Kumbulla a CM: "Mourinho è simpatico quando vince, se perde quasi non ti saluta. El Shaarawy re del biliardo, io alla Roma limitato dagli infortuni"
Il difensore albanese classe 2000 si racconta nella nostra intervista: "Ai club italiani consiglio Jan Virgili"
Da due anni in Spagna - prima Espanyol e ora Maiorca - Marash Kumbulla può tornare in Serie A: "In Italia sono nato e cresciuto - racconta nella nostra intervista - in futuro tornerò". Il difensore classe 2000 sta finendo la sua seconda stagione in Liga in prestito secco dalla Roma. Aspettando il mercato, l'ex Verona sorride e si gode il sole di Palma di Maiorca: "Qui si vive bene, c'è un clima pazzesco; quest'inverno non ho portato nulla di pesante, la temperatura minima è 7/8°: credo che da questo punto di vista sia il miglior posto in Europa".
Quando eri all'Espanyol hai detto: "Salvare questa squadra è come vincere un trofeo da un'altra parte".
"E' stata la mia stagione migliore: ho giocato con continuità in un club storico che era appena risalito dalla seconda divisione. L'immagine più bella di quella stagione è la vittoria in casa contro il Real Madrid, dopo quella partita nel gruppo è cambiato qualcosa e abbiamo iniziato a credere sempre di più alla salvezza; intorno a marzo/aprile abbiamo fatto tre vittorie di fila e poi all'ultima giornata abbiamo centrato l'obiettivo".
Differenze tra Liga e Serie A?
"Soprattutto a livello tattico: in Spagna ci sono più difficoltà nell'uno contro uno perché la maggior parte delle squadre hanno esterni d'attacco veloci e tecnici. Qui c'è più libertà nel gioco e si trovano più spazi, a differenza del campionato italiano dove ci sono partite più tattiche".
Peggio affrontare Mbappé o Yamal?
"Mbappé l'ho marcato da vicino perché da punta centrale gioca più nella mia zona di campo; Lamine è spesso spostato sulla fascia ma vederlo dal campo è qualcosa di assurdo. E' come se arrivasse sempre un secondo prima anticipando tutti".
Sei entrato nel Verona a 8 anni e con quella maglia sei arrivato in Serie A, non capita spesso.
"Vivere a casa mia insieme alla famiglia è stata la mia fortuna, inoltre il club mi ha sempre dato uno stimolo per avanzare nelle categorie: sia negli Allievi che in Primavera mi hanno fatto giocare sotto età per migliorare".
Il giorno del tuo esordio Juric disse: “In ritiro gli attaccanti contro di lui non segnavano mai”. Era davvero così?
"Può darsi, e diciamo che c'erano 'signori' attaccanti eh: Pazzini, Di Carmine, Zaccagni, Verre… E' stata un'annata davvero speciale. Mi sono trovato subito bene con le idee del mister, sono uno predisposto al contatto fisico e all'uno contro uno; giocando al centro ero anche avvantaggiato".
Che personaggio è Josè Mourinho?
"Molto simpatico quando si vince, tosto se il risultato non arriva. E' stato lui a farmi capire alcune cose, spiegandomi dei dettagli tattici".
Cioè?
"Qualche 'furbizia' che per un difensore può essere utile: fare fallo piuttosto che farsi superare, prendersi un'ammonizione quando serve… Tutti aspetti che ho capito stando con lui".
Ci racconti un aneddoto con lui?
"Poco prima dell'inizio della finale di Europa League con il Siviglia, per rincuorarmi dopo la rottura del crociato che non mi ha fatto giocare quella partita, Mourinho mi ha spiegato l'importanza del mio goal alla Real Sociedad nell'andata dei quarti: vincemmo 2-0 in casa, e fu un risultato importante perché andammo al ritorno in Spagna con il vantaggio di due reti (al ritorno finì 0-0, ndr).
Per tutti è lo Special One, ma qual è il suo difetto?
"Se vogliamo chiamarlo 'difetto', è la sua sincerità nel rapportarsi. Quando si perde è dura stargli vicino, se non è aria si capisce dalla faccia: il giorno dopo una sconfitta quasi non ti saluta. In quei casi meglio non parlargli troppo".
Cosa vuol dire vincere la Conference League a Tirana, davanti alla tua gente?
