La destra litiga (ancora) sulle preferenze e fa slittare la legge elettorale
“Ma no, non abbiamo fatto slittare la legge elettorale per i motivi a cui pensate voi. La prossima settimana sarà un delirio con gli spostamenti, lo sciopero dei treni, i cantieri ferroviari. Pensi che per tornare a Roma ho dovuto soffiare l’aereo al mio collega di partito Toccalini. Poi, certo, sono convinto che una settimana in più possa fare più bene che male”. Igor Iezzi, deputato della Lega e tra i relatori dello Stabilicum, assicura che non ci sono screzi insanabili all’interno della maggioranza sulle nuove regole elettorali. “Su molti punti, anzi, si sono fatti passi avanti”, dice l’esponente del Carroccio. E però, come s’era ventilato dopo l’ennesimo incontro di maggioranza tenuto martedì sera in Via della Scrofa, alla fine la riunione dei capigruppo della Camera ha deciso che l’esame del testo con le nuove regole elettorali non riprenderà più il 7 luglio bensì il 14. Questo anche perché nel succitato vertice non sono stati fugati tutti i dubbi, nel centrodestra. Anzi. Grosse frizioni, riferiscono i presenti, sarebbero state avanzate soprattutto da Forza Italia che continua a considerare indigesta la soluzione sulle preferenze proposta da Fratelli d’Italia. Proprio al Foglio Giovanni Donzelli, tra gli autori del testo, aveva assicurato: “Stiamo lavorando a un emendamento comune di tutta la maggioranza sulle preferenze. Magari non ci riusciamo, ma ci proviamo”. Su questo punto, però, non ci sono stati passi in avanti. Anche perché il famoso “modello Toscano” con capilista bloccati e preferenze a scorrere (o soluzioni simili) non entusiasma gli alleati. “La legge elettorale è già un compromesso che non va messo in discussione”, ha detto ieri a tal proposito il capogruppo della Lega a Montecitorio Riccardo Molinari. Fatto sta che le asperità sono ancora molte, a partire dalla privazione di nominativi nei simboli elettorali (che non siano il candidato premier della coalizione) che rischia di compromettere la strategia elettorale di Lega e Forza Italia. Tanto che il famoso allargamento ai leader nazionali per adesso è stato messo in stand-by. “Non vado ai tavoli, non ho tempo di occuparmi di legge elettorale, mi fido di chi ci sta lavorando. Non è un tema che mi appassiona”, è intervenuto allora ieri, con discreto tempismo, Matteo Salvini. Il quale è finito sotto alla lente d’ingrandimento anche perché, proprio a causa dei lavori su alcune linee ferroviarie, e con i continui disagi dei treni, s’è preferito evitare inciampi parlamentari.
Fatto sta che il 14 luglio si provvederà con tempi contingentati: si passerà dall’esame delle pregiudiziali di costituzionalità. E il seguito di discussione e votazioni dovrà concludersi entro 22 ore di lavori. Con già pesanti accuse sulla restrizione dei tempi da parte delle opposizioni (secondo Elly Schlein “la maggioranza litiga e il paese è alla paralisi”). Nei prossimi giorni, a ogni modo, dal centrodestra saranno convocati su base quasi quotidiana per cercare di appianare le divergenze. Secondo quanto filtra dalla maggioranza, sul voto ai fuori sede ci si starebbe già avvicinando a una quadra. Cosa che invece non si sta affatto raggiungendo sulle preferenze, dove Lega e Forza Italia continuano a tenere il punto (contrario). “L’emendamento condiviso? Io l’ho vista come una exit strategy. Come a dire, se non riusciamo a firmare un emendamento tutti insieme, le togliamo dal tavolo”, riflette ancora Iezzi in Transatlantico. Ieri ha cercato di giocare di sponda anche il ministro Crosetto che ha rimarcato di “non aver mai avuto problemi con le preferenze”. Di certo c’è che adesso avranno una settimana in più per pensarci. E decidere anche se evitare la conta segreta in Aula sugli emendamenti più caldi. Così come per prendere una decisione sul porre la fiducia o meno. Eterogenesi dei treni.
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