La letteratura come incontro fra scrittura e fede. Conversazione con Marilynne Robinson

29 Giugno 2026 - 14:05
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Durante il periodo della pandemia, insieme a Davide Azzolini ideammo un progetto delle Conversazioni intitolato Writers on Writers, che consisteva nel chiedere a personalità del mondo della cultura di leggere un brano di un testo letterario per loro particolarmente significativo. Accettarono il nostro invito in 180, e non rimanemmo molto stupiti quando Marilynne Robinson ci comunicò che aveva scelto il libro di Giobbe della Bibbia, sublime da un punto di vista letterario e rivoluzionario sul piano religioso: le parole con cui osa affrontare il Padreterno, chiedendo conto di tutte le disgrazie che gli hanno sconvolto la vita, compongono una preghiera intima, struggente e sincera. “Giobbe non interrompe il rapporto con il Signore” mi spiegò in quella occasione la scrittrice “e solo in questa chiave si può capire la potenza di quando afferma: ‘Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore’”.

La religione, e in particolare la fede, è al centro della sua esistenza e della sua intera produzione letteraria, come ha ribadito il recente Leggendo la Genesi, nel quale si è confrontata con il primo libro della Bibbia. Nella sua interpretazione l’anima della credente si fonde con quella della scrittrice: i due aspetti risultano inscindibili e l’uno rappresenta il complemento dell’altro. Si tratta di un elemento che caratterizza l’opera di questa grandissima autrice che ha scritto soltanto cinque romanzi, dei quali almeno Gilead e Casa sono già classici della letteratura contemporanea. Il suo itinerario espressivo risulta del tutto incomprensibile senza partire dalla sua fede cristiana, riguardo alla quale è bene ricordare che è stata educata secondo i dettami presbiteriani, ma con la maturità ha fatto proprio il principio calvinista della predestinazione. Ogni cosa si compie dunque per volontà di Dio, e ogni esperienza, anche la più tragica e sconvolgente, è da interpretare e vivere in questa chiave. “Ovviamente per noi ciò è arduo da accettare”, mi ha invitato a riflettere, “tantomeno da comprendere: non sappiamo come relazionarci con il dolore che soffriamo, soprattutto quando è frutto di un abominio. E’ un discorso estremamente delicato, che ha a che fare con la libertà e con il diritto di opporsi a soprusi e altre mostruosità. Parallelamente, se non inquadriamo anche gli eventi più tragici all’interno di un disegno divino, rischiamo paradossalmente di perdere la fede e rimanere con l’orrore”.

La sua analisi della Genesi appare la prosecuzione di un percorso intellettuale che aveva esplicitato leggendo il libro di Giobbe: una nuova tappa di una costante riflessione su come la libertà individuale possa coesistere con il piano divino. Per Marilynne Robinson la Bibbia rappresenta quello Leibnitz definiva una teodicea, e conseguentemente ogni aspetto dell’esistenza deve essere interpretato alla luce del rapporto tra la presenza del male e la giustizia divina. “Quando rifletto sulla Bibbia non posso prescindere dall’elemento narrativo e quindi letterario. Il ‘Libro dei Libri’ è stato scritto da uomini, a mio modo di vedere da un gruppo di artisti che si sono espressi su qualcosa che supera la conoscenza. A cominciare dalla Genesi, la Bibbia è anche un racconto, e la narrazione va di pari passo con la constatazione del male con cui siamo costretti a convivere, e che noi stessi generiamo”.

Da allora le nostre conversazioni sono state focalizzate sempre su questi temi e quando le ho chiesto come mai i teologi insegnano che il male non si può spiegare, ma solo raccontare, mi ha detto che “si tratta infatti di un mistero, che il credente contrasta con la fede e la fiducia nella provvidenza. Anche in questo caso non si deve sottovalutare l’importanza del racconto: la condivisione rappresenta un elemento catartico rispetto alla sostanza”. E mi ha spiegato poi, sul rapporto tra grazia e libero arbitrio: “Io ritengo che la grazia modifichi la legge, e la legge non può limitare la grazia. La divina provvidenza segue altre strade, misteriose. Una chiave di lettura è nella misericordia e nel perdono”.

Vorrei riprendere la nostra conversazione chiedendole di parlarmi anche del suo mestiere di scrittrice, ammesso che si possa considerare un mestiere. E vorrei chiederle anche qualcosa sulla sua personalità e le sue idee politiche: iniziamo con il suo primo ricordo.

Ricordo di aver giocato con alcuni ciottoli bagnati sulla riva di un lago. Era freddo e c’era molto silenzio.

Quando ha deciso di diventare una scrittrice?

In realtà non ho mai preso una decisione di questo tipo. Ho semplicemente risposto alla scoperta che esistono persone che leggono ciò che scrivo.

Come definirebbe cosa rappresenta la scrittura per lei?

In gran parte rappresenta un’estensione del pensare e del percepire.

Segue una routine quando scrive?

No.

Sto chiedendo a tutti i miei interlocutori di citarmi uno scrittore o una scrittrice che ammirano nonostante le sue idee. Il nome che ricorre più spesso è Celine. Lei cosa mi risponde?

So che Wallace Stevens aveva alcune idee retrograde. Ma sono troppo colpita dalla sua genialità per preoccuparmene.

Ritiene che il linguaggio delle immagini stia impoverendo o addirittura uccidendo il linguaggio delle parole?

