La Biennale come specchio del mondo: Guia Cortassa racconta arte, politica e conflitti

28 Maggio 2026 - 00:29
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La Biennale come specchio del mondo: Guia Cortassa racconta arte, politica e conflitti
Materia Varesenews

Una Biennale attraversata dalla politica, dalle tensioni internazionali e da una domanda di fondo: che cosa può ancora raccontare l’arte contemporanea del mondo in cui viviamo? È partita da qui la serata di “Spiegami – Biennale Arte 2026”, ospitata mercoledì 27 maggio negli spazi di Materia, a Castronno, con Guia Cortassa – giornalista culturale, storica e ricercatrice dell’arte contemporanea – protagonista di un lungo racconto dedicato alla più importante esposizione internazionale d’arte contemporanea.

Un incontro che non si è limitato a spiegare la struttura della Biennale di Venezia, ma che ha cercato di entrare nel cuore delle sue contraddizioni: il rapporto tra arte e potere, il peso geopolitico dei padiglioni nazionali, il ruolo delle istituzioni culturali e la trasformazione dell’arte contemporanea in uno spazio di confronto globale.

“La Biennale è un acceleratore di carriere”

Cortassa ha ricostruito innanzitutto il funzionamento della Biennale, nata nel 1895 e oggi diventata uno dei principali snodi culturali internazionali. Un sistema complesso, fatto di mostra internazionale, padiglioni nazionali, giurie e direzioni artistiche autonome. «La Biennale è un acceleratore di carriere», ha spiegato. «Essere invitati significa ottenere visibilità internazionale, entrare nei musei, cambiare quotazioni e reputazione».

Ma soprattutto, secondo la relatrice, la Biennale oggi è diventata «una piattaforma geopolitica», dove ogni scelta – dagli artisti invitati alle opere esposte – assume inevitabilmente un significato politico.

Il caso della giuria e le tensioni internazionali

Uno dei passaggi più seguiti della serata è stato quello dedicato alla crisi che ha travolto l’edizione 2026. Cortassa ha ripercorso le dimissioni in blocco della giuria internazionale, avvenute dopo le polemiche legate alla partecipazione di Israele e Russia e alla scelta delle giurate di non premiare artisti provenienti da Paesi accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale.

Una vicenda che ha aperto un vuoto regolamentare senza precedenti, aggravato dalla morte improvvisa della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa un anno prima dell’apertura della mostra. Da qui la decisione del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di sostituire i tradizionali Leoni d’Oro con i “Leoni dei visitatori”, assegnati tramite voto del pubblico. Una scelta che ha provocato ulteriori proteste e il ritiro dalla competizione di decine di artisti.

Koyo Kouoh e una Biennale “in tonalità minore”

Al centro della serata anche il lavoro della curatrice camerunense Koyo Kouoh, prima donna africana alla guida della Biennale Arte. La sua mostra, intitolata In Minor Keys, è stata descritta da Cortassa come «una riconnessione radicale con il ruolo originario dell’arte: emotivo, sensoriale, affettivo».

Una Biennale costruita attorno ai temi della diaspora, della memoria coloniale, delle culture panafricane e della spiritualità, con oltre cento artisti provenienti soprattutto da Africa, Caraibi, Sud America e Asia. «Quello che questa Biennale ci chiede è di fare i conti con il fatto che gli stessi temi che noi leggiamo attraverso Michelangelo o Raffaello arrivano in altre culture con forme completamente diverse», ha osservato Cortassa durante l’incontro.

Dalle processioni caraibiche all’intelligenza artificiale

Nel corso della serata, la giornalista ha accompagnato il pubblico in un vero viaggio visivo attraverso alcune delle opere più significative dell’esposizione: dalle grandi installazioni costruite con materiali di recupero alle processioni rituali ispirate ai carnevali afroamericani, fino ai lavori che riflettono sul colonialismo, sulla segregazione e sulle migrazioni.

Tra i temi emersi anche quello dell’intelligenza artificiale, affrontato attraverso installazioni che intrecciano tecnologia e spiritualità, e quello della crisi climatica, presente in molte opere dedicate all’estrazione delle materie prime e alla devastazione ambientale. Particolarmente forte, nel racconto di Cortassa, l’opera del cileno Alfredo Jaar: una stanza immersa nella luce rossa al cui centro compare un piccolo cubo formato da minerali e terre rare, simbolo delle risorse per cui «il mondo occidentale sta massacrando territori e popolazioni».

“L’arte contemporanea non deve essere immediata”

La serata si è chiusa con una rapida panoramica sui padiglioni nazionali – dall’Italia agli Stati Uniti, passando per Austria, Giappone, Canada e Arabia Saudita – e con alcuni consigli di visita fuori dal circuito principale della Biennale.

Ma il messaggio più forte è rimasto quello iniziale: l’arte contemporanea non come esercizio elitario o incomprensibile, ma come strumento per leggere il presente.

Un linguaggio che può risultare difficile, certo, ma che – come ha mostrato la lunga lezione di Cortassa – continua a parlare di guerra, identità, memoria, potere e società. In fondo, delle stesse domande che attraversano il nostro tempo.

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