perché stesse lì dentro. È un meccanismo che non funziona e purtroppo queste persone quando arrivano in Italia non hanno i mezzi, gli strumenti per far valere i loro diritti, ma fortunatamente ci sono organismi come Amnesty International che cercano di difenderli.

Per quanto riguarda Sean è una storia diversa, ma anche lui è un attivista ed è stato accusato di far parte di un’organizzazione criminale, di essere una spia, di riciclaggio di denaro. Rischiava quasi vent’anni di carcere semplicemente per aver cercato di aiutare persone migranti all’interno di una ONG greca. Anche questo caso mi aveva colpito molto. Entrare, anche se per un attimo, nella vita di una persona che davvero decide di fare qualcosa per gli altri e sospende la sua esistenza per qualche mese è emozionante, sono quegli incontri che mi permettono di mantenere quella fiducia nel genere umano che ogni tanto vacilla”.

Ha ricevuto il premio Arte e Diritti Umani 2025 per il suo impegno in difesa dei diritti umani, cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?

“Mi ha molto emozionata, non mi aspettavo di riceverlo e credo di non meritare nessun premio, nel senso che penso che siano Amnesty International e tutti quelli che si occupano della difesa dei diritti ad essere degni di un riconoscimento ogni giorno. Sono contenta perché ovviamente significa che c’è uno scambio reciproco, anche se è molto di più quello che Amnesty restituisce a me rispetto a quanto ho dato o posso dare a loro”.

Fa parte della giuria Andaras dell’edizione 2026 di Andaras Traveling Film Festival, che quest’anno ha come filo conduttore il concetto di “Frontiere”, dove il viaggio diventa esperienza, scelta, cambiamento di prospettiva. C’è un viaggio geografico, culturale o attoriale che ha apportato in lei un cambiamento nella visione del mondo o di sé?

“Per me il viaggio è sempre molto entusiasmante perché credo che ogni volta che incontriamo qualcosa o qualcuno di diverso da quello a cui siamo abituati, anche se magari non ci piace, è un arricchimento, allarga le nostre prospettive, è un nuovo punto di vista. Il viaggio è anche sinonimo di scoperta. In questi anni, da quando la mia attenzione è rivolta un po’ di più verso chi compie questi viaggi migratori, ha un significato diverso. Mi viene in mente il bellissimo film di Matteo Garrone, “Io Capitano”, in cui questi due ragazzi partono dal Senegal per inseguire il sogno di diventare dei musicisti. In quel caso la spinta arriva da un desiderio forte. Invece quando sei mosso da un dolore, da una guerra o una carestia, oppure sei discriminato per le tue idee politiche, religiose o per la tua persona, mi chiedo cosa possa voler dire essere costretti a lasciare il proprio paese e la propria famiglia. Quindi oggi per me la parola viaggio racchiude tanti sentimenti differenti”.

di Francesca Monti

credit foto Ivana Noto

Si ringrazia Daniela Piu

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