Penso che quello che stiamo vivendo è un periodo storico in cui l’abitudine alla comunicazione personale si è eclissata. Si tratta di una situazione per noi ancora nuova. Col tempo potremmo aver assimilato questa tecnologia generatrice di immagini, aver trovato un modo per umanizzarla e aver smesso di essere affascinati dalla sua novità. Potremmo essere diventati così alienati da noi stessi e dai nostri vicini che la tecnologia semplicemente riempirà un silenzio.

Lei ha ripetutamente sottolineato come la Bibbia sia un racconto. Qual è la sua opinione da un punto di vista strettamente letterario?

E’ straordinario che una scrittura di tale genialità e varietà sia potuta durare, essere preservata e valorizzata nel corso di così tanti secoli. Non esiste nulla di simile.

Qual è il suo libro preferito della Bibbia?

Sono molti. Direi che è sempre l’ultimo che ho studiato.

Quale è il suo personaggio preferito?

Mi rendo conto che possa suonare strano, ma la mia risposta è Dio, il cui carattere è il soggetto e il mistero del Libro, dall’inizio alla fine.

Personalmente, credo che la più straordinaria rivoluzione cristiana consista nell’“ama il tuo nemico”? Lei è d’accordo? C’è qualche altro momento che trova ugualmente rivoluzionario?

Ho appena finito di insegnare il Vangelo di Giovanni, e la mia mente torna al momento in cui scrive di una donna sola davanti alla tomba vuota. Il silenzio di un mattino buio evoca qualcosa di molto cupo, amaro. Ma poi viene interpretato da Lui nel momento in cui pronuncia il nome della donna. Ciò che Egli ha sconfitto – la morte – e ciò che ha conservato – l’amore per un’amica – dicono moltissimo sui nuovi cieli e sulla nuova terra.

Crede in Dio? Le faccio questa domanda perché so che anche alcuni santi hanno avuto momenti di dubbio o crisi.

Si, credo in Dio.

Fiodor Dostoevskj attribuisce a Ivan Karamazov una frase che è diventata celebre: “Se Dio non esiste è tutto è permesso.”

Sinceramente non sono d’accordo, perché credo che ci sia qualcosa di sacro in ogni esperienza umana, spesso invisibile e inimmaginabile.

In una precedente intervista mi ha detto “credo fermamente che Dio sia buono così come lo è la creazione, tuttavia dall’inizio dei tempi ci chiede di affrontare il male ogni giorno”: è riuscita a trovare una spiegazione?

Posso solo dire che se non fosse possibile agire contro la volontà di Dio non avremmo alcuna libertà. Non avremmo alcuna concezione del bene se non potessimo allontanarcene.

Nel Vangelo, Cristo dichiara che “il principe di questo mondo è il diavolo”: qual è la sua reazione a un’affermazione così terribile?

Nelle vicende umane c’è una tendenza verso il male. L’avidità è il nome del diavolo in questo momento, anche se l’orgoglio è la sua firma. La storia è antica, la sua fine probabilmente inevitabile. La frase in questione è una constatazione e insieme un monito sulla persistenza del male. Nello stesso tempo è un modo per mettere in guardia dal maligno: il diavolo, che per il credente è l’avversario, è un impostore. Nella lettera ai Corinzi San Paolo ne parla come “il dio di questo secolo” e in quella in quella agli Efesini come “il principe della potestà dell’aria.” E, tornando a Giovanni, scrive nell’Apocalisse che “seduce tutto il mondo”.

E’ d’accordo con Bernanos quando dice: “Tutto è grazia”?

Sì, entro certe condizioni. Alcuni crimini, ad esempio, la distruzione di massa dell’immagine di Dio attraverso la violenza o la deprivazione, rappresentano per me il peccato contro lo Spirito Santo, troppo terribile persino perché la grazia possa giustificarlo. Ma potrei sbagliarmi di grosso.

Se tutto ha un significato e appartiene al piano di Dio, come si spiega orrori come l’Olocausto?

Non devono essere spiegati. Si tratta di qualcosa di cronico che diventa critico e acuto. Le abitudini al risentimento, alla paura e al disprezzo che le persone si concedono senza pensare alle conseguenze alla fine si accumulano ed erompono. Se il piano di Dio include una significativa libertà umana, e noi scegliamo, ad esempio, di odiare i nostri nemici, allora ci saranno delle conseguenze, come ci dicono tutti i profeti. Esse affliggono gli innocenti più dei colpevoli. Quindi ho descritto ciò che non posso spiegare. Forse la cosa da temere di più, in definitiva, è che le proprie mani o la propria voce possano essere consegnate alle opere dell’orrore.

Lei recentemente ha incontrato Leone XIV: qual è la sua opinione sul primo Papa americano?

Sono rimasta impressionata e rassicurata da tutto ciò che ha fatto e detto. Si trova in una posizione unica per introdurre un vero cristianesimo in un mondo disorientato e affamato per la sua mancanza.

Come giudica gli attacchi del presidente Trump al Papa?

Trump attacca. Non significa nulla. Sta affrontando il fatto che c’è qualcuno al mondo che attira più attenzione e infinitamente più rispetto di lui, che tiene in mano la bilancia sulla quale lui viene pesato e trovato inadeguato.

Ritiene che Donald Trump rappresenti un’eccezione nella storia americana o una sua inevitabile conseguenza?

E’ assolutamente un’eccezione. Stiamo imparando, e continuiamo a farlo, che l’America è basata sul rispetto delle leggi, delle alleanze, dei costumi e dei valori, e che le sue istituzioni sono profondamente vulnerabili alla corruzione e all’imbarbarimento se cadono nelle mani di persone che sono incapaci di rispetto. La nostra situazione ora è questa.

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