"Credo che in generale sia stata l'emozione più forte vissuta da calciatore. Uno dei giorni più belli della mia vita: vincere con la Roma davanti alla mia gente, era un segno del destino che dovesse andare così".
Il momento più bello di quel trionfo?
"Il giorno dopo, quando abbiamo festeggiato a Roma con tutti i tifosi facendo il giro della città in pullman. Non so se rivivrò mai un momento del genere in vita mia. Ricordo che per fare il percorso previsto ci abbiamo messo tutto il pomeriggio, eravamo sudati per il caldo e non riuscivamo più a stare lì; poi abbassavamo lo sguardo e vedevamo gente emozionata con le lacrime agli occhi. Quel giorno mi sono scattato una foto con il Colosseo sullo sfondo e tutta la gente attorno: è stato bellissimo".
Hai anche il passaporto italiano, in passato hai mai pensato di giocare per l’Italia?
"C'è stato un momento, l'anno prima di giocare in Serie A col Verona, nel quale l'Under 21 mi aveva contattato per farmi andare in azzurro. Io però ho sempre scelto di giocare con l'Albania, dove ho fatto tutta la trafila dall'Under 15 alla nazionale A; non mi sentivo di cambiare, anche perché la mia famiglia è tutta albanese".
La tua carriera è stata spesso condizionata da problemi fisici, hai mai pensato dove saresti oggi senza quelli?
"Sono d'accordo sul fatto che gli infortuni mi hanno molto limitato. Ho lasciato la Roma dopo la rottura del crociato, mi piace pensare che senza quell'infortunio sarei ancora lì".
Come si recupera psicologicamente dalla rottura di un crociato?
"Il primo mese e mezzo è stato di sofferenza, non riuscivo neanche a piegare bene il ginocchio. E' un percorso difficile perché in poco tempo passi dal campo alle stampelle, e per me che non riesco mai a stare fermo è stata dura; tra l'altro all'epoca avevo 23 anni e volevo emergere. Ma credo sia stato un episodio che mi ha reso più forte".
In questi mesi hai sentito qualche dirigente della Roma?
"Ogni qualche settimane parlo con un dirigente che mi chiede come sta andando la mia esperienza a Maiorca, ma fa parte della normalità delle cose".
Gasperini ha un gioco simile a Juric.
"Mi sarebbe piaciuto lavorare con Gasperini, che ho vissuto per circa un mese in ritiro; non c'è stata la possibilità di rimanere, ma ognuno fa le proprie scelte e va bene così".
In estate hai avuto anche proposte dalla Serie A?
"Sì, ma ho preferito tornare in Spagna".
Il compagno di squadra in giallorosso al quale sei rimasto più legato?
"Edoardo Bove, abbiamo un bel rapporto d'amicizia: non ci siamo più riusciti a vedere ma ci continuiamo a sentire. Ogni tanto mi sento anche con El Shaarawy".
Dov'eri quando ha avuto quel malore durante Fiorentina-Inter?
"A casa, a Barcellona. Stavo guardando la partita in tv e non riuscivo a capire cosa fosse successo. Sentendo le prime notizie gli ho subito scritto, e a distanza di giorni, quando per fortuna ho saputo che era fuori pericolo, ci siamo sentiti al telefono".
Com'è nata l'amicizia con Bove?
"Ci siamo piaciuti fin da subito, la maggior parte del tempo l'abbiamo passata insieme intorno a un tavolo da biliardo. Eravamo noi, Elsha, Zalewski, Karsdorp…".
Chi era il più forte?
"Devo dire che il livello era alto, forse il migliore Stephan El Shaarawy".
L’attaccante che ti ha messo più in difficoltà in carriera?
"Tra quelli della Serie A Dybala e Lukaku, in Spagna Sorloth dell'Atletico Madrid".
Per lui si parla di un interessamento del Milan, lo vedresti bene in Italia?
"Sì, lo vedrei bene ovunque".
Un giovane del Maiorca che consiglieresti ai club di Serie A?
"Jan Virgili, esterno offensivo del 2006: ha un dribbling da top player, è veloce e ha anche un bel tiro. Considerando che è ancora molto giovane, migliorare ancora nel fare la scelta giusta su quando passarla o quando calciare in porta; ma può diventare un gran giocatore".
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