La destra pronta per il Quirinale è una buona notizia per l’antifascismo
Meloni al Quirinale? Per ora è solo un gioco di allusioni e rimandi, alimentato dalla presidente del Consiglio, ma destinato ad avere influenza sugli sviluppi della politica italiana. Ovviamente non è istituzionalmente scandalosa, come eventualità. Forse è un’imprudenza politica averla evocata, da parte della premier, e questa prospettiva assunta come obiettivo anche elettorale può portare a un’ennesima battaglia di tipo culturale o ideologico, fuori tempo e fuori da ogni senso politico ragionevole. Di tutto c’è bisogno tranne che di elezioni politiche intese come nuova sacra rappresentazione di una lotta contro un’imminente deriva fascista al vertice dello stato. Sarebbe una truffa e un atto stupidamente regressivo. Gli elettori comunque sono informati, decideranno loro e il Parlamento che vorranno eleggere. Le responsabilità di stato Meloni le ha ricoperte per quattro anni e nessuno può mettere in discussione un elemento vistoso di correttezza e perfino di understatement, comunque si voglia giudicare, anche molto male, l’operato del suo governo. Meloni non ha fatto come Veltroni che ha detto di non essere mai stato comunista. Nemmeno come D’Alema che ha sempre giocato il ruolo appena dissimulato dell’ultimo comunista, ma legittimato da una ostentata pratica democratico-liberale. Ha detto sul fascismo e sulla storia repubblicana le cose che era lecito aspettarsi da una giovanissima leader post-post-post-missina, che era un’adolescente all’epoca della svolta di Fiuggi e dell’abbandono della “casa del padre”, alcune cose buone o persuasive, senza enfatiche abiure o contorcimenti. Non ha neanche proposto una presidenza della destra come leva per una svolta politica, ciò che D’Alema fece abbastanza apertamente quando lo candidammo su queste pagine al Quirinale, per produrre un avanzamento di riconciliazione e nuova sintesi dopo Ciampi e negli anni infuocati di Berlusconi e dell’antiberlusconismo, e stette al gioco.
Direte o diranno che questo è un giudizio sottodimensionato, minimalista, che la Costituzione, di cui il presidente è custode, nasce dall’esperienza antifascista e resistenziale della Liberazione, dunque c’è un problema simbolico e politico nell’idea che la custodia possa essere affidata a chi proviene da una storia di partito che la Costituzione aveva legittimato e compreso nella sua legalità giuridica ma che l’arco delle forze costituzionali, dalla Dc al Pci ai laici, aveva, salvo rare eccezioni, consegnato a un ruolo di marginalità e di minoranza. Invece questo minimalismo non esiste, al contrario. La caduta di un ostracismo non detto e non formalizzato contro una presidenza della Repubblica di destra ha un rilievo storico massimo. Anche chi non vota Meloni e non voterà mai per il suo partito, anche chi milita nell’opposizione democratica e si prepara a candidare altre personalità, con altre storie, con altre idee, anche chi ha accettato e riverito democristiani di destra come Segni o Scalfaro, liberali monarchici come De Nicola, inquilini del Quirinale eletti con i voti determinanti ma nascosti del Msi come Leone, dovrebbe riflettere su quanto ha prodotto la democrazia italiana quando, con ordinari e legittimi mezzi elettorali e parlamentari, ha rotto il guscio di marginalità e di minoranza in cui era relegata la destra e creato con il centrodestra berlusconiano e postberlusconiano un nuovo soggetto politico della democrazia italiana.
Possono non piacere, ci mancherebbe, ma quelle che governano sotto la guida della destra sono formazioni politiche nate e cresciute dopo la crisi dei partiti tradizionali e l’avventurosa parabola del cosiddetto maggioritario all’italiana. Magistrati d’assalto misero in galera i vecchi partiti, la reazione berlusconiana generò un nuovo sistema e legittimò nelle urne populismi e destre riformate. Con il solito provvidenzialismo trasformista, dopo l’eccezionalismo berlusconiano e i grandi equivoci costituzionali che esso produsse, come si vede dall’esperienza così radicalmente diversa del trumpismo e dei veri conflitti di interessi, crollò l’arco costituzionale, il perimetro dei buoni e puri contrapposto alla sporca dozzina dei reduci, e si affermò qualcosa di molto vicino a un felice superamento del lascito della guerra civile. Un vero antifascista, uno che abbia a cuore l’efficacia storica della Costituzione italiana e del sistema democratico, di tutto questo dovrebbe rallegrarsi. L’aggressione ai partiti rischiava sul serio di mettere la Repubblica in mano ai poteri delle procure e di altri attori della rivoluzione partita, come la Marcia su Roma, da Milano. Non è successo. Per vie acrobatiche il sistema ha tenuto e si è rigenerato. Altro che fare di nuovo stanche barricate.
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